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E che c'entra lo zen con la corsa?
Proviamo a capirlo un po' per volta...

 

Lo zen e l'arte della corsa: copertina e descrizione

Introduzione semplificata allo zen

Lo zen e l'arte della corsa: indice capitoli

Zen links e appunti interessanti

 

 

 

Nel Luglio del 2001 l'Editoriale Sport Italia stampava il mio libro "Lo zen e l'arte della corsa". Un gesto coraggioso per un editore tecnico specializzato, che forse per la prima volta toccava un tema sconfinante nella filosofia. L'ottimo successo decretato dal pubblico di runner che l'hanno apprezzato ha dato forza al messaggio, che qui sotto viene efficacemente sintetizzato:

"Come allenarsi divertendosi, in armonia con il proprio corpo, maturando interiormente. Senza alcun limite."

Ecco la bellissima copertina, studiata da Sbernadori.

Ed ecco il contenuto della presentazione sul retro:

L’emozione del gesto atletico, vissuta in un’ottica originale di riscoperta interiore matura e appassionata, ha creato la premessa per questo libro, ricco di spunti ed itinerari che ognuno potrà percorrere al proprio passo. Episodi autobiografici, suggerimenti pratici, approfondimenti tecnici, piccoli e grandi spunti di riflessione, costituiscono il percorso suggerito dall’autore per riavvicinarsi alla fatica, all’umiltà, all’esaltazione del correre da una prospettiva completamente diversa: guardando dentro di noi, mirati al centro. Tra test, racconti, domande e cronache, vengono toccati tutti i temi che interessano il runner che voglia riscoprire una nuova dimensione. Dall’alimentazione al rilassamento zen, dalle tecniche di respirazione alla tattica di gara, dagli stimoli competitivi all’istintività del gesto atletico, dalla demotivazione all’uso di integratori, al doping, agli infortuni e alle diete, in un libro che vuole far discutere, e non lasciare nessuno indifferente. Un’ampia bibliografia, un glossario zen, e i più recenti siti internet sull’argomento, completano l’opera, lasciando qualche domanda senza risposta. O meglio indicando dei possibili percorsi, per consentire a ciascuno il piacere di "mordere da solo la mela".

 

L’autore

Luca Speciani, virgulto di una famiglia di medici e divulgatori, è nato a Milano nel 1962. Atleta agonista di buon livello, raggiunge ottimi risultati negli anni ’80 su siepi, 5000 e 10.000. Nell’85 consegue a pieni voti la laurea in Scienze Agrarie con una tesi rivoluzionaria sull’omeopatia (a cui segue il libro "Omeopatia e agricoltura"), e si occupa di medicina alternativa, alimentazione naturale, agricoltura biologica. Dopo una parentesi informatica (da cui nasce "Informatica e Agricoltura", e l’attuale gestione autonoma di un sito internet), l’incontro con lo zen lo porta, tra l’altro, a mettere a frutto il suo amore per la natura e le sue conoscenze agronomiche, creando nel ’93 un’azienda agricola vivaistica. Tornato alla corsa, riscopre, in puro spirito zen, l’amore per le lunghe distanze. Nel ’98 sigla 2h36’ in maratona, e 1h10’ sulla mezza distanza. E oggi, nonostante il lavoro in vivaio, la collaborazione con Correre, e la gestione di una famiglia piuttosto articolata, il borsone sportivo è sempre in macchina. All’orizzonte, si intravedono le ultramaratone…

Questa foto compare nella quarta di copertina, con la presentazione libro/autore

 

 


Questa, invece, è una delle prove fatte in bianco e nero. Tenebrosa e suggestiva...

 

Marco Marchei scrive una bellissima prefazione al testo, mostrando di averne capite parecchie sottigliezze...


PREFAZIONE DI MARCO MARCHEI

Nel 1978, dopo aver tentato di sfondare prima nei 3.000 siepi, poi nei 5.000 e 10.000 metri, decisi di allungare definitivamente la distanza e di dedicarmi alla maratona. Erano ancora i tempi in cui si riteneva che potessero ottenere buone prestazioni sui 42 chilometri soltanto atleti ben stagionati, se non addirittura ormai a fine carriera, e dunque la mia giovane età – 24 anni  – parve ai più un handicap di non poco conto. Ma le gambe divoravano la strada come non mai e con grande coraggio decisi di tentare l’avventura in una gara alla quale fino ad allora non aveva mai partecipato nessun italiano: la maratona di New York. Subito si scatenò la “solidarietà” di tutti quegli amici che si sentirono in dovere di darmi consigli d’ogni genere perché non fallissi l’esordio. Mi fu detto tutto e il contrario di tutto. L’unica cosa su cui concordavano era l’esistenza del “muro” dei 35 chilometri: da lì in poi, sofferenza pura. La maratona, insomma, mi fu presentata come gara da tregenda. Confesso che il mio ottimismo vacillò non poco...

L’italiano favorito per quell’edizione della maratona di New York era Massimo Magnani, ferrarese, uomo di punta azzurro sui 42 chilometri. Con me volò da Milano anche Franco Ambrosioni, che aveva già alle spalle un paio di esperienze sulla distanza. Per alcuni giorni non si parlò altro che di allenamenti indispensabili per la maratona, di ritmi obbligati, di diete ferree. Non passava ora che non scoprissi quanto la mia preparazione generale fosse poco adeguata alla situazione, ma ero così gasato per il mio primo volo oltreoceano che non mi feci prendere dall’angoscia e dalle insicurezze che mi venivano trasmesse dai miei compagni di viaggio, Ambrosioni in particolare.

Alla partenza provai una delle emozioni più forti della mia vita. Trovarmi sul Ponte di Verrazano in mezzo a diverse migliaia di altri corridori – una situazione normale, oggi, ma alquanto insolita per quei tempi – mi parve un incredibile privilegio. Mi chiesi subito se valesse la pena di correre adeguandomi a tutte le raccomandazioni che mi erano state fatte o, piuttosto, di mantenere l’atteggiamento distaccato che avevo mantenuto fino ad allora. Salii sul gradino spartitraffico del ponte per godere meglio del panorama da brividi e fui subito “richiamato all’ordine” da Ambrosioni: «Non distrarti, stai concentrato!». Fu così che capii che dovevo andare per la mia strada.

Poco più avanti raggiungemmo Frank Shorter, il vincitore, sei anni prima, della maratona olimpica di Monaco. La sera prima aveva dichiarato in televisione che avrebbe corso la gara come allenamento, prevedendo di concluderla in 2 ore e 20, un tempo ridicolo per lui ma che avrebbe costituito il record personale per Ambrosioni e un’ottimo riscontro per il mio esordio. Senza pudore ci mettemmo a succhiare le ruote del grande campione che procedeva con impressionante regolarità, ma dopo un paio di chilometri cominciai a sentire che non era quello il mio ritmo. Ricordo ancora l’ammonimento del mio compagno («Non fare fesserie o te ne pentirai..!») quando allungai e cominciai a correre finalmente la mia maratona.

Per più di un’ora me la godetti guardandomi intorno e battendo il cinque con spettatori di tutte le età e razze, senza mai perdere, comunque, la necessaria concentrazione. Al Pulaski Bridge un cronometro luminoso dava il passaggio a metà gara: per me 1:08’30”. La proiezione finale dava un incredibile (per me) 2:17’...

Ecco il Queensboro Bridge, belvedere privilegiato sui grattacieli, la Prima Strada con la folla straboccante, il Bronx, il ritorno in Manhattan, Central Park. La fatica cominciava a farsi sentire ma le gambe continuavano a girare e scoprire la città in quel modo era un vero spasso. Cominciai a superare gruppetti di maratoneti in difficoltà, poi dei singoli sempre più staccati tra loro. Non mi accorsi neanche di aver superato il “terribile” trentacinquesimo chilometro. Lungo i saliscendi di Central Park qualcuno mi urlò che ero nono: mi divertii a tallonare e poi staccare altri quattro avversari. All’incirca a un chilometro dall’arrivo mi trovai incollato a un polacco che staccai negli ultimi 400 metri con un allungo perentorio. Passando sotto il ponte d’arrivo al quarto posto assoluto guardai il grande cronometro: 2:16’54”, un tempo, allora, di tutto rispetto, soprattutto per un giovanissimo esordiente. Senza il volatone finale sarebbe stato 2:17’, a suggello della più regolare delle gare di maratona.

All’arrivo mi trovai abbracciato al vincitore, il mitico Bill Rodgers, e al secondo e terzo, gli inglesi Ian Thompson e Trevor Wright. Massimo Magnani, vittima di una storta, si era ritirato. Franco Ambrosioni conquistò un inatteso nono posto in poco più di 2:19’: aveva corso tutta la gara con Frank Shorter, poi, visto che aveva ancora benzina, aveva allungato negli ultimi chilometri.

In Italia la mia impresa fece una discreta sensazione. A chi mi chiedeva come avessi fatto a gestire così bene la gara risposi che mi ero affidato al buon senso, lasciandomi portare dalle sensazioni anziché dal cronometro, e, soprattutto, facendo leva sul mio equilibrio interiore anziché farmi influenzare da condizionamenti esterni. Ma non fui creduto.

Ritornando con la memoria a quella prima maratona mi sono chiesto spesso anch’io, in verità, da dove scaturissero tante risorse fisiche e psichiche. Ho finalmente trovato delle risposte leggendo questo libro di Luca Speciani che ho affrontato dapprima con più d’un pizzico di scetticismo e dal quale invece mi sono poi lasciato avvincere. Ora mi è più chiaro anche il senso di tante altre situazioni, positive e negative, anteriori e successive, alla singolare avventura vissuta sulle strade di New York. Se ora volete andare anche voi alla scoperta delle vostre esperienze zen, non avete che da girare pagina...

 

Mio fratello Attilio, medico e immunologo, scrive invece una presentazione al testo che ne mette in rilievo gli aspetti biochimici e fisiologici, dando conferma alle intuizioni riportate con precisi riferimenti a lavori scientifici:

PRESENTAZIONE DI ATTILIO SPECIANI

Mi sembra di non ricordare la fatica, o di averla percepita come una cosa positiva.

Se ripenso alle gare che mi hanno dato qualcosa di importante (come una emozione da ricordare negli anni, una nuova best performance, o un risultato da mettere in cornice), e le confronto con altre gare di cui poco mi è rimasto, mi accorgo che l’elemento che maggiormente le differenzia è proprio il ricordo della fatica.

Senza bisogno di arrivare primo, il solo fatto di riuscire a superare sei corridori nel chilometro finale di una campestre, porta in genere a percepire lo sforzo in modo molto differente.

Ma il dubbio è forte: è la soddisfazione della vittoria (o del riagguantare i sei avversari anche se poi arrivi 354°) che ti fa alterare la percezione della fatica, o è all’opposto un diverso atteggiamento della mente che ti permette di raggiungere i sei concorrenti?

La lettura di questo libro mi ha aiutato trovare la risposta.

Esiste ormai una vasta base scientifica sulla interazione tra mente e corpo, e le mie  conoscenze relative a questa interazione e alla corsa, si sono quasi sempre molto bene integrate con le idee e i concetti che Luca ha espresso in queste pagine.

I tecnici (medici, biologi ed esperti vari) troveranno in corsivo, in fondo a questa presentazione, le citazioni bibliografiche dei lavori (tutti attualissimi e recenti) a cui faccio riferimento.

La prima cosa da ricordare è che la corsa determina un effetto profondo sulla psiche di qualsiasi runner. Oggi sappiamo con certezza (1) che anche il solo fatto di fare 30 minuti di corsa lenta al giorno determina entro 7 giorni un’azione antidepressiva sull’organismo, quantificabile e verificabile in modo statistico.

E’ interessante notare che questa azione è più rapida dei 15 giorni necessari alla comparsa della azione antidepressiva indotta dai farmaci.

A me, che da immunologo cerco di capire perché questo avviene, piace pensare che una buona parte del movimento della corsa è in realtà “volato”, al di sopra del terreno. E che alla fine di ogni corsa c’è un lungo tratto di strada che è stato “sorvolato”.

Il ritmico susseguirsi di salti  sul terreno determina la produzione di sostanze nervose (dette neurochine) che hanno un’importante azione sull’umore e sulla fisiologia dell’organismo. Quindi so che Luca ha toccato una verità scientifica quando dice che la corsa determina particolari effetti sulle persone. E’ anche vero, però, che la mente può a sua volta determinare effetti importanti sul corpo di chi corre, e sulla sua efficienza fisica.

Si sa, ad esempio, che con la meditazione zen vengono modificati in modo notevole i flussi cerebrali in alcune aree del cervello che si occupano della percezione dello spazio e della distanza (2). Si sa che il ritmo cerebrale “theta”  che origina nella parte frontale del cervello con la meditazione (o grazie agli atteggiamenti meditativi da attivare in corsa), determina la regolazione del ritmo cardiaco, per cui il cuore è meno sollecitato dagli stimoli nervosi che ne determinano l’affaticamento (3). Si sa che chi pratica la meditazione ha una netta riduzione della produzione delle catecolamine connesse allo stress (4).

In modo forse più comprensibile a tutti i runner, che non necessariamente devono conoscere le catecolamine per correre, ma che hanno imparato da subito a conoscere i lattati (o l’acido lattico), fin dalla loro prima esperienza di corsa, segnalo anche che oggi è documentato che il recupero da una prova muscolare standardizzata, e la reattività all’accumulo di lattati nel muscolo e nel sangue, sono nettamente migliori in chi pratica la meditazione che nei soggetti che non la fanno (5).

Questo importante lavoro svolto con atleti, ha controllato VO2 (consumo di ossigeno), concentrazione di lattati nel sangue e frequenza cardiaca, subito dopo un esercizio e a 10 minuti dalla fine dello stesso. Dopo sei mesi di studio, è apparso chiaro che la riduzione dei lattati circolanti era notevolmente più alta nei runner che avevano praticato la meditazione (pur non essendovi incidenza significativa su VO2 e frequenza cardiaca).

Che dire poi dei calcoli di Arcelli, secondo cui leggere riduzioni del costo della corsa (per es. da 0,90 kcal/kg/km a 0,85 kcal/kg/km) - come quelle che Luca sostiene si possano facilmente ottenere con la maggiore fluidità e coordinazione legate al correre zen - farebbero migliorare il personale di un buon maratoneta di ben 8’15”? (6)

La capacità di ottenere una consapevolezza diversa di noi stessi anche durante la corsa, può  migliorare la qualità del nostro gesto tecnico, dei nostri risultati, e della nostra stessa vita.

Non sono frasi fatte o parole avventate: altri studi hanno confermato che chi pratica la meditazione ha una notevole riduzione della produzione di lipoperossidi (7), cioè dei radicali liberi che determinano l’invecchiamento fisico e psichico. Sia del nostro intero organismo che, in modo più banale, della nostra articolazione della caviglia o della cartilagine del ginocchio che ci fanno (o ci hanno fatto) tanto penare!

Riuscire a ridurre i processi ossidativi nell’organismo significa di fatto rallentare i fenomeni di invecchiamento del corpo e della testa. Magari non abbastanza da farci ringiovanire tutti come nel film “Cocoon”, ma probabilmente in modo sufficiente a farci correre sereni per molti anni a venire.

Luca ha voluto provare a insegnarci come.


Lavori citati:

1 - (Br J Sports Med 2001 Apr;35(2):114-117)

2 - (Psychiatry Res 2001 Apr 10;106(2):113-22)

3 - (Brain Res Cogn Brain Res 2001 Apr;11(2):281-87)

4 - (Physiol Behav 2001 Jan;72(1-2):141-46)

5 - (Br J Sports Med 2000 Aug:34(4):268-72)

6 - (E. Arcelli – La maratona: allenamento e alimentazione – Ed.Correre 1989: 11-13)

7 - (Psychosom Med 1998 Jan-Feb;60(1):38-41)

 

 

 

 

INTRODUZIONE

"Uno dei, una delle"

"La via più chiara per penetrare nell’universo
passa nell’intrico di una foresta"
(John Muir)

Per parlare di corsa e zen sembrerebbe necessario disporre almeno di un’infarinatura dei principali concetti di buddhismo e di zen. Così è, infatti, parlando secondo logica. Tuttavia la bellezza dello zen risiede anche nella comprensione della realtà istintiva che va al di là della logica. Tale realtà può essere percepita immergendosi direttamente nel quotidiano e realizzando sé stessi nell’esperienza diretta delle cose. Dedicherò quindi a qualche importante cenno sull’argomento questa introduzione, premettendo però che chi volesse saltarla a piè pari, balzando immediatamente al primo capitolo, non subirà la mia disapprovazione.

Naturalmente leggere queste righe agevolerà la comprensione di tutto il resto, ma poiché (come dice il titolo di un noto libro di Shunryu Suzuki) "Mente zen, mente di principiante", non state a preoccuparvi, e iniziate a leggere dove più vi aggrada. Magari riesaminerete tutto più tardi, e capirete ogni parola in modo incommensurabilmente più profondo.

Il maestro zen a cui un allievo chiese: "Qual è il segreto dello zen?" rispose: "Quando mangio, mangio. Quando dormo, dormo." E alle rimostranze dell’allievo, che non capiva, sostenendo di fare anche lui quelle cose allo stesso modo, il maestro chiarì ulteriormente il concetto dicendo: "Non è vero, asini che non siete altro! Quando mangiate pensate a tutt’altro, e quando dovete dormire vi crogiolate in mille pensieri. E non siete MAI dentro a ciò che state facendo!"

Non crucciatevi quindi, e iniziate la lettura da dove vi pare, istintivamente. Purché però, quando avete deciso di leggere, leggiate davvero.

Quando sentiamo parlare di buddhismo o di induismo, condizionati dal nostro retroterra culturale, siamo soliti pensare a qualche religione esotica, magari dedita al culto di idoli o ai sacrifici umani, o a qualche strana superstizione come il rifiuto delle carni o l’adorazione di statue e di animali. Così mettiamo voo-doo, totem indiani, fachiri ed eremiti nello stesso pentolone delle credenze ingenue ed infantili. Poi, tranquilli, andiamo a leggerci l’oroscopo, o a implorare san pincopallino che risolva i nostri problemi.

Potrebbe anche essere ora di far suonare la sveglia.

In anni recenti il buddhismo ha conquistato un certo numero di nuovi adepti, grazie alla involontaria sponsorizzazione di alcuni vip, tra cui Roberto Baggio, Marco Columbro, Richard Gere, che hanno creato intorno all’argomento un’atmosfera di curiosità e mistero. Ma in che cosa veramente consista il buddhismo, e fino a dove arrivi lo zen, pochi lo sanno, e ancora meno persone lo vivono.

Non è facile ne’ immediato capire di che cosa tratti il buddhismo. Figuriamoci allora capire in che modo questo possa influenzare il nostro modo di correre. Ma abbiate fiducia, perché le due cose sono, per noi atleti, strettamente collegate. E mi perdoneranno filosofi e teologi per le necessarie semplificazioni.

È curiosa inoltre l’immagine che molti hanno dell’uomo Buddha come di un uomo grassissimo, giustificate dall’esistenza di alcune statue che così lo raffigurano. Tale immagine è in totale antitesi con quella riportata (per esempio) nel film "Piccolo Buddha" con il magrissimo Keanu Reeves. O con il fatto che non esista (a mia conoscenza) un solo monaco buddista grasso. Di certo l’uomo Buddha, privo di attaccamenti, ben difficilmente avrebbe potuto soggiacere a quello, elementare, del cibo. Diciamo allora, per chiarire, che se in alcuni periodi storici la venerazione per il santo si era espressa in immagini con ciò che allora era visto come bellezza e abbondanza, ciò non vuol dire che tale immagine corrispondesse al vero. Pensare al Buddha come ad un uomo grasso, pigro e indolente, rientra nel novero delle "spiegazioni di comodo" che ci portano superficialmente a pensare che la nostra religione sia l’unica "giusta".

Liberiamoci, una volta per tutte, di qualsiasi immagine del Buddha, bella o brutta, grassa o magra, e poniamoci, finalmente, in ascolto.

Se per un cattolico è facile capire la religione musulmana o quella ebraica, entrambe monoteiste e con moltissimi punti di contatto (Dio o Allah, profeti, scritture, santi, peccati, paradisi, penitenze), meno facile può essere capire la figura di Buddha, che non dice di essere Dio, ne’ figlio o parente di Dio, ma solo uomo. Forse più vicino alla figura di un Gandhi, di un Socrate, di un S.Francesco o di una Madre Teresa. Perché mai, allora, dovremmo edificare un sistema di pensiero su qualcuno che per sua stessa definizione è solo un uomo? Perché le cose che ha detto e fatto Buddha nella sua vita, sono talmente particolari, che può valere la pena di costruirci sopra un pezzo del proprio percorso. Se poi questa sia religione o filosofia, o altro, non è così importante. C’è tanto da imparare, tanto da applicare, e tanta strada per capire come stare bene, con sé e con gli altri.

Buddha (al secolo Siddharta Gotama, o Sakyamuni) visse in India nel sesto secolo a.c. e, figlio di un re, abbandonò la vita di corte per dedicarsi alla ricerca della causa della sofferenza nel mondo. Passò attraverso diverse esperienze: la povertà, l’ascesi, finché ebbe l’illuminazione (Buddha significa "il risvegliato") ed iniziò a predicare ciò che aveva interiormente compreso.

Proverò a sviluppare una succinta sintesi del tutto personale, che non ha alcuna pretesa di completezza, sul pensiero del Buddha.

Prima di tutto Buddha evidenzia il fatto che la sofferenza è legata al desiderio e all’attaccamento. Attaccamento alle cose, attaccamento alle persone, attaccamento agli obiettivi. Il suo consiglio è quello di "lasciare andare" (noi diremmo: "di volare alto"), ovvero di accettare la vita e le cose, così come sono: senza forzarle, senza volere imporre la nostra visione. Predica inoltre il rispetto di ogni forma vivente e non vivente. Suggerisce di seguire alcuni precetti, che qui non è il caso di approfondire (ma che non prevedono ne’ il celibato, ne’ l’astinenza), e che comunque rappresentano un mezzo, e non un fine.

Predica la compassione, che deve permeare ogni nostro gesto. Invita a fare conto SOLO su sé stessi per affrontare i propri problemi, e a non richiedere interventi esterni, neanche con la preghiera (il sapore di una mela può essere descritto in mille modi, ma finché non la assaggiate da soli…). Per il Buddha tutto scorre, tutto è impermanente, prima o poi svanisce o cambia: dalla più piccola inquietudine alla nostra stessa vita. Con l’attaccamento a ciò che "non è reale" noi otteniamo una visione falsata del mondo che ci circonda. Se invece svuotiamo il nostro sé dalle nebbie dell’egoismo, dalla schiavitù del pensiero, dalle nostre continue aspettative, allora possiamo "vedere".

La visione del mondo "così com’è" è possibile attraverso la meditazione, che non è un’attività di pensiero, ma di "non pensiero". Essa porta, attraverso una sempre maggiore consapevolezza di ciò che siamo e facciamo, all’illuminazione, cioè alla chiara visione. E attraverso la chiara visione, noi percepiamo la realtà non più come dualità bene/male, bello/brutto, vita/morte, spirito/materia, ma come un tutt’uno di cui anche noi siamo parte.

Tutto questo lo predica con il "sorriso del Buddha". Calmo, gentile, pacificato, risvegliato, privo di attaccamenti, pieno di compassione ed amore. Dimostrazione vivente dei frutti dell’illuminazione: con serenità, amore, tolleranza, rispetto, consapevolezza, gioia di vivere.

Tutto qui, direte? Tutto qui.

Si tratta però di un "tutto qui" talmente rivoluzionario da procurargli un numero enorme di seguaci, e un seguito grandissimo nei secoli successivi, dapprima in India, e successivamente in Cina e Giappone, dove nasce, all’incirca nel 600 d.c. lo zen.

In Cina, dove imperano Taoismo e Confucianesimo (due religioni molto pratiche e legate al quotidiano) il buddhismo si svuota della maggior parte degli aspetti rituali e speculativi (peraltro già ridotti all’osso) e nasce lo zen, come corrente di pensiero ancora più rivolta all’istintività e alla spontaneità dei gesti. Lo zen, che non contraddice in alcun modo le basi teoriche del buddhismo, si pone però fin da subito in una posizione critica, rifiutando a priori il valore delle scritture, la rigidità dei precetti, le speculazioni mentali e qualunque simbolo (basti pensare a quel detto zen che recita "Se vedi il Buddha uccidilo", cioè non attaccarti a NESSUN simbolo). Dà quindi massimo valore all’esperienza e all’istintività, sottolineando con forza il valore delle sedute di meditazione come mezzo per evolversi e raggiungere l’illuminazione.

Pratica quotidiana, quindi, in contrasto con le letture, le preghiere, i riti, lo studio teorico di testi e problemi teologici. È proprio questo rifiuto delle gerarchie, dell’autorità, del dogmatismo e delle strutture, che fa dello zen la "pecora nera" del buddhismo. Una "eresia" che ha potuto sopravvivere all’ortodossia solo grazie alla grandissima tolleranza orientale.

In occidente (dove si bruciavano coloro che mettevano in dubbio qualche dogma), probabilmente, sarebbe durata poche settimane.

L’arte zen, per esempio, sia essa pittura, scultura o poesia, è del tutto immediata, e viene realizzata attraverso tratti immediati e spontanei, così come vengono, per cogliere la bellezza o la poesia di un istante. Questi concetti che leggete, ci crediate o no, oltre che nel contenuto, sono stati scritti anche in "modo" zen, cioè istintivamente, seguendo l’ispirazione e (con i necessari ritocchi) trasformandola in parole scritte. Si perderà forse un po’ di organicità dell’insieme, ma la freschezza del contenuto emergerà (se c’è) prepotente. Nella speranza che il messaggio che voglio trasmettere venga colto a livello istintivo, più che razionale.

Un uccello in volo per lo zen è un uccello in volo. Cercare di riprodurlo, impagliarlo, descriverlo o anche solo pensarlo, ne fa una cosa morta. L’unico modo per percepirlo è coglierlo nell’istante. E per cogliere l’istante sono necessarie consapevolezza e chiara visione. Non interpretazioni teologiche, non gerarchie ecclesiastiche, non lunghe descrizioni, non misteri della fede. Mordere la mela, piuttosto. E sentirne il sapore.

Una bellissima poesia di Ikkyu ribadisce il concetto:

"Quel Buddha di pietra merita tutto il guano di uccello che gli cade sopra
Agito le mie scarne braccia come un alto fiore nel vento
"

Non ha alcuna importanza il simbolo. Quello che è veramente reale è la vita, le mie braccia scarne in movimento. Che nella loro semplicità hanno la bellezza di un fiore sospinto dal vento. Infinitamente più vero di qualunque immagine sacra o profana.

Inutile quindi stupirsi se lo zen è stato considerato da tutti "pecora nera".

Nel giro di alcune centinaia di anni lo zen si afferma come pratica buddista prevalente in Cina e Giappone, mentre in India e in Tibet mantiene caratteri più ortodossi. Oggi, a causa della silenziosa invasione cinese del Tibet, il buddismo in Cina è perseguitato, e sostituito da un culto di facciata, filogovernativo. In compenso scuole zen giapponesi si sono sviluppate negli Stati Uniti fin dai primi anni ’60, trovando importanti testimonial (Alan Watts, Jack Kerouac, Allen Ginsberg), e oggi non c’è capitale europea che non abbia un tempio zen più o meno seguito.

In ogni caso, a causa della totale nonviolenza, e della assenza di qualsiasi forzatura nel fare proseliti, la presenza buddista (e ancor più quella zen) è sempre discreta, poco chiassosa, e rispettosa delle altrui convinzioni.

Un punto che ritengo di estrema importanza da affrontare qui (e che trovo perfettamente naturale nella mentalità orientale) è infatti che nessun praticante zen si sognerebbe mai di imporre le proprie idee e le proprie convinzioni a qualcun altro con la forza (plagio, coercizione, imposizione). A differenza della totalità delle altre religioni, che nei secoli si sono macchiate dei più gravi crimini, pensando di fare cosa gradita ai loro dei.

Non solo, ma lo zen non si pone nemmeno l’obiettivo specifico di fare adepti o di allargare il numero dei praticanti. Se questo avviene, è perché la compassione dei singoli praticanti porta a diffondere questi concetti che, prima di qualunque altra cosa, ci aiutano a stare bene con noi stessi e a trovare una maggiore armonia interiore.

Ma l’intima convinzione di chi pratica (poiché professa la tolleranza verso le altre opinioni, e il non attaccamento alla propria) è che lo zen non rappresenti IL percorso, ma UNO DEI possibili percorsi, UNA DELLE possibili strade verso se stessi e verso la comprensione della realtà. Naturalmente, nella mia convinzione, un percorso bellissimo e una strada entusiasmante.

Mi piacerebbe che tutti i consigli e le spiegazioni (soprattutto quelli legati alla corsa) che discuteremo in queste pagine (anche se esposti con passione), fossero interpretati in questa chiave.

Ma quali sono i legami tra zen e attività sportiva, e in particolare tra zen e corsa? Sono moltissimi, e molto più stretti di quanto si possa pensare, sia per l’ultramaratoneta che per colui che si accosta per la prima volta a qualche passo di corsa. Vale sicuramente la pena di capirli uno per uno.

 

Ed ecco l'indice del libro:

Lo zen e l’arte della corsa
Come allenarsi divertendosi, in armonia con il proprio corpo, e maturando interiormente. Senza alcun limite.

Presentazione di Marco Marchei
Presentazione del Dr. Attilio Speciani

INTRODUZIONE
- "Uno dei, una delle"

UNA TEORIA MOLTO "PRATICA"
- Nessuno farà per te ciò che non vuoi fare nemmeno tu.
- Pratica e meditazione
- Corpo e mente come alleati o antagonisti: tutto è uno.
- Corsa e istinto: un gesto naturale.
- Corsa e pensieri: storie vere di atleti cerebrali.
- Il gesto tecnico: essere la propria corsa.

CORRERE ZEN
- Qualche preliminare: compagnia e abbigliamento
- Respirazione e consapevolezza: due facili esercizi
- Corsa e respirazione: zen in movimento
- Energia e percezione del proprio corpo
- Liberarsi dalle tensioni: il rilassamento zen
- Liberarsi dagli obiettivi: la corsa come gioco

ZEN E AGONISMO
- L’allenamento: dovere e piacere.
- Nuovi stimoli per atleti di alto livello
- La gara o la non-gara? Il vero avversario siete voi
- Tecnica di gara zen: prudenti e regolari
- Maratone e ultramaratone: tecniche di resistenza estrema
- Una seduta di allenamento ben fatta: zen e tabelle
- L'accettazione della sconfitta: liberarsi dall’ego e imparare dai propri errori

ZEN CIBO E BENESSERE
- Alimentazione, integrazione, doping: il confine è mentale.
- Perdere peso con lo zen
- Zen, salute e malattia: la prevenzione degli infortuni
- Iniziare a correre con lo zen

VIVERE ZEN
- Un esperimento: se sapeste di dover smettere domani?
- Superare il proprio ego: guardarsi da fuori
- Che cosa cerchiamo in pista: attenzione, amicizia, compassione
- Zen e rapporti umani: fisicità e spiritualità
- L’anti-zen: diverso da noi ma molto simile
- La corsa come fonte di autostima e maturazione personale
- Zen senza sapere di esserlo

DIECI RACCONTI DI CORSA ZEN

- Nudo
- Il tempo che corre
- Milano con mio padre
- Angeli con le zanne
- Sahara 2001
- Il tapascione e l’ambulanza
- Punti di flesso
- Ben presto correvo per la palude
- Mezza di Treviglio
- Corsette americane

DOMANDE E RISPOSTE
- FAQ: qualche domanda un po’ provocatoria
- Test - Quanto sei naturalmente zen nella tua vita?

LE PAROLE PER CHI INCOMINCIA
- Glossario zen per chi muove i primi passi
- Glossario atletico per chi runner non è ancora

PER CHI VUOLE APPROFONDIRE
- Bibliografia ragionata
- Links

IL FUTURO DENTRO DI NOI
- L’evoluzione naturale dell’atleta
- Diventare campioni con lo zen

CHI E’ L’AUTORE
- Un percorso molto personale


Il libro è pubblicato dalla Editoriale Sport Italia di Milano, Via Masaccio 12. Ha circa 200 pagine, e un costo di 17 Euro al pubblico. Ordinandolo a "Correre" con l’apposito cedolino, che compare su ogni numero, tale prezzo sarà comprensivo delle spese di spedizione.

Per qualunque informazione ulteriore, e-mail a clorofilla@vivaioclorofilla.it 

 

Zen links e appunti interessanti

Per sapere qualcosa di più sullo zen, è possibile andarsi a leggere alcuni libri sull'argomento, che trovate descritti succintamente nella bibliografia del sito.
Libri sullo zen per chi incomincia ora
Libri sullo zen per chi vuole approfondire un po'
Lo zen e l’arte di…
Sulla meditazione
Su temi religiosi
Raccolte di detti, storie, massime zen

Se invece, come lo zen suggerisce, volete dedicarvi alla pratica, potete seguire il percorso ordinario, attraverso la conoscenza dell'attività di un centro o di un monastero zen italiano, attraverso la ricca pagina di links di argomento zen presente nel sito.
Vi sono centri a Milano, a Roma, nel Veneto, e sicuramente in parecchi altri posti che ancora non conosco, e che potete senza indugio segnalarmi.

Un pezzo interessante (in inglese) che ho trovato sullo zen e il nuoto, ve lo riporto direttamente:

www.totalimmersion.net/articles/zenlike.html 

 

 

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