Mind Body Work 

 

 

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Novità gustose in arrivo tra breve: libri, integratori MBW, viaggi maratona ecc.
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 Che cos'è

 Mente e maratona

 Le basi scientifiche

 

 


 Che cos'è

Il termine Mind Body Work (MBW) è stato coniato da Luca Speciani e Pietro Trabucchi nel 2003.
La traduzione italiana di questa sigla è "Lavoro mente-corpo" e rappresenta un tentativo di armonizzare queste due componenti all'interno della pratica sportiva - in special modo per la corsa - sulla base dell'assunto che mente e corpo siano due aspetti diversi di una sostanziale unità.

I primi articoli apparsi su Correre che parlavano di questo nuovo metodo di allenamento sono leggibili ai seguenti link:
Mind Body Work ("Correre" di Febbraio 2003)
Vincere con il pilota automatico ("Correre" di Maggio 2003)
L'allenamento del terzo millennio ("Correre" di Luglio-Agosto 2003)
Chi sorride corre più forte? ("Correre" di Ottobre 2003)
Non solo parole ("Correre" di Dicembre 2003)
Ma in diversi altri successivi, sia di Speciani che di Trabucchi, se ne fa o farà esplicito riferimento.

Il metodo sta venendo testato da quasi due anni su atleti di ogni livello (una trentina) che hanno dato ritorni molto interessanti in riferimento agli scopi che la sperimentazione si prefiggeva.

Le presentazioni previste per il metodo MBW (inserite nell'ambito di convegni e incontri) sono per ora le seguenti (richiedere la conferma ufficiale, o preannunciare la propria presenza a clorofilla@vivaioclorofilla.it)

11/10/2003 Courmayeur c/o www.rifugiobonatti.it ore 18.00 incontro libero sul tema:
"Nuove frontiere nella preparazione mentale dello sportivo: il metodo Mind Body Work"
Dr. Luca Speciani - Dr. Franco Confalonieri

1/11/03  New York - ore 15.00 - Hotel Metropolitan  www.metropolitanhotelnyc.com - "Conferenza pre-gara New York City Marathon"
Roberto Fedeli (coordinatore EIS Viaggi) - Laura Fogli - Luca Speciani

17/11/03  Libreria dello Sport - Milano via Carducci 9 - ufficiostampa@libreriadellosport.it
Ore 18.00 - "Incontro con l'autore de 'Lo zen e l'arte della corsa' e 'Mente & Maratona' "

22/11/03 Palazzo dello Sport di Firenze - Viale Paoli - ore 10.00
Convegno su "La tecnica di Corsa" - patrocinato da Fidal Toscana, Firenze Marathon, Corso di Laurea in Scienze Motorie, Training Consultant. Partecipano, oltre a Luca Speciani e Pietro Trabucchi: Enrico Arcelli, Renato Canova, Diego Minciacchi, Marco Bonifazi, Diego Ponchio, Claudio Catini, Nandino Degortes ecc.
Info: silvia@fulviomassini.it 

29/11/03 Expo Milano City Marathon c/o Fiera Milano (ore 17.15) - Stand rivista "Correre"
"Presentazione ufficiale libro 'Mente & Maratona' " con Pietro Trabucchi

21/2/04 Palasport Fiera di Genova, in occasione della Maratona del mare, che tra l'altro correrò.
Nella bellissima cornice del Palasport di Genova, Sabato 21 Febbraio 2004 alle ore 15.00 nella sala VIP, con la compagnia di Giacomo Leone (testimonial della maratona) presenterò l'incontro (gratuito e aperto a tutti) dal titolo "La maratona corsa con il corpo e con la mente". Info: vamereta@tin.it 

Già fioccano i commenti di un libro che sta facendo discutere: le prime lodi, le prime critiche...

Informazioni per eventuali ordini dei libri citati presso clorofilla@vivaioclorofilla.it o www.sportivi.it
Su www.sportivi.it è possibile anche l'ordine diretto a mezzo carta di credito.

Organizzatori di gare, convegni, incontri, che vogliano parlare di Mind Body Work o dei temi discussi in "Mente e Maratona" o ne "Lo zen e l'arte della corsa", mi contattino a questa e-mail.

 

 

 Mente e maratona

Gli autori:

Luca Speciani

Luca Speciani, classe ’62, è figlio di un pioniere della medicina psicosomatica in Italia. Agonista di buon livello, ottiene buoni risultati negli anni ’80 su 3000 siepi, 5000 e 10.000. A quarant’anni corre ancora la maratona in poco più di 2h30, e la mezza in 1h10’.

Dopo la laurea in Scienze Agrarie con una tesi sperimentale sull’omeopatia, si occupa di medicina alternativa, alimentazione naturale, agricoltura biologica. Dopo la creazione di un’azienda agricola ad indirizzo naturale, l’incontro con lo zen lo porta a scrivere nel 2001 “Lo zen e l’arte della corsa”, in cui propone una rapporto nuovo tra mente e corpo nella prestazione sportiva. Da questa esperienza nasce con Pietro Trabucchi il progetto Mind Body Work, che lo impegna nell’attività pratica di internet coach su molti atleti, sperimentando nuovi mezzi di allenamento.

Oggi il suo interesse è incentrato sulle connessioni tra mente e corpo in campo alimentare e sportivo. La sua attività si svolge (oltre che in azienda) tra convegni, lavoro al computer e collaborazioni con la rivista “Correre”, sulla quale tiene mensilmente la rubrica “Mente, corpo e zen”. Ma, tra un impegno e l’altro, non ha ancora perso l’abitudine di infilare una bella gara. Abitudine che non sembra avere intenzione di mettere in discussione…

 

Pietro Trabucchi

Pietro Trabucchi si occupa da anni dei rapporti tra mente e prestazione. Affascinato dalla psicologia applicata allo sport più o meno dal tempo del biberon, dopo la Laurea in psicologia vince una borsa di studio per la metodologia della ricerca all’Università di Torino. Da allora collabora in incarichi di ricerca con l’Istituto di Scienze dello Sport del CONI di Roma. Psicologo delle Squadre Nazionali di Triathlon, ha seguito la preparazione di molti atleti di discipline di endurance ed ha partecipato come psicologo a due spedizioni extraeuropee finalizzate all’ottenimento di record sportivi in alta quota.

Ha pubblicato un libro sulla preparazione mentale negli sport di resistenza e « Ripensare lo sport », pamphlet provocatorio sulle degenerazioni dello sport attuale; è inoltre coautore di un testo universitario sulla psicologia dello sport pubblicato da Zanichelli .

Oltre che pedante strizzacervelli, è anche un appassionato sportivo: tapascione convinto,  a differenza del valente amico Speciani, in maratona non è mai sceso sotto le 2h:50’. La sua specialità sono le gare di ultramaratona, specie se in montagna:  nel 2001 è stato 7° in val d’Isere alla 1° Defì Mondiale sulle 24 ore di corsa in salita; nel 2002. Dopo aver terminato la famigerata Nove Colli Running è risultato vincitore della 1° edizione dell’”Iron Tour”.

 

Indice degli argomenti trattati nel libro:

 

INTRODUZIONE

 

Ringraziamenti

Prefazione (di Marco Marchei)

Mente e Corpo nella corsa: una separazione impossibile

 

Capitolo 1

L’UNITA’ CORPO/MENTE IN AZIONE 
(Alimentazione, integrazione, allenamento)

 

Alimentazione


Uomo, mente e cibo: una lunga storia

Peso e corsa: un parametro da non trascurare

Una mela non è uguale ad una mela. Perchè?

Gli zuccheri: dolci “da morire”

I grassi: un utilissimo “demonio”

Le proteine: mattoni con valore informazionale

Effetti dello sport su psiche e metabolismo del corridore

Le “diete” del maratoneta

-         Diete rivolte al dimagrimento

-         Diete rivolte al mantenimento

-         Diete rivolte all’incremento della prestazione

Spontaneità e istintività nell’alimentazione: i sensi drogati

 

Integrazione


Integratori e prestazioni: un fatto mentale

Doping e prestazione: sfatiamo un mito

L’effetto placebo nello sport

Siamo sicuri che l’epo funzioni?

Per un’integrazione razionale

-         Integrazione vitaminica

-         Integrazione minerale

-         Integratori energetici

-         Acidi grassi essenziali

-         Integratori di tipo ormonale

-         Rischi da assunzione esterna

-         Rischi da squilibrio degli stimoli adattativi

Per un’integrazione naturale

 

Allenamento


Il consumo energetico dell’atleta

Un modello operativo: piazzali e camioncini

Il muro del 35° km

Potenza lipidica e consumo dei grassi

Gli strumenti (fisici) del maratoneta

-         Allenamento a digiuno

-         Lunghissimi a ritmo gara

-         Lunghi progressivi

-         Ripetute lunghe con recupero sostenuto

-         Doppio allenamento ravvicinato

-         Competizioni a tappe

-         Ripetute con recupero affaticante

-         Tecniche alimentari di supporto

-         Preparazione mentale al ritmo maratona

 

 

Capitolo 2

FATTORI MENTALI E PRESTAZIONE ATLETICA: LE BASI SCIENTIFICHE 

 

L’importanza del fattore mentale in maratona

Cos’è l’allenamento mentale

Neurobiologia della corsa: i principi e le basi del MBW

-         Lo stato mentale influenza tutti gli organi del corpo...

-         Ma anche la periferia influenza il centro

-         Si impara meglio quando ci sono di mezzo le emozioni

-         Il problema del “salvavita”

-         Dove gli stimoli emotivi fissano il ricordo

-         Ma una volta imparato è meglio “dimenticare”

-         Come brucia il fuoco dell’attenzione

Evidenze dell’influenza della mente sul funzionamento corporeo

-         Mediazione mentale e sistema immunitario

-         Mediazione mentale e sistema endocrino

-         Mediazione mentale e tono muscolare

-         Mediazione mentale e fenomeni neurovegetativi

-         Mediazione mentale e sistemi energetici

-         Mediazione mentale e suggestione: l’effetto placebo

Approfondimento di aspetti particolari del MBW: i filtri cognitivi

-         Due principi fondamentali della valutazione cognitiva degli eventi

 

IL PESO DEL FATTORE MENTALE NELLA PREPARAZIONE ALLA GARA

Lo stress della preparazione ad obiettivi a lungo termine

-         Modelli di stress

-         Le soglie di vulnerabilità allo stress

-         Strategie pratiche di intervento

La gestione dell’ansia pre-gara e il controllo emotivo

-         I paradossi dell’attivazione

-         Perché percepiamo la competizione come una minaccia mortale

-         Ansiosi di tipo A e ansiosi di tipo B

-         Conoscere il proprio livello di attivazione pre-gara

-         Training mentale per il controllo dell’ansia pre-gara

 

IL PESO DEL FATTORE MENTALE DURANTE LA GARA

La coordinazione mentale della fatica

-         La fatica periferica del maratoneta

-         La fatica come fenomeno a “due vie”

-         Fatica ed attenzione

-         Strategie associative, dissociative e ritmofocali

Il controllo del dolore atletico durante la maratona

-         La natura multifattoriale del dolore: oppiacei endogeni, valutazione cognitiva, atteggiamenti culturali

-         Tecniche per il controllo mentale del dolore

Il fronteggiamento mentale delle crisi metaboliche del maratoneta

 

IN SINTESI

 

 

Capitolo 3

MIND BODY WORK (MBW): LA NUOVA FRONTIERA TECNICA

 

L’allenamento per il maratoneta completo: principi di base

1. Allenare la mente correndo

2. Priorità alla base fisica

3. Ricerca dei punti deboli dell’atleta

4. Gradualità nell’inserimento dei lavori

5. Corretta operatività nei casi di insuccesso

6. Inserimento nella normale programmazione

7. Resoconto di dettaglio fisico e mentale

8. Atteggiamento collaborativo coach-allievo

Alcuni nuovi “mezzi” per allenare mente e corpo: il MBW

1. Allenare la mente alla resistenza allo sforzo prolungato (RES)

-         Allenamento chiave

2. Allenare la mente alla fluidità, alla scioltezza, al miglioramento della tecnica di corsa (FLU)

-         Allenamento chiave

3. Allenare la sensibilità al ritmo gara (SRG)

-         Allenamento chiave

4. Allenare la mente alla determinazione agonistica (MOT)

-         Allenamento chiave

5. Allenare la mente a gestire dolore muscolare e crisi metaboliche (CRI)

-         Allenamento chiave

6. Allenare la mente al massimo sfruttamento della potenza lipidica (LIP)

-         Allenamento chiave

7. Allenare la mente ad agevolare il miglioramento dei valori di potenza

e capacità aerobica (PAE)

-         Allenamento chiave

8. Allenare la mente alla gestione dello stress (STR)

-         Allenamento chiave

9. Allenare la mente alla gestione dell’ansia agonistica (ANS)

-         Allenamento chiave

10. Motivare la mente al piacere di allenarsi e alla voglia di correre (COR)

-         Allenamento chiave

Costruire una tabella “mente/corpo” per andare davvero forte

Una tabella ordinaria per un maratoneta ambizioso

-         Indicazioni sulle modalità di svolgimento dei lavori

-         Il piano

Varianti al piano standard: applicazioni pratiche del MBW

-         Caso 1: remissivo, non combattivo (CRI-MOT-RES)

-         Caso 2: contratto e rigido, muscolare, a consumo prevalente di glicogeno (FLU-SRG-LIP)

-         Caso 3: discontinuo, demotivato, rigido (COR-FLU-STR)

-         Caso 4: incapace di fronteggiare sforzi intensi (RES-PAE-STR)

-         Caso 5: ansioso e stressato (ANS-STR)

Metodi di osservazione dei problemi di atteggiamento (GOAM)

Solo completi si va forte: maratona ed equilibrio mentale

 

Capitolo 4

QUALCHE CONSIDERAZIONE A MARGINE 
(Appendici da non trascurare)

 

Aspetti psicologici del sovrallenamento: i fissati della corsa

1.      Invecchiamento, disfacimento del corpo, dipendenza dall’esercizio ed altri incubi

2.      Il corpo: ultima spiaggia dell’identità

3.      Il “fai da te” dell’ammalato della sindrome di Fixx

Sei un ipoattivatore o un iperattivatore?

Correre Zen: i saggi gia’ lo sapevano

Mente ed infortuni: ascoltare il corpo

Mente e farmaci: solo liberi si vince

Qualche atleta, qualche dato, qualche risultato

Link: qualche interessante riferimento sulla rete

Bibliografia: libri e commenti per approfondire

-         Basi scientifiche

-         Psicologia

-         Alimentazione

-         Corsa

-         Zen

 

Prefazione di Marco Marchei

Tra le tante esperienze fatte nel tentativo di crescere professionalmente, una, in particolare, mi è rimasta impressa (è proprio il caso di dirlo, come si vedrà): un corso di lettura veloce e memorizzazione. Due “materie” piuttosto diverse tra loro, che si basavano su tecniche altrettanto dissimili. Molto meccanica quella che mi ha insegnato, se non proprio a “divorare” le parole, quanto meno a procedere più spedito nella lettura dei testi. Molto più creativa, invece, quella che mi ha portato a tenere a mente date, cifre, calendari, nozioni in genere, anche parecchio complesse. Nella prima parte della lezione si facevano ballare gli occhi, nella seconda – sempre la più attesa – i pensieri.

Il giorno in cui l’insegnante ci dimostrò che memorizzare era un gioco da ragazzi, rimanemmo effettivamente tutti a bocca aperta: uno di noi propose, a caso, una serie di parole che lui ripeté rigorosamente nell’ordine. E per smentire che si trattasse di una magia fece provare noi a fare la stessa cosa, dapprima in gruppo poi individualmente. Il meccanismo, ci spiegò, non era poi difficile; l’importante era lasciare nella memoria una traccia adeguata: che l’impronta fosse più o meno marcata – e dunque restasse per un tempo più o meno lungo – dipendeva dal maggiore o minore coinvolgimento emotivo nel momento in cui si mandava a mente qualcosa. E ci suggerì un percorso, una sorta di racconto immaginario, molto “partecipato” da parte nostra, che in capo a pochi secondi ci consentì di ripetere pari pari le parole proposte. Oggi, a distanza di tempo, sono ancora in grado di snocciolare l’elenco: quella storia che inventai sul momento mi è rimasta scolpita dentro.

Negli anni ho utilizzato più volte quella tecnica di memorizzazione – che in verità mi risulta ancora molto utile – senza chiedermi perché funzionasse e, tanto meno, se poteva essere applicata ad altri campi d’azione. Leggendo le bozze di questo libro, e acquisendo le basi di meccanismi neurofisiologici apparentemente complessi, non solo mi è diventato più semplice comprendere la logica di certi metodi che a molti appaiono ancora come stregonerie, ma ho anche capito che sfruttare le grandi potenzialità della mente applicandole, attraverso tecniche mirate, anche all’allenamento per la corsa era l’uovo di Colombo.

 Certo, bisognava pensarci, elaborare l’idea, trasformarla in teoria, sperimentarla perché desse risultati. Tutti passaggi che Luca Speciani e Pietro Trabucchi – tra l’altro due cari amici – hanno diligentemente scandito prima di arrivare a realizzare quest’opera ponderosa. Che sarà di grande utilità ai maratoneti – e ai corridori in genere – perché li aiuterà a conoscere meglio le proprie risorse ma anche e soprattutto perché per la prima volta – e questo susciterà sicuramente notevole curiosità – proporrà loro tecniche che abbinano l’allenamento mentale a quello fisico.

Tecniche nuove, in grado di dare un bell’aiuto a chi voglia migliorarsi sui 42 chilometri o nelle gare di lunga lena in genere. Altro che il mio corso di memorizzazione!

Credo che questo lavoro rappresenti un percorso nuovo, una pietra miliare su una strada ancora battuta da pochi, a cui molti potranno fare riferimento. E se conosco Luca e Pietro, la loro disponibilità al confronto con altri tecnici, psicologi, medici, fisiologi, alimentaristi, sarà massima, senza nessuna pretesa di “proprietà” su quanto qui scritto. Con l’intenzione invece di fare crescere in qualità e quantità un dibattito su questo interessantissimo argomento.

Lo studio delle interazioni tra mente e corpo nella corsa ha da qualche anno un pubblico attento, esigente e in forte crescita numerica e qualitativa, sempre più insoddisfatto dei “manuali” in circolazione, spesso privi degli indispensabili riferimenti fisiologici e talvolta troppo teorici, che alla fine provocano un ristagno di interesse. Luca e Pietro hanno cercato di tracciare una strada nuova, con due anni di intenso studio teorico e sperimentale sui loro atleti e prima ancora su se stessi.

A loro auguro che lo stretto percorso oggi tracciato nel bosco possa presto diventare per tutti un sentiero largo e comodo. Che spinga altri curiosi o creativi a percorrerlo con convinzione, aiutando il sempre crescente numero di appassionati di maratona, ogni anno più esigenti, a conoscere meglio i perché profondi della bellezza del loro gesto.

 

INTRODUZIONE

Mente e corpo nell’attività sportiva: una separazione impossibile

“Possiamo sperare che la nostra realtà “consensuale” abbia un alto grado di accuratezza rispetto alla realtà fisica, ma assumere automaticamente che l’abbia è una concezione molto limitata.”
Charles Tart


Molti certamente ricorderanno in “Alla ricerca del tempo perduto” il famoso episodio della “madeleine”.  Marcel Proust fa sprofondare nel ricordo il protagonista del libro, nel momento preciso in cui intinge un biscotto (appunto la “madeleine”) nel tè: immagini e sapori del passato che sembravano ormai dimenticati si spalancano nella mente del protagonista del romanzo. Va bene ma che c’entrano i biscotti con la maratona? C’entrano, pazientate ancora un attimo.

Quando Proust utilizzava la sua prosa per descrivere quella sensazione particolare, mai avrebbe pensato che la neurobiologia sarebbe riuscita, solo qualche decennio più tardi, a spiegarla razionalmente. L’immagine mentale di quel biscotto non risiedeva isolata nel cervello del protagonista, ma era connessa in un unico circuito neurale con tutti gli altri ricordi, immagini, profumi e sapori che in un tempo lontano erano stati vissuti insieme alla madeleine.

Evidentemente in quel momento lontano, un forte fattore emotivo aveva stimolato l’amigdala (una parte del cervello legata alle emozioni), fissando – con la precisione e l’immediatezza di un lampo di luce – l’insieme di sensazioni e percezioni vissute in quell’istante, all’interno di un unico circuito di neuroni. L’aver rivissuto un punto qualsiasi di quel circuito (il biscottino), pure a distanza di tanti anni, aveva riattivato l’intero percorso, sommergendo di ricordi il protagonista.

La “madeleine” è solo un esempio per illustrare uno dei principi neurobiologici che abbiamo cercato di applicare all’allenamento della maratona: è un principio, in fondo, che tutti ben conosciamo, e che dice che quello che apprendiamo in una situazione emotivamente pregnante si fissa a fondo nel nostro cervello. Ma è solo un esempio. Abbiamo utilizzato nel libro un certo numero dei principi su cui si basa il funzionamento del nostro cervello; alcuni magari più evidenti, altri meno.

Territori infiniti sono ancora tutti da indagare all’interno del mistero dell’uomo e della sua mente. Vogliamo lasciarli ancora a lungo inesplorati?

In una vecchia fiaba orientale gli dei, arrabbiati con l’uomo che aveva abusato dei suoi immensi poteri, decisero di toglierglieli, nascondendoli in un luogo inaccessibile. Li avessero messi sulla luna, o nel centro della terra, prima o poi l’uomo li avrebbe trovati. Così decisero di nasconderli nell’unico posto dove l’uomo non avrebbe cercato mai: dentro di lui.

Abbiamo voluto dare uno sguardo più approfondito su questo mondo, spazzando via nebbie e pregiudizi e affrontando senza falsi pudori tutte le possibili vie per influenzare positivamente la prestazione del maratoneta. Per farlo ci siamo avvalsi di alcune recenti scoperte scientifiche, che documentano senza ombra di dubbio (a conforto dei più scettici, di quelli che per partito preso non credono neppure all’evidenza) l’influsso biochimico della mente sul corpo, e le complesse interazioni tra emozioni e prestazioni.

Vogliamo provare ad avvicinare i nostri occhi a questo incredibile caleidoscopio?

Il corpo non è in grado di distinguere fra eventi che costituiscono una reale minaccia alla sopravvivenza, ed eventi presenti soltanto nel pensiero”. Questa frase provocatoria è stata scritta da Joan Borysenko, psicobiologa fondatrice della clinica Mente/Corpo del New England, ed è oggi suffragata da numerose prove sperimentali.

Individui dalla personalità multipla (casi psichiatrici studiati da anni) possono essere diabetici in una identità, e normali nell’altra. A un soggetto sotto ipnosi possono formarsi piaghe assolutamente reali sulla pelle anche se il “ferro rovente” con cui l’ipnotizzatore afferma di toccarlo non è altro che una comune matita. E i “cani di Pavlov” da molti decenni dimostrano come il semplice suono di un campanellino possa condizionare la secrezione di enzimi digestivi.

La mente, insomma, può influenzare il nostro corpo e i nostri sensi, sotto molti punti di vista, in modo immediato e potente. Talvolta senza che neppure ce ne rendiamo conto, come per esempio quando riempiamo il nostro “punto oscuro“ visivo (corrispondente al punto di ingresso nella retina del nervo ottico) con il contenuto circostante più probabile.

Se leggendo queste righe siete presi da un sano scetticismo, fate questo piccolo esperimento (diffuso in numerose cliniche), immaginando di tagliare un limone appena estratto dal frigo e di portarlo alla bocca spremendone alcune gocce sulla lingua, che poi deglutirete lentamente. Non avete in mano alcun limone, vero? E allora perché avete prodotto in bocca tutta quella acquolina?

La produzione di saliva è una reazione fisica, su questo non c’è alcun dubbio. Ma la cosa ci è stata indotta dal solo stimolo mentale.

Dove si situa allora il confine tra fisico e mentale? Quali sono i punti di frontiera tra un mondo e l’altro? E ancora: possiamo interagire mentalmente anche in modo volontario per modificare alcune delle nostre reazioni fisiche?

In qualche modo abbiamo cercato di dare risposta a queste domande, inoltrandoci nel terreno della psiconeurobiologia. Ma c’è di più. La campana non suona solo per i “cani di Pavlov”: suona anche per un certo modo di intendere la psicologia applicata allo sport. Sia detto senza polemica: la psicologia dello sport – specialmente in Italia – deve finalmente darsi delle basi scientifiche, dotarsi di metodi operativi rigorosi, concreti, condivisibili. Non ci sono molte alternative: rimane altrimenti solo la sudditanza psicologica e acritica nei confronti di modelli e teorie. Da vent’anni, ad esempio, va per la maggiore in Italia un modello dell’attenzione che – purtroppo - non trova un preciso fondamento neurofisiologico, né – almeno - un qualche sbocco operativo concreto (qualcosa che applicato modifichi la prestazione in maniera misurabile ed evidente). 

Perciò, o perché è ormai assimilato ad una verità rivelata, o perché edificare nuovi schemi costa fatica, quel modello continua a rimanere lì. E così, tanti altri. Forse, di questi tempi,  chi - come noi - osa proporre modelli e metodi non fumosi, ma che richiedono fatica ed applicazione, rischia di perdere in partenza. La gente richiede soluzioni magiche ed onnipotenti, che non comportano impegno, dedizione e fatica: ciò non vale solo per il ricorso utopico agli integratori, ai farmaci o all’elettrostimolatore. Anche la psicologia applicata allo sport va bene nella misura in cui promette l’impossibile senza chiedere nulla in cambio. Chi, come noi, prospetta “lacrime e sangue” e dice apertamente che crescere costa fatica, spesso non è ascoltato.

Ma torniamo ad esplorare la ricchezza della prospettiva psiconeurobiologica, che dà spessore e fondamento a ciò che affermiamo..

Un amico burlone che incrociate per strada, all’improvviso finge di darvi un forte schiaffo. All’ultimo istante si blocca. Non vi ha toccato. Nemmeno sfiorato. Ma la vostra mente ha registrato il pericolo e ha fatto secernere alla vostra corteccia surrenale gli ormoni del combattimento o della fuga: adrenalina e cortisolo. Risultato: il vostro cuore batte più forte, la vostra pressione arteriosa è aumentata, il vostro sangue è affluito copiosamente ai muscoli, e i controlli periodici del vostro sistema immunitario si sono temporaneamente arrestati. Tutto questo solo per effetto della vostra mente involontaria che ha interpretato l’improvviso attacco come vero. Ma sarebbe accaduto lo stesso per una frenata improvvisa, per una sirena inaspettata, per una scivolata sul ghiaccio, per uno spavento qualsiasi. L’azione della mente, programmata evolutivamente per difenderci dai pericoli di un mondo ostile, è potente e profonda. E può sfuggirci di mano.

Dobbiamo ai ricercatori americani Candace Pert e Solomon Snyder (premio Nobel), l’identificazione di alcune delle frontiere biologiche più avanzate nel dialogo tra mente e corpo, attraverso la scoperta del “recettore degli oppiacei”. Negli anni ’70 e ’80 sono state infatti studiate a fondo le modalità di comunicazione tra cervello e organi con la scoperta di sostanze “informazionali” (neurotrasmettitori) prodotte dal cervello stesso, in grado di inviare messaggi molto precisi a specifici recettori presenti negli organi o in altre aree cerebrali. La secrezione di quantità infinitesimali di neurotrasmettitori, stimolata dall’attività mentale (ma anche iniettata con una siringa), provocava effetti a cascata di notevole impatto sugli organi bersaglio, ad esempio provocando la contrazione dell’utero, l’abbassamento della pressione sanguigna o l’attenuazione della sensazione di dolore (quest’ultima attraverso le endorfine, scoperte dai premi Nobel Hughes e Kosterlitz). Basandosi in parte sulle ricerche della Pert, Ed Blalock scoprì poi che il dialogo biochimico poteva anche essere inverso, evidenziando come i recettori esistenti a livello cerebrale esistessero anche a livello di organo, e come la secrezione di neurotrasmettitori potesse muoversi in entrambe le direzioni. Tanto da fare affermare a Deepak Chopra, con un’immagine particolarmente colorita, che se la mente è triste, anche il nostro cuore, il nostro fegato, i nostri polmoni saranno tristi.

Negli ultimi 10-15 anni, invece, si sono moltiplicati studi diretti sull’attività cerebrale, grazie a nuovi sistemi d’indagine non invasivi, come “pet” e “fMRI” (tomografia ad emissione di positroni, e risonanza magnetica funzionale), grazie ai quali si sono chiarite alcune delle dinamiche mentali di registrazione delle emozioni, di memorizzazione degli eventi, e di condizionamento dei circuiti neurali. Importantissimi, e fra loro complementari, gli studi in questo campo di Lorente De No, Hebb, Siegel, Ledoux, Ramachandran, che hanno trasferito su un piano strettamente neurobiologico, ciò che fino a qualche anno fa veniva interpretato solo alla luce di teorie psicologiche o psicosomatiche.

Sono insomma state poste le basi per la comprensione del passaggio di informazioni tra mente e corpo non più in modo gerarchico (la mente comanda il corpo) ma in modo paritetico. La mente è in grado di influenzare tutte le funzioni corporee, e il corpo può influenzare quelle mentali. Si tratta quindi di una fitta ed intricata rete informativa che vive di un continuo interscambio, destinato a rivoluzionare molti concetti ormai superati nella struttura organizzativa ed informazionale dell’essere vivente. Si sta quindi delineando scientificamente l’immagine di un corpo che non è più solo corpo, ma diventa l’insieme indivisibile corpo/mente. Che, o viene trattato in modo integrato (sia terapeuticamente che in funzione di obiettivi più pragmatici), oppure non può portare ad alcun risultato apprezzabile.

Ragionando di questa nuova struttura dell’individuo, diventa chiaro come l’azione potente della mente non sia solo involontaria o inconscia, ma possa anche essere governata dalle nostre scelte e dai nostri comportamenti. E dove l’interazione tra emozioni, processi mentali inconsci, ed elaborazioni cognitive, può - forse per la prima volta nella storia della scienza - essere guidata in un modo preciso verso obiettivi medici, psicologici, e (come vedremo nel corso del libro) anche molto pratici, come nella nostra attività sportiva quotidiana.

Ricerche recenti condotte negli Stati Uniti presso il dipartimento di fisiologia dell’UCLA e presso il Brain Research Institute di Mosca, nonché dati sperimentali autorevolmente pubblicati sul British Journal of Sports Medicine dell’Agosto 2000, hanno dimostrato con chiarezza che un’attività di meditazione standardizzata (quindi ottenuta con atti volontari) ha indotto riduzione della pressione e della frequenza cardiaca, minor consumo di ossigeno, riduzione dei livelli plasmatici di cortisolo e di acido lattico, aumento della resistenza cutanea ecc.

L’attività mentale conscia e inconscia, dunque, governa in modo attivo e incisivo un buon numero di parametri biologici dell’individuo, che sarebbe inconcepibile ignorare sia in medicina che in qualunque altra branca del sapere che abbia attinenza con il corpo umano.

Ebbene ci chiediamo perché la scienza dell’allenamento, per altri versi avanzatissima, abbia per decenni trascurato (o appena sfiorato) tutte le implicazioni legate allo stretto rapporto tra mente e corpo nell’atleta, in particolare per quanto gli aspetti mentali possano influenzare, sia in positivo che in negativo, le prestazioni sportive.

Indubbiamente tutte le scienze devono ancora scontare il pregiudizio cartesiano che distingueva con nettezza corpo e anima, res extensa da res cogitans (ricordiamolo: a causa del divieto ecclesiastico, che gli vietava esplicitamente di indagare su quest’ultima!). Tale pregiudizio ha, ahimé, influenzato quattro secoli di ricerca scientifica che solo oggi, con grave ritardo, sembra svegliarsi da un colpevole torpore.

Ancora oggi fenomeni studiatissimi, come l’effetto “placebo” o la crescita esponenziale di malattie ad alta incidenza psicosomatica (ulcere, psoriasi) vengono trattati in modo non corretto, invece di essere portati ad esempio per capire e studiare più a fondo le immense potenzialità della mente umana. Chi se ne occupa dal punto di vista mentale viene spesso bollato come un fantasioso sognatore, o come qualcuno che adotti un approccio poco scientifico. Il futuro, tuttavia, è di chi ha il coraggio di abbandonare sponde sicure per indagare ciò che ancora non è spiegato. E chi questo coraggio non l’avrà avuto, dovrà, alla fine, restarsene fermo al palo.

La risposta a tutti i nostri quesiti, passa attraverso la comprensione del fatto che l’uomo non è costituito di sola carne, e che corpo e mente sono una sola cosa. Ciò significa che nessuno dei due prevale sull’altro dominandolo o governandolo. Vuole dire, in altre parole, che stiamo parlando della stessa cosa. Vuole dire che una separazione non ha alcun senso. E non ci può essere indagine scientifica davvero completa che ignori l’una o l’altra delle due facce del problema.

Non riteniamo infatti accettabile né l’eccesso dualista (che suppone la mente una cosa del tutto distinta dal corpo, costituita da materia diversa), né l’eccesso meccanicista (che assimila la mente ad un computer, riproducibile a piacere).

Lo studio delle tecniche alimentari e di allenamento del maratoneta non fa eccezione. Qualunque testo tecnico che ignori gli aspetti mentali in grado di influenzare le prestazioni del corridore, non può dirsi completo.

Se un atleta, casualmente, interpreterà mentalmente le gare in modo corretto, potrà eccellere. Se invece, ignorando il problema, farà casualmente le scelte sbagliate, fallirà senza neppure sapersi spiegare il perché.

Vi sono atleti dotati fisicamente di un immenso talento, che in tutta la loro carriera hanno vinto poco o nulla. Ad esempio Dave Bedford o Ron Clarke, sempre battuti da qualcun altro anche quando detenevano i record mondiali sulle rispettive distanze. Ma anche campioni ancora in attività, talenti naturali spesso traditi dal fattore emotivo o dall’incapacità di interpretare mentalmente una gara nel modo più giusto. Altri, magari atleticamente meno dotati dei loro diretti avversari (mi vengono in mente Cova, Bordin, Baldini) hanno invece saputo vincere di tutto: olimpiadi, campionati del mondo, campionati europei. Questo grazie ad altissime doti mentali, che andavano dalla capacità di sopportazione del dolore, alla mentalità vincente, fino al superamento delle crisi d’ansia e al rilassamento in corsa.

Tali doti non sempre erano naturali, ma in alcuni casi sono state indotte con specifici training (è il caso, per esempio, del lavoro svolto da Gigliotti con Bordin).

In un momento come questo, in cui lo studio delle tecniche di allenamento e alimentazione per il maratoneta ha raggiunto livelli di raffinamento inimmaginabili, non è concepibile pensare ad un piano di allenamento per un top runner che escluda o trascuri la preparazione mentale dell’atleta all’evento. Se per l’atleta amatore l’effetto potrà essere compensato da altri parametri di più semplice miglioramento (numero di km o di allenamenti settimanali, alimentazione adeguata, tabelle più razionali ecc.), per il top runner o per l’amatore evoluto – che siano già vicini ai loro limiti fisici – l’allenamento mentale può fare la differenza.

Abbiamo voluto chiamare questo tipo di allenamento MBW, sigla che sta ad indicare Mind Body Work, ovvero lavoro integrato mente/corpo, che sarà il frutto finale della lettura e (speriamo) della comprensione di questo testo.

Nel MBW abbiamo utilizzato le scoperte neurobiologiche degli ultimi vent’anni per mettere a punto un metodo che consentisse di fissare determinati messaggi psichici (motivazione, determinazione agonistica, resistenza organica) all’interno dei nostri circuiti mentali, grazie all’attivazione dei corretti circuiti emotivi, e alla stimolazione di alcune aree dell’amigdala. Questa stimolazione l’abbiamo cercata non attraverso condizionamenti psicologici o verbali (ipnosi, training autogeno ecc.), ma attraverso veri e propri allenamenti in campo (del tutto sovrapponibili a quelli consueti), il cui metodo e le cui modalità operative si prefiggono il condizionamento positivo di un atteggiamento mentale, insieme allo stimolo fisico ordinario.

Lo schema è piuttosto semplice: attraverso un certo numero di allenamenti mirati, che per più di un anno sono stati studiati su atleti seguiti da diversi allenatori in tutta Italia, abbiamo indotto uno stimolo emotivo forte, in grado di “imprimersi” con forza nella mente dell’atleta. Il “lampo di luce” emotivo prodotto con la stimolazione dell’amigdala nel momento preciso in cui si verificano determinate situazioni organiche (esaurimento energia, accumulo stanchezza, cambio di ritmo e reazione muscolare) lascia “impressionate” come lastre fotografiche le configurazioni neurali corrispondenti alla situazione che si vuole influenzare. Dopo un adeguato condizionamento, dunque, succede che in una situazione analoga, la mente risponda esattamente come le abbiamo insegnato a fare. Consentendo all’atleta di rimuovere i blocchi naturali che la mente esercita sulle funzionalità muscolari, ottenendo prestazioni di alta eccellenza.

Gli scettici se ne facciano una ragione: siamo arrivati parecchio avanti.

Abbiamo affrontato problemi come l’ansia pre-gara, la percezione della fatica e i mezzi per contrastarla, il superamento delle crisi metaboliche, gli effetti ormonali della tensione in gara, la determinazione agonistica, la motivazione a correre, e tutte le possibili implicazioni correlate. Ne abbiamo sviscerato con rigore scientifico, ove possibile, i punti di contatto biochimici, fisiologici, mentali.

Su quelle basi, infine, abbiamo creato dei principi sui quali lavorare, allenandoci ad acquisire stabilmente quelle doti nel nostro patrimonio fisico, istintivo e razionale.

Questa impostazione innovativa prende il nome, come già detto, di MBW: Mind Body Work.

Molti continueranno a dire: “Noi non ne sappiamo nulla”, e i loro corpi e le loro menti continueranno a trotterellare disgiunti da una parte e dall’altra della carreggiata. Coloro che avranno invece voluto provare, giudicheranno da soli i risultati raggiunti, dopo avere applicato, parola per parola, seduta dopo seduta, quanto insieme abbiamo provato a realizzare.

Luca Speciani – Pietro Trabucchi

 

 

LE “DIETE” DEL MARATONETA

E’ ormai scientificamente assodato, che esiste un controllo da parte del cervello sull’assunzione di questo o quel cibo, nel senso chela nostra testa è in grado di selezionare i nutrienti di cui si ha bisogno in quel dato momento della giornata.

Francesco Bottaccioli

 

Quando si parla di dieta occorre immediatamente chiarire (con se stessi prima che con qualunque medico o dietista) quali obiettivi ci si pone, e in particolare se si vuole:

1)      Una dieta per dimagrire

2)      Una dieta per mantenersi sani e in forma

3)      Una dieta per migliorare le proprie prestazioni

Una volta appurato quale sia il proprio obiettivo, andranno esaminati gli strumenti a disposizione per raggiungerlo.

Senza pretese assolute di imparzialità vogliamo qui riportare alcune importanti considerazioni su alcune delle diete (o dei regimi alimentari) più comuni, evidenziando dei pro e dei contro che consentano a ciascuno di operare autonomamente le proprie scelte. Le nostre scelte, e l’esperienza diretta vissuta in alcuni casi, influenzeranno in qualche modo il nostro giudizio.

 

Diete rivolte al dimagrimento

Il concetto di base che per decenni ha accompagnato qualunque regime dietistico, è stato quello di definire i fabbisogni calorici di un individuo, limitando poi in modo coercitivo l’assunzione di calorie al di sotto dei fabbisogni minimi, al fine di indurre un dimagrimento, attraverso lo svuotamento dei depositi di grasso di riserva.

Questo principio, che dal punto di vista matematico sta in piedi, non considera tuttavia alcune importanti implicazioni psicologiche ed ormonali, che impediscono quasi sempre una buona riuscita della dieta nel lungo periodo.

Il motivo principale del fallimento delle diete basate solo sull’assunzione di un numero limitato di calorie, è strettamente connesso con l’unicità psico-fisica del nostro organismo. Non vi è infatti modificazione organica (Pert, Blalock, Chopra) che non abbia un riflesso mentale, o modificazione mentale che non comporti una risposta organica, in una catena di interazioni che si ferma solo una volta giunta al suo naturale punto di equilibrio.

Se il corpo ha accumulato, per esempio, una certa quantità di depositi adiposi (a seguito di alimentazione errata o sovrabbondante), non potrà cederli per il consumo energetico come se niente fosse: dovrà invece trovare gli adeguati stimoli perché ciò possa avvenire. La logica comune, che prevede una rigida dieta ipocalorica, è destinata a fallire, perché il messaggio che il corpo riceve con la sottoalimentazione è quello che il corpo dei nostri antenati avrebbe ricevuto in tempi di carestia. E di fronte ad una carestia, il corpo cerca in ogni modo di ridurre i propri consumi (attraverso un’immediata riduzione dei propri ritmi metabolici), cercando nello stesso tempo di centellinare il consumo delle scorte grasse, nell’ipotesi di dover fare fronte ad un lungo periodo di privazioni.

Succede così che la persona sovrappeso, costretta ad un regime alimentare durissimo, perda con grande difficoltà qualche kg a prezzo di sforzi psicologici enormi, per poi riacquistarli immediatamente e con gli interessi non appena interrotto il regime dietistico coercitivo. La via, evidentemente, non è quella giusta. Anche in considerazione del fatto, ormai noto, che se il sovrappeso è un fattore di rischio coronarico, ancora di più lo è il continuare a perdere e riacquistare chili.

Tra le diete più note che rientrano in questa categoria (diete basate sul semplice controllo calorico) vi è la cosiddetta “dieta punti”. In questa dieta ad ogni cibo viene associato un punteggio (relativo ad una certa quantità fissa: per esempio 100 g), che è proporzionale all’effettivo apporto calorico del cibo in oggetto. Ogni persona ha a disposizione un certo numero di punti (calorie) da spendere durante il giorno. Oltre quelle non può andare. La dieta punti quindi rende solo un po’ più semplice il calcolo delle calorie ingerite, ma mantiene la logica matematica più calorie = più grasso.

La domanda elementare che va posta prima di addentrarsi in qualsiasi giudizio sulla dieta punti è come misurare con precisione i fabbisogni calorici corretti per un individuo. Non esistono infatti tabelle precise i cui valori siano accettati da tutti i dietologi. Di solito si parla di calorie per kg di peso vivo. Ma se un individuo è obeso, cosa facciamo? Nutriamo anche il suo “zainetto” grasso?

La prima cosa da fare, dunque, è quella di scorporare la massa magra da quella grassa. Per farlo la massa magra da quella grassa si utilizzano vari sistemi, che tuttavia danno risultati diversi sulla stessa persona: dalla plicometria, fino alle bilance elettroniche. Alla fine si tende a utilizzare dei valori medi, non necessariamente precisissimi.

Una volta identificata la massa magra, viene calcolato l’apporto nutritivo ideale in termini di calorie, che viene chiamato fabbisogno basale o “del sedentario”. Ad esso va aggiunto il consumo calorico dell’attività svolta (che può andare dall’attività in cucina, fino a svariate ore di ciclismo agonistico), per ottenere il numero complessivo di calorie da fornire ogni giorno. Da questo punto di vista, chi corre è avvantaggiato, in quanto vi sono poche attività che abbiano un consumo calorico pari a quello sviluppato dal runner. Nuoto, ciclismo, calcio, volley, per quanto rientrino nel novero degli sport aerobici o misti, richiedono tempi sportivi molto più lunghi per consumare una quantità di energia paragonabile.

Il consumo di chi corre, può infatti essere sintetizzato nella formula:

C = K *  kg peso * km percorsi

Dove K rappresenta un coefficiente di economicità di corsa (di solito con valori da 0,9 a 1,1).

Un atleta di 65 kg che percorra (con buono stile) 10 km, consumerà dunque circa 650 kcal, che dovranno essere aggiunte ai fabbisogni basali per bilanciare gli apporti esterni di nutrienti. La quantità di grassi consumata, sarà tuttavia molto inferiore, venendo consumato, in condizioni normali, quasi soltanto glicogeno, i cui depositi – temporaneamente svuotati - si riempiranno rapidamente poco dopo il pasto successivo.

Una volta stabilito, dunque, un fabbisogno basale di 2000 kcal e un fabbisogno sportivo di 650, occorrerà dunque trasformare questo dato in porzioni di cibi da mangiare. E’ chiaro che, non potendo portarsi dietro il bilancino ad ogni ristorante o bar nel quale mangiamo, risulterà di difficile applicazione il rispetto preciso della dieta impostata. Insomma: una dieta basata sulle sole calorie, non è solo di difficile applicazione. Molto facilmente potrà anche non riuscire ad ottenere alcun risultato.

E’ chiaro come una dieta di questo tipo ignori tutte le componenti legate agli effetti ormonali dell’assunzione di cibo, ignori lo stimolo alla fame, ignori la ripartizione tra nutrienti diversi, e ignori anche lo stimolo metabolico derivante dalla distribuzione dei pasti nella giornata.

Un regime alimentare rivolto al dimagrimento, pur non potendo muovere i propri passi in totale indipendenza dall’apporto calorico, deve tuttavia porsi degli obiettivi di lungo periodo, lavorando appunto sugli stimoli alla fame, sugli aspetti psicologici e ormonali dell’alimentazione, e sull’incremento dei ritmi metabolici, anche inserendo un uso moderato dell’attività sportiva.

Vediamo dunque alcuni altri esempi di diete dimagranti più o meno di successo, con i loro pro e contro.

Vi è un nutrito gruppo di diete, che potremmo chiamare, con un po’ di approssimazione, “monocibo”. Rientrano tra queste la dieta dello yogurt, la dieta dell’uva, la dieta del minestrone, la dieta ananas/pompelmo, la dieta del succo di frutta e le mille altre simili che mensilmente vengono riportate sulle riviste femminili. Il concetto di fondo di queste diete è quello di consentire di cibarsi solo di uno o di pochissimi alimenti, sfruttando quindi l’autodifesa individuale verso l’eccesso di un certo nutriente, con il risultato che la fame dopo un po’ passa, e le calorie assunte restano basse.

A parte il fatto che questo tipo di dieta è fortemente squilibrante, e talvolta può anche generare intolleranze o allergie ai cibi assunti in così grande quantità, solitamente tutte sono in grado di garantire nei primi giorni un certo effetto dimagrante. Ma i chili eventualmente persi, verranno prontamente recuperati in brevissimo tempo, a causa dei motivi sopraccennati: la sensazione di “carestia”, e il rallentamento metabolico. In più, nelle diete monocibo dove il nutriente principale sia costituito da soli carboidrati (ad esempio uva, minestrone, succo di frutta), dopo ogni pasto la secrezione insulinica conseguente renderà terribili i morsi della fame. Resistere alla fame da lupi indotta dalla risposta organica alla riduzione della glicemia provocata dal suddetto ormone diventerà sempre più difficile, e dopo qualche giorno di sofferenza, il malcapitato si troverà ad addentare una torta al cioccolato, recuperando in pochi giorni quei pochi grammi persi con fatica in settimane di dura dieta. Lo squilibrio fisico indotto da una dieta sbilanciata, non potrà che riflettersi disastrosamente sul vostro equilibrio psichico.

Una variante più intelligente della dieta monocibo è la cosiddetta dieta “Maazel”. In questa dieta vale il principio dell’abbinamento dei cibi. Si è osservato infatti che non mescolando mai proteine e carboidrati nella stessa giornata, l’assimilazione dei nutrienti avviene con difficoltà, aiutando così il dimagrimento. Si tratta quindi di fissare dei giorni “proteici” in cui si mangiano solo carni, pesce, noci, parmigiano, e giorni “a carboidrati” in cui sono consentiti pasta, pane, riso, verdure ma nessuna proteina, nemmeno il formaggio sulla pasta. In verità la dieta Maazel stretta prevede anche intere giornate di sola frutta, impone un pasto di sola frutta per separare pasti di proteine o di carboidrati, e infine obbliga anche al controllo calorico qualora si voglia veramente dimagrire e non soltanto “mantenersi”.

La Maazel quindi non è propriamente una dieta monocibo, poiché consente alcuni ristretti gruppi di cibi, e nella rotazione complessiva li consente tutti, evitando quindi gli squilibri più gravi legati alle “monocibo” più strette. Tuttavia non sfuggirà all’occhio vigile di chi legge che la giornata di soli carboidrati, per quanto limitata nelle quantità, provocherà intense secrezioni di insulina, con indesiderato immagazzinamento di grasso negli adipociti e belluina sensazione di fame. Per non parlare dell’affaticamento epatico e renale conseguente alla giornata di sole proteine. Senza poi tenere conto degli effetti psichici di un’alimentazione sbilanciata. A che pro dunque squilibrarsi in questo modo? Il vantaggio è che questo tipo di dieta raggiunge piuttosto rapidamente il suo scopo immediato, ovvero la perdita di qualche kg di peso.

Ma, direte voi, anche le monocibo fanno perdere peso, facendolo tuttavia recuperare in breve tempo, e talvolta con gli interessi. Succede così anche per le diete, come la Maazel, impostate sulle associazioni alimentari? Non sempre. Infatti, una volta persi i primi 4-5 kg con la dieta stretta (giornate di frutta, e controllo calorico), è possibile continuare con la stessa dieta per un lungo periodo, seguendo però il criterio di mantenimento. Il mantenimento prevede gli stessi criteri della dieta dimagrante (giorni proteici e giorni a carboidrati), ma senza le giornate “frutta” (da conservare di tanto in tanto a scopo disintossicante, quanto mai salutari visto l’effetto intossicante delle giornate proteiche), e soprattutto senza alcuna limitazione sulle quantità. E questo è l’effetto più piacevole per i golosi, della dieta Maazel di mantenimento: la possibilità di mangiare (per un giorno) carboidrati fino a scoppiare, senza mettere su peso. Sembra impossibile, eppure la mia esperienza mi ha mostrato che effettivamente funziona. Migliorando anzi la digeribilità media dei principi nutritivi.

Avendo la necessità di perdere peso, in un periodo di inattività sportiva, ho infatti introdotto i principi di questa dieta per periodi non brevissimi, e ho effettivamente perso peso con facilità, mantenendolo poi “ribassato” per un lungo periodo successivo. E la stessa cosa ho potuto constatare su familiari, amici e conoscenti che la praticavano.

Il mio giudizio di oggi su questo regime alimentare (benché migliore rispetto alle squilibranti e inutili diete monocibo) è tuttavia negativo, per una serie di motivi.

Prima di tutto è una dieta dalla applicazione pratica non facilissima. Al ristorante, o ospiti a cena, si deve rinunciare a buona parte dei cibi offerti. E’ difficile infatti trovare cibi solo proteici, o del tutto privi di proteine, nella consueta cucina italiana. Ma l’aspetto più grave, a mio giudizio, è quello legato agli squilibri insulinici indotti durante i pasti di soli carboidrati. Un pasto abbondante costituito prevalentemente da amidi (pane, pasta, dolci) alzerà la glicemia in modo tale da stimolare una discreta produzione di insulina, che svuoterà il sangue dall’eccesso di zuccheri, indirizzando questi ultimi agli adipociti sotto forma di grassi di riserva. Vale la pena di sottoporre il corpo a questa innaturale “fisarmonica” di effetti contrastanti? E a prezzo di quali condizionamenti mentali? L’effetto più frequente è quello di disabituare il proprio corpo all’autoregolazione nutritiva. Forzandosi ad un’alimentazione “per categorie” di lunga durata, ci abitueremo a reprimere gli stimoli legati ai reali bisogni del nostro corpo, con tutte le conseguenze deleterie che possiamo facilmente immaginarci. Quando il nostro corpo sentirà bisogno di proteine (dopo un allenamento sfibrante) o di zuccheri (dopo un allenamento lungo e lento), noi ci obbligheremo a mangiare altro, per restare nel peso forma. Piuttosto assurdo, no?

Ciò che tuttavia condanna definitivamente questo tipo di dieta, è il fatto che, una volta interrotta la cosiddetta “dieta mantenimento”, nel giro di pochi mesi, il peso ritorna gradualmente verso il punto dal quale si era partiti, in quanto si tratta di una specie di “imbroglio” che noi attuiamo verso il corpo, che tuttavia non abbassa in alcun modo il “setpoint”, ovvero il nostro centro di regolazione interno del grasso corporeo.

Una dieta che invece supera alcuni dei problemi evidenziati nelle altre, è senza dubbio la dieta a zona, così definita dal suo inventore, l’americano Barry Sears (fisiologo e biochimico americano), che cercava una soluzione all’insorgere di problemi cardiovascolari precoci (rischio infarto) sempre più diffusi nella popolazione americana. Sears attribuì all’esagerata produzione di insulina l’origine dell’accumulo di trigliceridi nelle arterie. Mantenere bassi i livelli di insulina nel corpo, significava però anche prevenire l’ingrassamento e quindi la “dieta a zona” decollò anche come sistema dimagrante.

L’insulina viene prodotta dal pancreas ed ha l’importante funzione di rimuovere l’eccesso di zuccheri presente nel sangue. E’ quindi un ormone indispensabile, e i diabetici (che ne soffrono la carenza) sono dipendenti da apporti esterni dell’ormone. Poiché però l’insulina attiva l’accumulo dei grassi (come deposito degli zuccheri rimossi dal sangue), un suo eccesso predispone il corpo all’ingrassamento e a un certo numero di patologie cardiovascolari e degenerative.

Come tenere bassi i livelli di insulina? Accoppiando i cibi in modo da non avere mai eccessi di carboidrati rispetto alle proteine assunte. Ma cosa vuol dire eccesso? Secondo Sears[1] il rapporto ideale dal punto di vista calorico tra carboidrati, proteine e grassi è pari a 40/30/30. Con licenza di muoversi nell’ambito di una “zona” tra  proteine e carboidrati (da cui il nome) che va da 0,6 a 1, ovvero una quantità di proteine che sia tra il 60% ed il 100% di quella dei carboidrati. Se si resta in questo intervallo, i livelli di insulina prodotti risultano del tutto normali, ed  è immediatamente percepibile l’effetto sul calo della sensazione di fame. Quando si eccede con i carboidrati, infatti, il corpo produce subito insulina per ridurre la glicemia (la concentrazione di zuccheri nel sangue), col risultato di indurre nel giro di un paio d’ore una nuova sensazione di fame (sangue svuotato di zuccheri). Fame che spesso è, ahimè, saziata con grissini, cioccolatini, salatini, aperitivi, caffè zuccherato, bibite (tutti altri carboidrati) col risultato di indurre un indesiderato ingrassamento.

Non ingrassano però solo la pancia ed il sedere: “ingrassano” anche le nostre arterie, il nostro cuore, e tutti i nostri organi.

Per calcolare quante calorie complessive servono ad ogni individuo, il metodo della zona parte proprio dalle proteine. Il fabbisogno però (molto correttamente) è calcolato in funzione della massa magra, e non di quella complessiva. Si stabilisce quindi per prima la quantità di proteine necessaria, e poi si determinano di conseguenza le quantità di carboidrati e di grassi, nel rapporto 40/30/30. Una donna di 70 kg sovrappeso (con massa grassa – per esempio - del 33%) avrà bisogno di 50 g (se sedentaria) o 70 g (se attiva) di proteine al giorno. La quantità di proteine suggerita è dunque in linea con le indicazioni dietologiche classiche, e l’accusa rivolta da più parti alla dieta a zona come dieta iperproteica si rivelano quindi infondate. Sono semmai le calorie complessive ad essere poche.

Tra le cose dette da Sears mi sembra molto importante l’attenzione posta alla qualità dei cibi. Distingue infatti tra carboidrati “con cui andare cauti” (pasta, riso, patate, torte, vino) e carboidrati “da preferire” (frutta, verdura). O ancora tra grassi saturi (burro, salumi) o idrogenati (margarina) e insaturi (da preferire) come olio d’oliva, arachidi, noci ecc. Infine raccomanda di fare uso di buone quantità di fibra (cibi integrali), di non eccedere con la cottura (che contribuisce a alzare l’indice glicemico del cibo ingerito), di preferire cibi freschi a quelli conservati, di scegliere cibi coltivati biologicamente ove possibile, di fare uso delle giuste quantità di acqua. Nessuna dieta può esimersi dal tenere conto di questi importanti elementi di contorno.

I problemi con la dieta a zona, nascono invece facendo qualche considerazione calorica.

Calcolando infatti i fabbisogni sulla base delle esigenze proteiche dell’individuo (da 1,1 a 1,5 g di proteine al giorno per kg di massa magra), e ottenendo le altre quantità come conseguenza del rapporto 40/30/30, il numero di calorie totali suggerite è senza dubbio basso (basta qualche esempio pratico per convincersene).

Il sacrificio è tuttavia reso sopportabile dai positivi effetti sulla fame, che cala notevolmente in seguito alla riduzione dei picchi di insulina connessi normalmente al consumo di alte quantità di carboidrati. Pertanto, se una rigida dieta a zona può grandemente giovare a persone sedentarie o sovrappeso, non altrettanto si può dire per un atleta in piena attività, che sia già al livello del suo peso forma. A tale atleta posso suggerire di seguire con attenzione tutte le raccomandazioni qualitative indicate da Sears, senza però attenersi strettamente a quelle quantitative, che potrebbero, ahimè, fare prevalere alla lunga i meccanismi catabolici su quelli anabolici. In altre parole, portarlo a consumare massa magra per fare fronte alle sue maggiori richieste energetiche.

Inoltre un punto che, a quanto pare, non è chiaro neppure agli addetti ai lavori, riguarda la qualità dell’integrazione calorica per lo sportivo. Ammettendo infatti di bilanciare correttamente con dieta a zona i fabbisogni basali dell’individuo (pari a quelli di un sedentario), come ci si deve comportare per ripristinare le calorie consumate nella corsa quotidiana? Restando ancora in zona? Mangiando più carboidrati? Compensando con grassi? Ognuna di queste vie ha una ragione logica per essere consigliata, e almeno una per non esserlo. Come comportarsi dunque?

Posto che un’ora o più di corsa quotidiana richieda un ripristino giornaliero delle scorte di glicogeno intaccate, vediamo cosa succede nelle tre vie indicate: ripristino con carboidrati, con grassi, o con mix 40/30/30.

Con soli carboidrati otterremmo comunque un innalzamento dei livelli di insulina, uscendo così dalla “zona”. Tuttavia usufruiremmo di un veloce ripristino delle scorte.

Con soli grassi terremmo bassa l’insulina, ma non ripristineremmo prontamente il glicogeno consumato (non vi è infatti una via metabolica diretta tra grassi e glicogeno).

Con il 40/30/30 invece, pur restando nella “zona”, si utilizzerebbero aminoacidi (proteine) per uso energetico, con conseguente accumulo epatico e renale di gruppi azotati, e possibili effetti tossici. La dieta, a quel punto, diventerebbe davvero iperproteica. E dunque?

In occasione di un recente incontro tenutosi a Milano, ho avuto occasione di parlare della questione con Barry Sears in persona, ma anche con Arcelli, Gigliola Braga, il Prof. Berra (illustre biochimico), e successivamente ho avuto modo di discuterne con mio fratello Attilio (immunologo, che ha poi chiesto un parere ad un biochimico del CNR), e con Roberto Albanesi. Praticamente ho avuto da ciascuno una risposta (almeno in parte) diversa. A dimostrazione che il problema è vivo, e le soluzioni non sono così chiare e immediate.

Mi sono fatto l’idea, del tutto personale, che sia opportuno provvedere al ripristino con soli carboidrati (magari utilizzando miscele di zuccheri a basso indice glicemico, o buona pasta integrale un po’ al dente…) se si vuole disporre in tempi brevi delle proprie scorte di glicogeno di nuovo intatte. Per il maratoneta e l’ultramaratoneta, invece, in fase di allenamento (non, ovviamente, sotto gara), mi sembra più logico ripristinare le calorie con buone quote di grassi, in modo da stimolare i meccanismi di consumo lipidico che serviranno poi dopo il 35° km.

Arcelli, in un suo recente articolo, introduce il concetto di “finestra” temporale nelle prime ore successive all’allenamento. In tale lasso di tempo, sostiene, il naturale incremento di GH (ormone della crescita) tiene sotto controllo l’innalzamento dell’insulina, consentendo all’atleta di ingerire quelle quantità di zuccheri che ne aggiustino il bilancio quotidiano a favore dei carboidrati. In realtà l’insulina ha un comportamento che si potrebbe definire di tipo “seriale”: in pratica quando svuota il sangue dagli zuccheri in eccesso, PRIMA controlla se le scorte di glicogeno sono da riempire (e nel caso le riempie!), poi, e solo poi, depista l’eventuale eccesso verso gli adipociti. Dunque per l’atleta in quella fase l’azione dell’insulina non è da evitare, ma anzi è del tutto auspicabile!

Non faremo tuttavia uso di zuccheri semplici o bevande gassate. Approfitteremo invece di quella “finestra” per assumere (insieme con pasta, riso, patate, cioccolato, torte) tanti altri utili sali, fibre ed elementi nutritivi. Non commettiamo l’errore di trascurare la qualità dei cibi, mentre ne controlliamo il rapporto proteine/carboidrati!

Sears ha il merito di portare la nostra attenzione sugli effetti ormonali dei cibi che assumiamo. Ci stimola inoltre a curare la qualità del cibo (frutta e verdura, grassi insaturi, fibra, cibi crudi, varietà) di cui troppo spesso ci dimentichiamo. Ci invita poi a evitare sempre e comunque gli eccessi calorici. Non si tratta quindi di bocciare o promuovere un regime alimentare, ma di evidenziarne i lati positivi per integrarli con successo nelle nostre abitudini.

Personalmente seguo i criteri di base della zona (dal punto di vista genetico anch’io sono, come lo stesso Sears, un soggetto a rischio infarto precoce), senza limitare rigidamente l’apporto calorico, e ripristinando le scorte energetiche consumate con lo sport attraverso un mix di carboidrati e grassi, con prevalenza di questi ultimi quando preparo una maratona (cioè quasi sempre). Che per me questo regime funzioni, lo sento prima di tutto dalle risposte che ricevo dal mio corpo, pur nel più totale rispetto di diversi regimi dietetici che altri possano scegliere o praticare. Che il regime da me applicato (non volto al dimagrimento ma alla salute) possa chiamarsi ancora o meno “dieta a zona” è un quesito che lascio a chi abbia voglia di porselo.



[1] Sears B. – Sette giorni con la zona – Sperling e Kupfer  Milano 1999

 

 

IN SINTESI

 

Le basi scientifiche del Mind Body Work danno un tentativo di spiegazione del “perché” sia possibile pensare di condizionare mentalmente un atleta attraverso un insieme coordinato di stimoli fisici (o meglio fisico-mentali, proprio perché le due realtà sono parti indissolubili di una sostanziale unità).

La scienza è “vera” fino a quando un ulteriore raffinamento non smentisce o modifica il precedente. Noi abbiamo posto delle basi di discussione che cercassero di chiarire le dinamiche neurobiologiche delle modalità di intervento pratiche da noi suggerite. Il contributo di chiunque all’ampliamento di questo studio sarà gradito e di sicura utilità.

 

La prima affermazione che facciamo, è che alcuni eventi possono essere memorizzati nel nostro cervello attraverso la formazione di circuiti neurali attivati, dotati di una certa stabilità (assembramenti neurali di Hebb).

Tali circuiti collegano tra loro fatti, immagini, ricordi e percezioni, che vengono a condividere per un certo lasso di tempo il medesimo percorso neurale. La riattivazione (anche spontanea) di uno solo di questi eventi, riaccendendo il circuito, richiama alla memoria – sia a livello conscio che inconscio – tutti gli altri elementi correlati.

L’atleta che esperimenti una determinata risposta organica in abbinamento con stimoli percettivi interni (stanchezza, esaurimento scorte), avrà maggiore facilità a ripercorrere quella specifica risposta quando si ripresenteranno le medesime condizioni di contorno (Le Doux, Davis).

 

I circuiti neurali descritti da Hebb continuano a formarsi e sciogliersi, al susseguirsi degli stimoli percettivi o sensoriali. Tuttavia alcuni rimangono più stabili di altri. Ciò avviene quando alcuni eventi vengono percepiti come “importanti” da parte di alcune componenti del cervello. Queste componenti sono le nostre “amigdale”, che vengono ad attivarsi tutte le volte che sperimentiamo un’emozione (Le Doux). Davanti ad una forte emozione, i nostri circuiti di memorizzazione assumono stabilità, e potranno quindi successivamente essere richiamati dal verificarsi di una delle condizioni di contorno.

Il nostro lavoro, dunque, suggerisce i metodi più idonei a trasformare l’allenamento mentale in una stimolazione emotiva, in modo da “fotografare” – l’uno insieme all’altro -  lo stimolo reattivo che si vuole indurre e l’ambiente fisiologico concomitante. Così facendo, si dà stabilità alla connessione tra fatica di un certo tipo e reazione alla fatica del tipo ricercato, inducendo con gradualità un condizionamento positivo (per l’atleta).

 

Con tale abitudine all’induzione positiva (da esercitare con l’allenamento sul campo), l’atleta si trova a poter sfruttare appieno le sue doti mentali, senza che esse rappresentino un limite alla sua prestazione, o peggio una distorsione di atteggiamenti mentali positivi (ansia, stress eccessivo ecc.), come riportato dalle ricerche di Ikai.

 

In tale ambito gli autori hanno elaborato, sulla base dell’esperienza pluriennale su atleti nel campo delle maratone, delle ultramaratone e della corsa in altura, un insieme di tecniche di appoggio agli allenamenti MBW, che vanno dalle strategie ritmofocali, ai metodi di rilassamento respiratori, per ottenere uno stato di “trance” nel corso del gesto agonistico, che permetta di rispondere ai segnali della fatica o di reagire positivamente ristrutturando l’esperienza vissuta.

 

Mente e corpo sono un’unica cosa. Lavorare sull’uno o sull’altro, porta sempre conseguenze dirette su entrambi. Su questa base, abbiamo ideato, sperimentato e confrontato le nostre esperienze, raggiungendo e superando gli obiettivi minimi che ci eravamo prefissati. Ci auguriamo di avere dato uno stimolo costruttivo al mondo della maratona e delle dinamiche mentali con cui affrontarla. Chiunque abbia voglia di seguirci su questa strada, avrà il nostro conforto e la nostra collaborazione.

 

Allenare la mente a gestire dolore muscolare e crisi metaboliche (CRI)

  

Definizione del problema:

 

E’ capitato a tutti, anche ai migliori atleti, di ritirarsi. Si vive una brutta sensazione, come di un qualcosa che ci attanaglia il ventre, ed è un misto di vergogna, insoddisfazione, non realizzazione di ciò che ci aspettavamo. Sappiamo bene cosa ci succede “dopo” esserci ritirati. Ma la fatica e il dolore che viviamo “prima” sono evidentemente talmente forti da fare passare in secondo piano l’umiliazione che seguirà.

La prima domanda che dobbiamo porci dunque è se il dolore che proviamo durante lo sforzo atletico sia veramente così insopportabile da non poter essere talvolta superato (sto parlando naturalmente di dolore “normale” legato ad uno sforzo fisico intenso e prolungato, non di quello che può nascere da un infortunio, da una caduta o da una malattia).

Per rispondere a questa domanda dobbiamo prima capire che cosa sia veramente il dolore. Ci può aiutare V.S. Ramachandran[1], docente di neuroscienza all’università della California, che ha condotto numerosi esperimenti su individui privati di un arto o con profonde lesioni cerebrali. La percezione del dolore non sembra infatti essere un dato incontrovertibile, quanto piuttosto “un’opinione”, che può essere influenzata da numerosi fattori esterni e interni. In esperimenti condotti con persone prive di un braccio, ma che provavano intensi dolori (per esempio) alla mano, provocati dall’immagine del proprio pugno (inesistente) che si chiudeva su se stesso conficcando le unghie nel palmo, lo scienziato è riuscito a farli cessare semplicemente mostrando al paziente (con un ingegnoso gioco di specchi) il riflesso della sua mano sana, come se fosse quella mancante. Ramachandran ha correttamente supposto che le percezioni dolorose (reali o immaginarie) prima di arrivare ai centri del dolore presenti nel cervello, dovessero prima attraversare delle aree cognitive cerebrali per essere “interpretate”. Il feed back visivo proveniente dall’immagine senza le unghie conficcate nel palmo, è stato sufficiente ad annullare del tutto la sensazione dolorosa. Ovvero è possibile “imbrogliare” il cervello per attivare dei suoi meccanismi naturali di controllo.

Da notare tra l’altro che il paziente conosceva perfettamente il fatto del gioco di specchi. Portato il “macchinario” a casa, lo usava tutte le volte in cui insorgeva lo spasmo doloroso. Quindi non era la coscienza ad essere imbrogliata, ma un meccanismo inconscio di feed back cerebrale, che tuttavia funzionava perfettamente.

Questi esperimenti (ne ho citato uno tra numerosi) hanno portato lo scienziato ad affermare che “sembra incredibile che un’illusione ottica serva a eliminare la sofferenza, ma non bisogna dimenticare che lo stesso dolore è un’illusione, costruita, come qualsiasi altra esperienza sensoriale, esclusivamente dal cervello”.

Vediamo allora come possiamo interagire con questa capacità cerebrale di interpretare il dolore come più o meno sopportabile.

Nel capitolo sulle basi scientifiche si è già discusso di come il filtro cognitivo possa agire nella riduzione della percezione della sofferenza. Su “Correre” Trabucchi ha scritto: “Le gambe segnalano al cervello la propria stanchezza, ma anche il cervello può trasmettere alle gambe segnali di stanchezza”. Se il circolo diventa vizioso, possono essere guai seri.

Sottoponendo il corpo a carichi crescenti nel corso della stessa seduta (come in un “progressivo”), si registra nei circuiti neurali una reazione di incremento del ritmo, abbinata alle sensazioni di fatica sempre maggiore, che insorgono dopo un certo numero di km. In pratica, è come se stringessimo con un unico laccio la reazione di incremento di ritmo e la sensazione di fatica crescente, con la possibilità di ripescare il primo (l’aumento di velocità) ogni volta che si verifichi quella particolare sensazione.

Il legame mentale tra le due sensazioni consiste in uno specifico circuito neurale che è stato definito da Hebb[2], e su cui ci siamo soffermati nel capitolo sulle basi scientifiche.

La modalità di associazione di queste due sensazioni – che è alla base dei meccanismi neurobiologici della percezione - dura però pochi minuti, se non interviene qualche fattore ulteriore che ne determini la fissazione in una forma di memoria più stabile.

Il legame tra le due sensazioni allacciate, viene fissato stabilmente nel cervello, solo se la situazione (l’allenamento) riesce trasmettere un messaggio emotivo, attraverso la mediazione dell’amigdala (come descritto da Davis e Le Doux[3]). Se questo avviene, il ricordo si fissa, e l’organismo è portato a reagire in quel modo (positivo e reattivo) ogniqualvolta si presenti una situazione analoga. Ben diversamente da chi, non mentalmente allenato a questo, tenderà subito a “cedere le armi” per la troppa stanchezza percepita.

L’importanza dell’attivazione emotiva nell’ottenimento dello stimolo, in un esercizio Mind Body Work ben riuscito, è ben riassunta in questi report che Speciani ha ricevuto da alcuni suoi allievi.

Marco, per esempio, che ha mostrato ottimi margini di crescita in tempi relativamente brevi, si esprime così:

Ancora una volta a Caracalla per il CRI: (5’15-4’58-5’04-5’01-5’02) – (4’48-4’51-4’49-4’49) – (4’20-4’18-4’16) – (4’13-4’11) – (4’05). Che c.. di allenamento! Scusa lo sfogo... Considerazioni generali: alla fine ero quasi commosso. La soddisfazione non sta tanto nel fatto che il lavoro sia riuscito come da programma, quanto nel “come” sia riuscito. Ho cercato di far funzionare la testa lasciando alla stessa la possibilità di ascoltare i messaggi del corpo, evitando quindi di partire troppo forte. Dopo i primi nove chilometri, il cambio di passo è stato abbastanza repentino e per un po’ la sensazione di non farcela ha cominciato ad affiorare. Ho cominciato a concentrarmi sulla tecnica di corsa e pian piano il coraggio è tornato mentre la fatica ridiventava sopportabile. Al chilometro 13 e fino alla fine del chilometro 14 nuova crisi combattuta con in testa la scritta “mi devono sparare” e, durante l’ultimo chilometro, ho provato delle sensazioni talmente belle che quasi mi dispiaceva essere arrivato in fondo. Intendiamoci, ero cotto! Però.... Scusa ancora se mi sono dilungato, ma sono molto contento. A differenza delle altre settimane ti mando il messaggio adesso perché non vedo l’ora di trasmetterti le mie sensazioni e non riesco a resistere fino a lunedì. Un abbraccio e ancora grazie!”

Marco

 

Si capisce dal resoconto di Marco, come sia importante, se si vuole che gli allenamenti abbiano anche una valenza mentale, che il lavoro sia emotivamente pregnante. Solo questa caratteristica emotiva è in grado di fissare il messaggio a livello neurale, per farlo riemergere quando l’atleta rivivrà stimoli simili a quelli provati in allenamento.

 

Andrea invece, che dopo avere sensibilmente abbassato il suo record sulla mezza, sta svolgendo una preparazione intensa per passare alla maratona, descrive così il suo CRI 54321:

Fresco fresco di rientro mi cimento con il terribile drago; come sia andata non lo so, qui di seguito ti elenco i passaggi, poi ti spiego il mio atroce tarlo.

Dunque: tempo totale: 1h 07', pulsazioni medie 144, massime 158.

Primi 5 km a 4’44/km – 4 km successivi a 4’29/km – 3 km (leggera crisi) a 4’27/km, poi corro il primo km del blocco dei due in 4’08. Dovrei farne un altro allo stesso ritmo, poi chiudere a 4’00 netti. Ma a questo punto (ecco il tarlo), superata una salitina, scatta, fulminea, la molla: "basta, non ce la faccio più, mi fermo!" La mano, telecomandata, stoppa il crono, comincio a rallentare, ma nello stesso tempo sento distintamente il mio corpo che dice alla mia testa: "E' da maggio che mi faccio il mazzo, ora lasciami andare!". Tre passi, sblocco il crono, riparto e chiudo. Il tutto sarà durato 6 o 7 secondi. Effettivamente le gambe erano solide e sciolte, non avevo il fiatone da "scoppiato" (ormai lo riconosco subito), e le pulsazioni erano basse.

Insomma ho chiuso il secondo 1000 a 4’10, e infine il 1000 finale a 4’05! Ti domando: tu come consideri l'allenamento svolto?

 

Il racconto di Andrea mostra invece quanto sia importante la reazione mentale alla crisi metabolica scatenata dal continuo incremento di ritmo. Addirittura Andrea stoppa il cronometro per fermarsi. Poi scatta in lui la reazione mentale d’orgoglio (evidentemente memorizzata negli allenamenti precedenti) e riporta addirittura la sua sensazione come se il corpo gli parlasse e si arrabbiasse perché si è fermato. Non la sua mente: il corpo! E scopre poi, con sorpresa, che dal punto di vista fisico aveva ancora buoni margini.

E’ qui chiaro l’effetto mentale allenante del CRI 54321, e la sua capacità di indurre una reazione positiva nell’atleta condizionato.

 

Tra i meccanismi naturali che possono, in aggiunta a quello descritto, aiutare la mente a percepire in modo meno intenso le stimolazioni dolorose, vi sono tutte le tecniche di rilassamento e di meditazione il cui esito è stato recentemente documentato con cura.

Ne “Lo zen e l’arte della corsa” Speciani ha suggerito diversi metodi per correre in quello stato di grazia simile ad una “trance” che consentiva di percepire il dolore (e lo stesso ambiente esterno) in modo più sfumato. Oggi le ricerche che documentano un’azione “analgesica” dell’attività meditativa stanno cominciando a diventare numerose.

Richard Davidson, del laboratorio di neuroscienze dell’università del Wisconsin, ha condotto prove su individui in meditazione (alla presenza nientemeno che del Dalai Lama), dimostrando con la tomografia ad emissione di positroni (PET) che il lobo prefrontale sinistro (area cerebrale legata agli stati mentali di benessere e ottimismo) era continuamente attivato.

Paul Ekman, della università della California, ha rilevato come in meditanti buddisti siano di gran lunga ridotte le reazioni a stimoli emotivi, anche improvvisi.

Altri ricercatori danesi hanno invece evidenziato un aumento, in meditanti yoga, del neurotrasmettitore dopamina, normalmente connesso all’uso di sostanze stupefacenti, o semplicemente all’esperienza di situazioni piacevoli.

Wallace[4], nell’ambito di esperimenti legati alla documentazione degli effetti della meditazione trascendentale, ha rilevato una riduzione complessiva delle attività del sistema nervoso vegetativo. Tra le varie rilevazioni, Wallace ha anche documentato una riduzione dei livelli di acido lattico muscolare (per noi particolarmente rilevanti) durante l’attività meditativa.

Che la corsa stessa riuscisse a ridurre le sensazioni di dolore attraverso la produzione di endorfine (neurotrasmettitori dal potente effetto analgesico), era un fatto già noto da tempo. Ma che tale effetto fosse raggiungibile anche attraverso la semplice applicazione mentale (con la meditazione in corsa o seduta), è un dato che sorprende un po’ di più.

Idonee strategie ritmofocali, come quelle descritte nel capitolo sulle basi scientifiche, sono la chiave per indurre una accresciuta capacità di sopportazione del dolore e delle crisi metaboliche. Gli allenamenti proposti, che vanno necessariamente integrati con le tecniche suaccennate, devono fissare nella nostra mente le reazioni positive al dolore e alla sofferenza, inducendo uno stato mentale capace di filtrare le percezioni fisiche “pesanti”, e richiamando in superficie i circuiti neurali abbinati a questa risposta.

Dove tutti si bloccheranno, e sentiranno la tentazione di ritirarsi, noi, allenati a questo scopo, riusciremo ad andare fino in fondo.

 

 

Allenamento chiave:

 

MBW – CRI 54321

E’ un allenamento progressivo piuttosto duro. Dopo un buon riscaldamento si parte per un lavoro di 15 km. I primi 5 km si corrono a ritmo gara maratona. I 4 successivi (senza pausa) si corrono al 5% più veloci. Ad ogni cambio si incrementa la velocità di un 5%.

Se ce n’è la forza, si può anche estendere verso il basso con un ultimo 500 m massimale, o verso l’alto, partendo con 6 km (21 totali). Il continuo cambio in accelerazione educa mentalmente a resistere alla fatica crescente. Questa spinta mentale è caratteristica un po’ di tutti i lavori progressivi, ma in questo è particolarmente accentuata.

Quando si finisce (per esempio) il 4000 sembra quasi di potersi riposare un po’, e invece si deve subito partire ad un ritmo più veloce. Mentalmente è molto “educativo”. Si vince la paura di non farcela, di entrare in crisi. Si scopre in verità di avere sempre ancora un po’ di risorse per accelerare ancora!

Un maratoneta da 2h30’ correrà 5 km a 3’40” – 4 km a 3’30” – 3 km a 3’20” – 2 km a 3’10” – 1 km a 3’00 (ed eventualmente 500 m in 1’25”) senza alcuna pausa.

Un maratoneta da 3 ore seguirà invece la progressione: 4’15 – 4’05 – 3’55 – 3’45 – 3’35.


[1] Ramachandran V.S., Blakeslee S. – La donna che morì dal ridere (e altre storie incredibili sui misteri della mente umana) – Mondadori 1999

[2] Hebb O.D. – Mente e pensiero – Ed. Il Mulino 1982

[3] Le Doux J. – Il cervello emotivo – Baldini e Castoldi 1998

[4] Wallace R.K. - Fisiologia della coscienza – Tecniche Nuove Milano 1993

 

 

 

QUALCHE ATLETA, ALCUNI DATI, ALCUNI RISULTATI

 

Ho scritto libri sul cancro che hanno sconvolto convinzioni radicate; ho dato una forma scientifica e statistica alle tante vaghe ipotesi psicosomatiche note; ho creato una scuola di medicina integrata che ha insegnato a tanti giovani medici a curare l’uomo e non la malattia; ho elaborato dei prodotti e delle tecniche originali per combattere il male del secolo. Posso andarne fiero. Ma se non avessi quotidianamente il riscontro di decine di miei pazienti che guariscono, vivono meglio, o comunque almeno arrivano ad una morte serena e senza sofferenze nel loro letto (giocando magari a golf fino al giorno prima), tutta la mia scienza, tutti i miei libri, tutta la mia esperienza, varrebbero meno di un pugno di sabbia”.

Luigi Oreste Speciani (1921-1983)

 

Il metodo Mind Body Work è stato testato su atleti (una trentina) a partire dal 2001. Un buon numero di questi è stato seguito da Luca Speciani nell’ambito della sua attività di “internet coach” (www.vivaioclorofilla.it/zen.htm ). Ma alcuni sono stati anche seguiti attraverso il CHP (Centre de Haute Performance) di Trabucchi (www.psycoendurance.com ), specializzato nella preparazione mentale agli sport di resistenza.

Alcuni lavori specifici (anche se non il metodo completo) sono stati testati anche da Roberto Albanesi a Pavia, e alcuni suggerimenti ci sono stati dati da altri allenatori, tra cui Eddy Ottoz e Lyana Ottoz Calvesi. Una ricca palestra sperimentale è stata infine la lista telematica DRS (Dead Runner Society) i cui aderenti hanno potuto saggiare (volontariamente) in anteprima – dopo la pubblicazione su Correre di alcuni esercizi esemplificativi - alcuni lavori, riportandone talvolta impressioni e sensazioni in modo molto diretto e immediato.

Riteniamo utile riportare alcuni dei commenti che abbiamo ricevuto da nostri atleti, sia per dare un’idea del livello di coinvolgimento emotivo raggiunto durante il periodo di allenamento, sia anche per fare capire, a chi legge, in quale misura questi atleti siano consapevoli e soddisfatti di avere fatto pieno uso dei poteri della propria mente.

 

Scrive Pierpaolo:

Credo di essere il primo caso in assoluto che abbia provato sulla propria pelle il metodo MBW. Nel lontano 2001, in preparazione alla maratona di Londra, Luca mi diede un paio di consigli su come affrontare dei lavoretti, e mi chiese una cosa per me in quel momento difficile da accettare. Io che da anni svolgevo il mio normale 4x4000 allo stesso ritmo e con lo stesso recupero, io che affrontavo i 400 sempre allo stesso ritmo e sempre con lo stesso recupero, io che ......ecc. Mi disse: "Perché non provi a fare un lavoro differenziato e meno monotono?"  La sera andai al campo, avevo in programma un medio a ritmo gara a 4'20" al km. Nella testa pensavo: mi ha detto di fare un 500 a 3'55" al km e un 500 di recupero a 4'05", così per stimolare un po’ il mio corpo, parto e mi sparo 12/13 km alternati. Alla fine finisco davvero bene, con sensazioni stupende e soprattutto con la consapevolezza che nel 500 di recupero mi sembrava davvero di recuperare. Incuriosito, ogni volta leggevo i suoi allenamenti e cercavo di applicarli. Naturalmente i risultati erano a volte soddisfacenti a volte negativi. Presi il coraggio e in privato gli scrissi che, attirato dalla sua
preparazione per la maratona, volevo provare ad allenarmi seguendo uno schema simile al suo.

Mi fece accettare una specie di contratto rigidissimo: devi fare quello che dico io, devi essere motivato, se no impiccati…, tutto il materiale che ricaverò dai test potrà essere utilizzato e pubblicato, insomma.. peggio che firmare una fidejussione bancaria. Accettai e cominciai la preparazione alla maratona di Venezia. Mi fece una tabella che solo a vederla, inizialmente pensai fosse da pazzi seguire, e invece i lavori durissimi riuscivo a farli perfettamente, ed a ogni lavoro andato bene, non vedevo l'ora di farne un altro. Le gambe in quei 4 mesi erano comandate da un qualcosa che andava al di là del semplice allenamento. La testa, la testa che tante volte mi aveva
scoraggiato, in quel momento era la forza delle mie prestazioni…

 

Marco invece racconta, in giorni e dopo allenamenti diversi:

Stavo benissimo e sentivo girare molto bene le gambe. Non mi sono sentito di forzare di più proprio perché il divertimento era la prima cosa. Il fatto di aver preso i rilevamenti ad ogni giro non destava alcuna preoccupazione circa i riscontri. Tranquillo, non sono in paranoia con la strumentazione. Era la prima volta in assoluto che percorrevo 12 chilometri in pista ed averli fatti senza particolari forzature mi ha permesso di pensare ad una velocità di riferimento più alta. L’unica cosa erano le pulsazioni con il loro ritmo abbastanza sostenuto. Durante gli ultimi 8 giri ho notato una particolare postura nella corsa. Sentivo la fase di spinta che partiva dai glutei e mi sono accorto di avere il petto proteso in avanti con le braccia che mulinavano decisamente. Bellissime sensazioni! Come può essere definito il lavoro che ho fatto? Io oserei definirlo semplicemente “divertente” ed entusiasmante, soprattutto perché mi insegna a dosare le energie per la parte finale della prova. Durante le ultime gare, infatti commetto spesso l’errore di partire leggermente forte e, per arrivare alla fine con un bel ritmo, devo prendermi una “pausa” a tre quarti gara. Con questo sistema, a prescindere che i ritmi sono notevolmente più lenti, imparerò sicuramente a gestirmi meglio, anche a livello psicologico.

 

Sono andato sul Soratte a spasso per più di un’ora all’interno di sentieri sconosciuti, correndo dove era possibile ed arrampicandomi per il resto. Ne è venuto fuori un lavoro molto più impegnativo di quello che mi ero proposto. Alla fine sensazioni di assoluto benessere. Essere completamente immersi in un ambiente naturale straordinario come quello del parco del Soratte ti fa pensare a quanto è bello il mondo che ti circonda. Immergersi in questo mondo, lasciarsi trasportare in su e in giù dall’istinto, dal desiderio di ammirare ciò che è sempre stato lì, con una prospettiva diversa dal solito, ti fa sentire di appartenergli di più. Il cuore pompa bene, i polmoni cercano di liberarsi dall’effetto di quelle maledettissime sigarette e, almeno per il momento, ci riescono. I quadricipiti si evidenziano dagli altri muscoli delle cosce, i polpacci spingono come forsennati, anche gli addominali sembrano voler dire la loro in modo autoritario. Non è bellissimo tutto questo? Io penso di si. Affacciarsi ogni tanto dai crinali rocciosi ed ammirare il paesaggio intorno, ogni volta diverso, con il sole che si affaccia rosso e prepotente dalle nuvole, ti fa pensare di esserci, ora, adesso, qui. Amo la vita come non mai, soffro e piango per il vuoto che un essere straordinario come D. ha lasciato, ma non mi voglio arrendere a nessun costo. Il fatto di essere il punto di riferimento di mio figlio mi fa sentire quella carica che in qualche modo sfocia nella corsa, il tutto con assoluta serenità e consapevolezza. Sento che io e mio figlio possiamo farcela, anche se qualche volta gli sottraggo dei momenti preziosi durante i quali vado a correre, so che lui non me ne vuole per questo. Sa sempre dove vado, non sento la necessità di nascondergli nulla e penso che molto presto comincerò a parlargli anche delle sensazioni straordinarie che provo correndo e che per il momento mi limito a scrivere in queste righe. Ho la sensazione di essere andato fuori tema, ma è intorno a queste cose che girava oggi la mia testa, ascoltando il corpo che nonostante gli acciacchi della notte aveva una gran voglia di immergersi nell’ambiente circostante, farlo suo, morderlo! Non è cattiveria, è desiderio di vivere, e di farlo permettendo ai cinque sensi di godersi questo spettacolo.

 

Una cosa è certa, durante il medio mi diverto come un pazzo e sento il mio cuore che pompa come un mantice. Probabilmente hai ragione quando parli di ritmi cardiaci un po’ eccessivi durante questa fase di allenamento: proverò a monitorare di più gli stessi in modo da darti quantomeno una indicazione dinamica della seduta. Per quanto riguarda le ripetute  4X2000 mamma mia! Ci provo tra un paio di settimane, dopo essere riuscito a farne 8 da 1000 seguendo il più possibile le tue direttive.

 

Corchiano! Pensavo onestamente di comportarmi un pelino meglio, comunque pazienza. Del tempo totale sono abbastanza soddisfatto, della distribuzione delle energie durante la gara un po’ meno. Sono infatti partito abbastanza allegrotto, ho pagato un po’ di fatica a metà gara ed ho ritrovato la giusta carica verso la tre quarti spingendo al massimo fino alla fine. In quest’ultimo tratto ho superato circa una decina di concorrenti (ma che hanno da guardarti così in cagnesco mentre li superi?) e sono arrivato con una progressione che non avevo mai effettuato in vita mia. Mi sono divertito molto e ritengo che in questo tipo di gare, migliorando gli allenamenti ed imparando a distribuire meglio le forze, posso limare ancora molto. Nella terza fase della gara, quella appunto in cui mi sono sentito risorgere, ho provato delle sensazioni di particolare benessere psicofisico attribuibile, molto probabilmente, a quanto mi piaceva il mio gesto atletico, sciolto, elegante, direi anche un po’ “cattivo”.

 

Sensazioni ottime. Mi sono proprio goduto il lavoro e ti ribadisco che i ritmi cardiaci stanno cambiando, soprattutto nella fase “lenta” dove le pulsazioni tornano al di sotto delle 145/150 già dopo 15/20 secondi di recupero, anche se lo stesso viene effettuato non proprio in souplesse. Spero che questo sia un dato positivo. Tengo a precisare che, anche se in questi ultimi allenamenti ho fatto sempre riferimento a dati cardiaci e cronometrici, il “gusto” della corsa in sé stessa non è mai venuto a mancare. Anzi! Luca, sento che sto cambiando, intendo dire a livello interiore, il mio approccio con la vita sta diventando sempre più sereno e sento che la corsa mi sta aiutando molto, soprattutto perché mi aiuta ad ascoltarmi ed a farmi sentire parte di ciò che mi circonda. Vorrei trovare uno spazio dove poter spiegare alla gente che magari sta vivendo un momento di particolare difficoltà, che nella vita ogni momento potrebbe essere l’ultimo e quindi dobbiamo viverlo con la consapevolezza di ciò. E di come l’esercizio fisico, soprattutto aerobico, riesca a creare quel rapporto con il proprio corpo e con ciò che lo circonda, dando alla mente quello stato di grazia che con le distrazioni della vita di tutti i giorni troppo spesso perdiamo. …saranno le endorfine! Grazie di cuore per tutto quello che stai facendo per me e per mio figlio, con il quale sto vivendo un rapporto che non avrei mai immaginato!

 

Daniela invece, racconta così un suo allenamento andato male, mostrando come l’aspetto emotivo fosse fortemente innestato nel metodo di lavoro che la riguardava:

Ho preferito gli 800 ai 2000. Ho avuto uno sfogo di lacrimoni dopo il secondo 800 (in cui ero andata un po’ in crisi) per la grande fatica. Ho raccolto tutte le forze per riuscire a svolgere gli altri, ma era come se non riuscissi più a correre. Eppure mi sono sempre allenata! Comunque è stato un modo per cercare di pensare positivo, concentrandomi sul mio respiro per trovare un po’ di pace nella mia testaccia.
Ieri poi mi sono seduta a gambe incrociate al bordo del campo nell'erba, ho chiuso gli occhi e ho respirato profondamente, cercando di respirare con l'addome e lasciando che il leggero vento mi accarezzasse il viso. Mi sono tolta le scarpe e le calze e ho prima camminato poi ho corricchiato
sull'erba ascoltando il fruscio che i miei piedi provocavano sfiorando il terreno. Così ho finito l'allenamento di ieri sera in perfetta solitudine. Ciao e buona giornata mio paziente coach.

(nota: alla mezza maratona di Parma del 2003 Daniela abbasserà il proprio primato personale di ben 18 minuti!)

 

Maurizio descrive anche lui un parziale insuccesso, ma dalle sue parole si rileva un coinvolgimento notevole, che è ingrediente indispensabile alla fissazione emotiva degli stimoli:

In programma avevo il 5+5 x1000. Prima di tutto, non mi cazziare, perché ho dato l’anima per riuscire a tenere i tempi che mi avevi fissato. Ero un po’ titubante perché erano anni che non scendevo a quei ritmi; oltretutto, le gambe avevano recuperato solo in minima parte lo sforzo di sabato che per me è stato considerevole. Comunque, armato di buona volontà e desideroso di riuscire a portare a termine il mio allenamento ho segnato questi tempi … E qui, quando si è trattato di partire per il 1000 veloce, ho avuto lo stesso problema di sabato con la tredicesima ripetuta; in sostanza, le gambe si sono letteralmente rifiutate di accelerare. Non ne avevo più dentro e l’andatura era ancora più lenta del 1000 precedente. Oltretutto, il terzo mille veloce l’ho corso praticamente boccheggiando (sembravo uno in crisi respiratoria che non sa più dove andare a prendere il fiato); situazione che non è migliorata con il terzo mille lento. Così, contrariamente ai miei principi e a quanto da te richiesto, mi sono dovuto (credimi) fermare perché a) avrei snaturato la natura della prova; b) avrei stancato ulteriormente le gambe in vista degli allenamenti futuri. Ho fatto bene o male? In questi casi, come dovrei comportarmi?
Questo è quanto mi è successo nella prima settimana di test. Se ti devo dare il mio giudizio personale sono da un lato scontento per non aver rispettato in pieno la tabella, ma dall'altro moderatamente soddisfatto perché comunque, sia sabato sia oggi, sono riuscito a completare almeno una parte delle prove nei tempi da te richiesti; credo che con un po' più di allenamento nelle gambe e con una assuefazione ad un certo tipo di allenamento, sarò in grado, a breve, di completare le prove.

Ora attendo con trepidazione i tuoi commenti e la tua prima valutazione sulla mia performance.

Luca, grazie per i complimenti e, soprattutto, grazie per avermi restituito, con il tuo libro e la tua preziosa assistenza, la gioia di correre e di confrontarmi con me stesso in modo positivo.

 

Gino, a poche settimane dall’inizio del rapporto, già percepisce che qualcosa sta cambiando, e interpreta in gara già alcuni dei messaggi che gli abbiamo trasmesso:

Ciao Luca, lo sai che ho già visto dei risultati ?

Ovviamente non dal punto di vista dell'allenamento organico ma di quello mentale.

Il fatto di avere come maestro uno che dà molta importanza alla mente mi ha motivato molto in gara e in allenamento.

Venerdì sera come sai ho svolto una gara nel centro storico di Adria. 1600m di circuito da percorrere 4 volte. So di stare bene e da un po' di tempo noto costanti miglioramenti nelle mie prestazioni quindi decido di stare assieme ad un gruppo di amici che hanno personali da 2h45' a 2h 55' in maratona. Alla fine del primo giro (5'50") decido di rallentare perché il ritmo non e' il mio. 3 amici davanti 1 dietro.

Secondo e terzo giro rispettivamente in 6'05" e 6'09". Nonostante il rallentamento il mio e' un recupero di posizioni costante. 2 amici davanti e 2 dietro.

All'ultimo giro inizio a sentire la fatica, dentro le viette di Adria c'e' un caldo infernale e i continui cambi di ritmo dovuti alle curve a gomito mi stanno un po' provando. Penso di ridurre il ritmo quando alzando lo sguardo vedo uno dei 4 amici a 60-70m. Allora giù il pedale, mancano 1500m e forse ce la posso fare. A 500 m dall'arrivo lo vedo a circa 30 m. La fatica è al limite, un parte di me dice "accontentati" mentre l'altra parte di me dice "forza, animo, con che coraggio racconterai a Luca la rinuncia di un bel volatone sotto gli occhi di molte persone?".

Quindi mi faccio forza e riesco a passargli davanti proprio negli ultimi 30 m. Alla fine sono 52esimo in 24'10" alla media di 3'46". La mia soddisfazione è enorme per il piazzamento (sono davanti a gente che di solito neanche vedo), un po' meno, ma comunque tanta, per il crono. Speravo in una media di 3'40" ma la temperatura, e il percorso pieno di curve un po' mi consolano.

 

Domenica mattina sono uscito per il 5+5x1000  … Anche qui volevo smettere ma mi è tornato in mente un tuo assioma. Una volta iniziato l'allenamento non si deve interrompere per nessun futile motivo. A fine allenamento ero molto soddisfatto per aver corso un 10000 alternato in circa 42'. Tempi che solo pochi mesi fa riuscivo a fare solo in gara. Ora mi escono lisci lisci, e senza tirarmi il collo più del dovuto. Una curiosità: cosa significano CRI e MOT ?

 

 

Infine Gino descrive in lista in modo molto colorito l’incontro “reale” con il suo coach. Dieci giorni più tardi limerà il suo personale nella mezza di più di tre minuti.

Come già anticipato da Luca (il mio coach) venerdì abbiamo avuto modo di conoscerci e di provare assieme il famoso MOT 1000.
Premetto che ho iniziato da poco ad allenarmi con Luca e l'ho fatto sopratutto per migliorare
il mio atteggiamento mentale verso la corsa e l'allenamento.
Ritornando a venerdì, dopo un po' di riscaldamento partiamo con le ripetute. Da programma
dovevo fare 600 m a 4'15"/km +300m a 3'45" /km +100m al max, per sei volte.
Luca ha pensato subito di decurtare di 15" ogni frazione, così mi ritrovo a finire i primi tre 1000 da 3'31" a 3'39" con un recupero di 4'20"-4'30. Cose per me impossibili da immaginare allenandomi da solo.
Alla fine del terzo ero già abbastanza in crisi, e se fossi stato da solo, tra il quarto 1000 e la doccia avrei optato per quest'ultima.
Con un po' di spronamento sono riuscito a portare a termine l'allenamento. Se uno mi avesse visto alla fine l'avrebbe chiamato MORT1000. Impressionante cosa si riesce a dare anche quando pensi "non ce la faccio più".
Dentro di me pensavo: "Ora basta mi arrendo" e invece il coach esclamava "Scommetto che il prossimo lo fai sotto i 3'40". La cosa piu' incredibile e' che ci riuscivo veramente.
La parte più bella dell'allenamento è che ne sono uscito caricatissimo e con una voglia di correre
rinvigorita per il fatto di essere riuscito a portare a termine un allenamento molto intenso e per saper di valere un po' di più di quello che pensavo io.
La carica e lo stimolo mi hanno aiutato anche ieri quando dovevo fare un progressivo 4x3000 partendo da 4'30" e scalando di 15" fino a 3'45". Alla fine del terzo ero molto stanco e la voglia di fermarmi era tanta. Pensando però a venerdì scorso, e a come sono stato motivato a continuare l'allenamento, sono riuscito a finire in 3'47".
Questo tipo di allenamento a me sta giovando in maniera incredibile e il mio stato d'animo e la carica che ho si ripercuote anche nella vita di tutti i giorni.
A casa abbiamo poi avuto modo di chiacchierare senza il fiatone da recupero in un clima di grande cordialità. Spero di poter partecipare a qualche altro incontro nei prossimi mesi per rivivere momenti simili.

 

 

Franz, svariati chili più magro di quando ha iniziato a conoscere il Mind Body Work, scrive:

Ciao Luca. GRAZIE!!!!

Ieri ho corso la mezza e il tempo finale è stato 1.41.26 che confrontato con la mezza di Trieste a maggio (2.03.45) la dice lunga. Ma soprattutto ho beneficiato fino in fondo di tutti gli allenamenti fatti. Le gambe non mi hanno mai abbandonato e, soprattutto, la testa mi ha sorretto. Direi che il risultato è merito al 90% dell'allenamento mentale: ho saputo gestire la gara, correre da solo, resistere alla crisi al 18° km, tirare l'ultimo km e riprendere un podista che mi aveva superato. E infine lasciare vincere una coppia di anziani tarantini che sono arrivati davanti mano nella mano. E' stato bellissimo. Grazie ancora.

 

Poi Franz, rileggendo in termini teorici la sua prestazione, e tornando - in una lista telematica - sul concetto di “rimozione dei blocchi mentali per incrementare le prestazioni” afferma:

Nella mia ingenuita' ed inesperienza ho interpretato/immaginato l'allenamento MindBody in modo assolutamente non scientifico, forse perfino un po' fideistico. Ma tant'e' al massimo vi faccio ridere un po' di me....

Il 'sistema' Essere Umano in quanto apparato per la corsa potrebbe essere diviso in tre zone logiche, la MENTE, il CORPO e la zona intermedia che chiameremo MINDBODY sfruttando il neologismo di Luca.

Ora tutti abbiamo provato ad allenare il corpo, che significa effettuare una serie di esercizi per fortificarlo, renderlo più veloce ecc. Parimenti molti esercitano la mente (quella che potremmo ridurre semplicisticamente alla Forza di Volontà) cercando di finire gli allenamenti o di rispettare una tabella o di finire una gara o anche di resistere davanti alla seconda porzione di pastasciutta.

La zona MINDBODY credo stia a metà tra le altre due. Quando il corpo e' stanco lo comunica alla mente attraverso la zona MB (il corpo non e' in grado di esprimersi in modo esplicito, invia dei segnali che qualcosa interpreta: l'interfaccia corpo-mente che chiamiamo MB). La mente comanda il corpo a reagire in moto da proteggere l'intero sistema (il famoso salvavita).

Però il meccanismo va tarato: nel mio piccolo durante i primi allenamenti autogestiti non sono MAI riuscito a finire una sessione davvero stanco. E non perché sono un superatleta ma perché ho meccanismi di protezione collaudatissimi e a prova di qualsiasi sforzo. Quando ho cominciato a sperimentare le tabelle di Luca (ed e' stato un atto di fiducia, non un'accettazione ragionata di un metodo che non conosco appieno) mi sono stupito che in molti allenamenti dovessi interrompere prima della metà (vi assicuro che non ce la facevo proprio più) e, appena salito in macchina, mi rendevo conto che avrei potuto ricominciare. Poi un po' alla volta sono riuscito a terminare anche quegli allenamenti (la sconfitta del drago, come dice qualcuno).

 

 

Ferruccio è in dubbio prima di correre la maratona di Venezia 2002, se fare ancora un lunghissimo, e mi chiede lumi:

Domani ho in programma di fare FLU 300. Abbi pazienza, ma domenica, un lungo no proprio?

 

Rispondo che non è il caso: è sufficiente quello che ha già fatto.. che se mi dà retta possiamo raggiungere la luna (nel suo caso Venezia sotto le 3 ore: da notare che il primato personale di Ferruccio – datato 1999 – è di 3h32’!).

Va bene Luca, ti do ascolto.

Gli allenamenti a digiuno li provo già, è da parecchio che ti leggo.

Ho sempre pensato che tutto ciò che sono riuscito a fare nello sport, è dovuto alla mia volontà che ha sopperito alle carenza fisiche... e la luna mi è sempre piaciuta.

 

Martedì 15 -  avevo in programma di fare le ripetute 6 x 2000, e mi sono recato in campo per l'allenamento. Ma dopo dieci minuti mi sono fermato. La mia testa non era venuta al campo, stava correndo in altra direzione. Piuttosto deluso qualche ora dopo mi sono limitato a una corsetta.

Mercoledì 16 - oggi altra storia. alla mattina corsa lenta, alla sera 6x2000  sempre sotto 3'50''/km, con recupero 1000 in 4'15''.

Al termine ero finito, non avevo mai corso così veloce i 2000. però mi sono divertito.

Giovedì 17 - MBW SRG 5x4.  eh sì, avevo bisogno di rilassami un po' oggi, e anche domani.

Sabato 19 - MBW CRI 54321. da ritmo gara 4'15'' a 3'45''. Pomeriggio corsa lenta

Domenica 20 - 1h corsa lenta, aumentando la velocità nella seconda parte. Pensavo di rifare il progressivo domani, ma forse è meglio di no: mi sento stanco, oggi.

Mi sono accorto che nel progressivo, l'ultima serie, faccio fatica a tenere il ritmo, e perdo qualche secondo. Mentalmente però, perché l'ultimo km sono in grado di aumentare e lo faccio in 3'40''. Non sono abituato a correre a questi ritmi, non l'ho mai fatto.

 

Impressioni su SRG 5x4. Credo di essere riuscito ad individuare la velocità di soglia aerobica, e riesco anche ad essere preciso nel mantenerla. Mi sono allenato molto in pista proprio per questo. Ho visto che compio diversi giri di pista sempre alla stessa velocità, sbagliando di pochi decimi al giro.

Invece nel progressivo, l'ultima frazione quella più veloce, sono meno preciso, e tendo ad essere qualche secondo più lento del tempo da rispettare.

Per quanto riguarda l'alimentazione, tutto a posto, non ho dubbi. Mi preoccupa invece il rifornimento in gara: faccio fatica a bere in corsa, e non vorrei rallentare troppo per riuscire a bere. Inoltre dopo aver bevuto mi è capitato a volte di sentire delle fitte al fianco sinistro, che tuttavia scompaiono dopo qualche minuto. Forse mi sto preoccupando troppo...  Dai, sono pronto. Ti farò sapere.

 

Obiettivo raggiunto, coach. 2:57:17. E’ andata bene, ho ottenuto quello che volevo.

Ho perso diversi minuti nel primo km, non riuscendo a passare avanti. Poi ho mantenuto l'andatura di 4'15 per le prime due ore. Sono passato alla mezza in 1h 30'. Ho aumentato un po' la velocità la terza ora, dopo il 28°. Mi sono preoccupato quando ho sentito cenni di crampi al 39°, ma sono riuscito a mantenere un' andatura costante lo stesso.

Sicuramente il clima mi ha aiutato. Ha piovuto fino a dieci minuti dalla partenza, poi il cielo è rimasto coperto per le prime due ore di gara.

E adesso che si fa?

(si fa che abbiamo impostato un obiettivo ambizioso a 2h48’ in un anno di lavoro…)

 

Andrea invece ringrazia per avere ottenuto il suo primato personale alla Stramilano, abbassandolo di 7’, e comprendendo come il risultato sia conseguenza di una crescita mentale avvenuta in questi mesi:

Ciao Luca, grazie dei PUBBLICI complimenti!

Intanto devo dire che mi ha fatto piacere finalmente incontrarti di persona; poi la gara: non avevo mai visto dal vero una corsa "seria" e vedere DAL VERO cosa vuol dire correre a 3’ a km fa un certo effetto.

Per quanto riguarda la gara è vero, è andata bene, anche perché dopo il black out di Genova e le difficoltà incontrate con il CRI 54321 non sapevo se, oltre ai denti, avevo anche qualcos'altro da stringere.

Invece, tenendo conto che dopo 5 km avevo già 1'30" di ritardo sui previsti 4'30" a km, ho saputo tenere un buon passo e finire in progressione (leggera, ma in progressione). Come avevi previsto, nel finale me ne sono "mangiati" parecchi; Peccato quei ventuno secondi!

Ho letto su Correre che Arcelli dice che con 1h 36' sulla mezza uno vale 3 h 22' in maratona: sarà vero? Ho proprio voglia di scoprirlo.

Un grazie per l'aiuto di questi mesi, in bocca al lupo per il ginocchio e arrivederci a presto!

 

Sono testimonianze spontanee e genuine dei frutti naturali di un rapporto di allenamento basato non solo su tabelle e ritmi, ma anche e soprattutto su un’attenzione agli aspetti mentali.

In questi due anni di test sul Mind Body Work abbiamo insegnato un metodo a molte persone, ma da ciascuna di loro abbiamo imparato qualcosa, che ci è poi servito a migliorare l’approccio con tutti gli altri. La gestione di un rapporto a distanza non è sempre facilissima: occorre capire il detto e il non detto, e riuscire a farsi descrivere correttamente risultati e sensazioni dei singoli allenamenti.

La nostra esperienza, tuttavia, ci ha portato a credere che sia possibile fornire gli stimoli mentali corretti, attraverso gli allenamenti Mind Body Work, anche attraverso un Personal Computer.

E’ vero che l’osservazione diretta dello sforzo dell’atleta può darci un numero enorme di informazioni utili, e consentirci di lavorare anche sulla correzione di posture scorrette o di tecniche non adeguate. Dall’altra parte, essere presenti in un campo sportivo di una sola città per qualche ora al giorno, limita fortemente il numero di atleti che si possono seguire, e la gamma di esperienze testabili. In ogni caso, la scelta è stata quella: agli altri di testarne altre che ritengano ancora  più efficaci.

Noi rispettiamo il lavoro di qualunque onesto coach (sia “da campo” che “a distanza”) e non pretendiamo che i risultati da noi ottenuti dimostrino scientificamente qualcosa a chicchessia.

Nessuno tuttavia si permetta di commentare con superficialità i risultati dei nostri atleti, perché essi non sono professionisti da 2h10’, o campioni olimpici. La loro fatica è del tutto paragonabile a quella di un campione, e merita tutto il nostro e vostro rispetto. Talvolta chi si permette di criticare non è riuscito ad abbassare il primato personale dei suoi atleti “lenti” neppure di un minuto. Qui risparmi il fiato. Portare un atleta che da anni è in stato di stasi prestativa (e nel frattempo si trova anche quattro-cinque anni in più sul groppone) a migliorare il suo primato in maratona anche solo di pochi minuti, è per noi un grande traguardo. Il grazie più bello, è quello che ci viene dal sorriso di chi ha raggiunto i suoi obiettivi: prestativi, alimentari, mentali.

Qui abbiamo semplicemente esposto qualche commento (spontaneo perché espresso al momento, e non in funzione di questo testo) scritto di pugno da alcuni atleti che hanno seguito i nostri sistemi.

Qualcun altro è ancora sulla strada, e stiamo lavorando insieme. Altri ancora hanno seguito le nostre indicazioni in modo approssimativo per motivi familiari o lavorativi, e non sono riusciti ad avere una continuità che consentisse di ottenere risultati apprezzabili. Nessuno ha in mano la ricetta infallibile del successo sportivo: tantomeno noi.

Chi volesse testare il Mind Body work, tuttavia, sappia che avrà dalla sua parte tutto il nostro entusiasmo e tutto il nostro impegno, per capire sempre più a fondo le dinamiche mentali che governano le nostre prestazioni sportive.

Per noi è stata un’esperienza di profonda crescita, gratificante, divertente.

Ci auguriamo che chiunque legga queste righe sia in grado, con i suoi atleti, di provare le stesse emozioni.

 

 

 

 

 Le basi scientifiche

Numerosi riferimenti bibliografici utili alla comprensione del testo sono reperibili nella bibliografia di questo sito, ed in alcuni importanti links.

(continua..)