I MIEI ARTICOLI
| ATTENZIONE:
Dal 4/2/04 il sito si è finalmente spostato su www.lucaspeciani.it Cliccate sul link per andarci subito, e aggiornate la vostra cartella dei siti "preferiti".... Novità gustose in arrivo tra breve: libri, integratori MBW, viaggi maratona ecc. Nota: per qualche tempo su questo indirizzo resterà il sito così com'era al 4/2. Per leggere tutti i nuovi aggiornamenti è necessario connettersi a www.lucaspeciani.it |
In questa sezione sono radunati tutti i miei scritti riguardanti la corsa, sia pubblicati su Correre (che ringrazio per la concessione) sia inseriti in altri contesti (per es. le mailing list del Campo Giuriati o della Dead Runner Society). Per comodità di ricerca vengono suddivisi in tre sottosezioni, ed ogni sottosezione avrà un indice con i titoli dei singoli pezzi. I pezzi relativi alla mailing list DRS sono situati in un'altra pagina (ArticoliDRS) a cui si può accedere cliccando qui. Dove sarò riuscito a recuperarlo, troverete anche indicato il numero di Correre su cui il pezzo è stato pubblicato.
"REGIONI FLASH" e "TUTTOCORSA"
CORRERE
Che comprende tutti i pezzi
pubblicati dalla rivista, a loro volta suddivisi in Regioni
Flash e Tuttocorsa (le mitiche rubrichette con cui timidamente ho iniziato
la mia collaborazione come corrispondente regionale dalla Lombardia), articoli
veri e propri (gare, commenti..), e rubrica Mente,
corpo e zen da cui questo sito prende il nome. Per gli amanti delle
curiosità giornalistiche, va tenuto presente che i pezzi qui riportati sono
tratti dal mio archivio personale, quindi non riportano eventuali tagli o
modifiche che la rivista può aver effettuato per motivi di spazio (per esempio
le interviste alla Maratona del Piceno). A chi ha voglia di fare i confronti
auguro... buon divertimento.
ARTICOLI
"REGIONI FLASH" e "TUTTOCORSA"
Placentia Marathon for Unicef - Piacenza - 4/3/2001 "Efficienza ed allegria padana"
Maratona di Verona – 20/5/2001
50 Km lungo l'Adda - Lecco/Cassano - 10 Giugno 2001
Sanremo Devil Trail: per ultra molto “ultra” - 29 Luglio 2001
Maratona del Piceno - Grottazzolina (AP) 9/9/2001
Straberot - Truccazzano - Ottobre 2001 "Pecorai intelligenti"
Venicemarathon - 28 Ottobre 2001 "La mia Venezia"
Milano marath-one - 2/12/2001 "Passa
Maradona? Una milanomarathon da 2h e mezza"
Ancora una volta le condizioni climatiche avevano fatto temere il peggio per la maratona piacentina, quest’anno giunta alla sesta edizione. Dopo che le prime due edizioni svolte in Gennaio le erano valse il nome di “maratona bianca” a causa delle copiose nevicate, si pensava che la data del 4 Marzo fosse, da quel punto di vista, tranquilla. Invece, come da tradizione, la settimana precedente ha visto l’intera penisola tremare per il freddo e la neve. La mattina della partenza, fortunatamente, la neve aveva lasciato qualche traccia solo in mezzo ai campi. Ma la temperatura era comunque rigida, e l’umidità altissima per la insistente pioggerellina caduta fino a poche ore prima del via. Nonostante questo, ottime sono state le prestazioni di alcuni atleti, probabilmente trascinati dalla maiuscola prestazione di poche ore prima, a Fukuoka, di Giacomo Leone, che stabiliva il nuovo record italiano di maratona con 2.07’52. Tra questi senza alcun dubbio Angelo Carosi e Giuseppe Minici, e un folto gruppo di keniani e marocchini nella mezza maratona.
Per la prima volta Piacenza ospitava il doppio evento maratona-mezzamaratona. L’abbinamento portava ad un incremento nel numero totale degli iscritti (442 classificati nella prova lunga e 531 in quella breve), ma costringeva gli atleti a mescolarsi per i primi undici km, disturbando, a mio giudizio, il regolare svolgimento tattico della gara. Che veniva poi ulteriormente complicata da un intricato gioco di lepri, costruito sul tentativo di Carosi (indimenticato e longevo protagonista dei 3000 siepi) di migliorare il suo primato personale alla sua seconda maratona, dopo l’esordio vittorioso, e con finale al fulmicotone, in quel di Firenze. La presenza dell’ex siepista della Forestale era motivata da contrasti insorti con gli organizzatori della maratona di Vigarano.
Alla partenza quindi gran minestrone, con i più forti atleti della mezza (tre keniani – Mitei, Kipkering e Jonah Koech - e tre marocchini – Ghabbar, Annani e Boulagazabate) a fare da padroni. Dietro, uno scenario così composto: Interrante e Ruggiero con l’intenzione di fare da lepri a Carosi, il giovane Giuseppe Minici agguerrito al suo esordio, Calcaterra in cerca dell’ennesima prestazione sotto le 2 ore e 20 con il suo fido scudiero D’Innocenti, e una fila di africani in cerca di gloria: Joseph Rutto, Nicholas Talam, Mohamed Aloui, Wilson Boit, Gabriel Mazimpaka e Wilson Koech. Fino al bivio, insomma, impossibile capirci qualcosa. La prima parte della gara è in leggera e insidiosa salita. Anche per chi, come me, faceva la mezza, i tempi al km erano sensibilmente più alti ad inizio gara. Consolante tuttavia il sapere che il finale era in leggera discesa. Carosi passa a metà gara sotto le 2 ore e 8’. A tirarlo il solo Ruggiero, perché Interrante resta più indietro con il giovane Minici, conterraneo di Panetta. Calcaterra, debilitato da un raffreddore, resta attardato. Tra lui e i primi però c’è la coppia afro-austriaca Rutto-Weger da tenere d’occhio. Come da programma Ruggiero lascia al 30° e Carosi vola verso la vittoria, che coglierà solitario in 2 ore 13’41” ottenendo il suo personale con una seconda metà gara da 1.06’. Minici sembra proiettato verso un ottimo secondo posto, ma dalle retrovie, dopo una gara accortissima, sbuca l’austriaco Roman Weger, piccolo ma coriaceo, che con 2.19’06” agguanta la seconda piazza, lasciando al calabrese un minuto buono. Nel giro di 3-4’ arrivano, nell’ordine, Joseph Rutto, Marco D’Innocenti (compagno di Calcaterra), il torinese Prandi e Calcaterra stesso. Tutti gli altri stranieri, dietro o ritirati. Il “vecchio” Belluschi, ormai quarantenne, agguanta un grande nono posto in 2.26’58.
La gara femminile è senza storia, con vittoria della russa Gousel Tazetdinova non in grandissima forma, ma vincitrice l’anno passato, seguita dalla volitiva reggiolese Antonella Benatti che, dai e dai, alla fine è quasi arrivata alle spalle della russa, e che sembra intenzionata a partecipare anche a Vigarano. Sotto le tre ore troviamo ancora (e soltanto) le due torinesi Rinaldo e Navone, e l’inossidabile Maria Grazia Navacchia che, a 48 anni, lascia alle sue spalle numerose fanciulle più giovani. Nella mezza maratona la romana Carla Villani, abbacchiata per la performance non esaltante del compagno Calcaterra, ha dato l’impressione di vincere in totale tranquillità lasciando più di 2’ alla seconda, Chiara Boschini. In mezzo a tutto questo, la Strapiacenza maschile ha offerto risultati di notevole spessore tecnico, nonostante il freddo, con 3 atleti sotto i 64’ e un ordine d’arrivo tutto straniero. Con le sole eccezioni di Roberto Calandro (6°) e dell’atleta di casa Damiano Marzoli (8°). Ibrahim Mitei (1.03’36”), Abderrazhak Ghabbar e Philemon Kipkering hanno duellato fino all’arrivo, chiudendo nell’ordine praticamente in volata. Il vostro cronista/corridore ha difeso i colori della rivista con un onorevole 22° posto (15° italiano) a dimostrazione ormai dell’internazionalità acquisita da queste manifestazioni.
La gara valeva anche come Criterium nazionale dei Vigili del Fuoco, che si sono equamente divisi tra atleti e volontari sul percorso. L’importo delle iscrizioni è stato interamente devoluto all’UNICEF, come ogni anno, e ciò fa onore agli organizzatori. Che peraltro sono riusciti a offrire tutta l’assistenza necessaria agli atleti tra ristori, docce, e cordialità dei volontari. Molto gradevole il pastaparty informale successivo alla gara (dove servivano chiunque: atleti e accompagnatori), che ha creato un ambiente allegro e tipicamente “emiliano” all’interno del palazzetto dello sport. Incomprensibili gli stand con le olive e i bomboloni siciliani, ma nell’insieme facevano colore e allegria. Un minaccioso “tapiro” stazionava in zona classifiche, non si sa bene per chi. Ottima anche la disponibilità di un terminale collegato a internet che permetteva di vedere immediatamente il proprio piazzamento e tempo (ufficioso), grazie all’uso del chip.
L’arrivo nella centralissima Piazza Cavalli (con partenza dallo stadio Garilli) ha reso più intimo il contatto città/atleti, pur costringendo i corridori all’uso del bus navetta. E la vociante presenza di Marescalchi, per quattro ore al megafono, ha certo contribuito all’interesse generale per la corsa. Insomma la manifestazione è piaciuta a tutti, anche al più giovane iscritto in assoluto, nato nel 1997: il cane Wendy, presentatosi alla partenza con il suo pettorale personale, per vincere, con assoluta certezza, il suo premio di categoria.
INTERVISTE:
Sono soddisfatto dalla prestazione, che migliora il mio primato personale stabilito a Firenze (2.15’). La prima parte della gara era in leggera salita, e ho faticato un po’, ma ero in compagnia. Poi, quando sono rimasto solo, la strada era in lieve discesa, e ho concluso forte, in 1.06’, il che mi ha permesso di ottenere questo discreto 2.13’41. E poi a vincere non si sbaglia mai…
In origine avevo in programma di partecipare alla maratona di Vigarano, poi non ho trovato un adeguato accordo con gli organizzatori. Ho pensato a Roma, ma poi la mia amicizia con Marescalchi mi ha spinto ad onorare questa bellissima gara. Non sono pentito.
Roman
Weger (2° classificato maratona)
Sono molto felice. Il mio precedente primato personale era sopra le 2.21’. Ho fatto una gara molto prudente, sfruttando i vari traini che via via mi sono trovato accanto, e alla fine ho chiuso molto forte, in 2.19’06” recuperando su Minici che era in lieve calo. Corro per un piccolo club di Villach, ridente località montana. La conoscete?
LS Mi guarda con gli occhi raggianti di chi sa di aver fatto qualcosa di buono. Non sembra più alto di 160 cm ma ha grinta da vendere. Ci capiamo in un po’ di lingue diverse. Sentiremo parlare di lui…
Giuseppe
Minici (3° classificato maratona)
LS Complimenti Minici, esordio subito premiato dal
podio. Parlaci di te.
Sono calabrese, di Siderno, patria di Panetta. Se il sangue non è acqua… Corro per la Cassa di Risparmio di Rieti, e anche se ho solo 22 anni non sono uno sconosciuto. Sono arrivato 4° ai campionati europei juniores dei 10.000, e ho vinto i campionati italiani junior di mezza maratona.
Molto dura. Sono partito forte (prima mezza in 1.08’) e poi dal 13° km mi sono trovato solo. Nel finale, quando ho rallentato, mi ha ripreso l’austriaco. Comunque entusiasmante. In realtà volevo effettuare un test di 32 km, ma poi, quando ho visto che ero secondo, ho voluto provare a chiudere.
Il mio allenatore è Giuseppe Ruggero. Adesso voglio partecipare alla Romaratona. Ne vedrete delle belle. Un altro sidernese è in arrivo. E parecchio agguerrito.
Gousel
Tazetdinova (1° classificata maratona)
La russa appare molto affaticata, coperta da un telo e
con qualche smorfia di sofferenza.
LS Doppiata la vittoria dello scorso anno. Soddisfatta?
No, il tempo non mi soddisfa. Ho un primato personale di 2.36, e quindi il 2.47 di oggi non mi lascia contenta. Ho sofferto per una contrattura al polpaccio sinistro, e ho chiuso con fatica. Non mi aspettavo freddo e neve. Il freddo non mi ha aiutato. Alla fine ho dovuto tenere duro per non essere ripresa dalla Benatti.
Maratona
di Verona – 20/5/2001
La
stagione primaverile chiude i battenti con la prima Maratona di Verona – Città
dell’amore.
Un esordio di classe, baciato dai numeri, ma con un percorso da migliorare.
Esordire
con una maratona alla fine del periodo primaverile, quando la maggior parte dei
maratoneti ritiene il clima già troppo caldo per fare buoni risultati, è stata
una mossa coraggiosa. Premiata però dal numero dei partecipanti, che hanno
goduto di un’ottima organizzazione, e di un’ambientazione gradevolissima
nella centrale piazza Brà, proprio a fianco dell’Arena. In realtà, pur
essendo un esordio, la prima Maratona di Verona si valeva del supporto della ben
più nota “Straverona”, non competitiva di 5-11-21 km giunta alla 19esima
edizione con ben 19.000 partecipanti. Naturale pensare che una parte di quelle
migliaia avesse optato, quest’anno, per la distanza lunga. Alla fine,
nonostante la maratona del Custoza disputatasi a Sommacampagna solo 7 giorni
prima, gli iscritti sono stati 750, rappresentando così una base certa per un
futuro in crescita.
Tra
di essi, oltre ai soliti Calcaterra e D’Innocenti, alla nona maratona del
2000, erano presenti diversi keniani (Jonah Koech, Willy Kering, John Cheruyot
Sigei), quel Marco Orsi reduce dal 13° posto a New York, il calabrese Giuseppe
Minici (campione europeo juniores sui 10.000) alla sua terza esperienza, e un
gruppo di agguerriti africani provenienti da Marocco, Tunisia, Tanzania. In
campo femminile la russa Irina Skliarenko si candidava alla vittoria con il solo
ostacolo della stakanovista reggiolese Antonella Benatti.
Il
percorso si presentava da subito ostico per tutti. Quelle che sembravano piccole
salitelle nel profilo altimetrico, risultavano poi essere strappi in grado di
irrigidire le migliori “gambe”. Tutto nella prima parte di gara, che saliva
fino a circa metà dell’anello unico studiato (ma mi giunge difficile
crederlo) da Gelindo Bordin. Inaudito, peraltro, che in una maratona
internazionale fossero segnati i km di cinque in cinque. Mi sembra rispettoso
nei confronti di ciascuno offrire un riscontro ogni 1000 m. Se riescono a farlo
le tapasciate di periferia, può farlo sicuramente anche Verona. Alla prima
edizione, comunque, si perdona quasi tutto.
La
durezza del percorso, quindi (che infastidirà poi gli atleti anche nella parte
“in discesa” con un fastidioso vento contrario) determinerà lo sviluppo
agonistico della competizione. Coloro che sono partiti forte, infatti, sono
finiti regolarmente “infornati” da chi ha tenuto una condotta di gara più
prudente e più “zen”.
E’
il caso di Jonah Koech, che nonostante la laurea in Business Administration
conseguita negli USA, si è visto rimontare al 38° km da un forte Minici, che
pure aveva sofferto verso il 35° una leggera crisi di crampi. L’atleta
calabrese (conterraneo di Panetta) ha dimostrato alla sua terza maratona (dopo
il terzo posto di Piacenza e il quinto di Padova) di saper fare tesoro delle
astuzie tattiche acquisite. E vincere rimontando Koech su un percorso così
duro, mancando il proprio personale di pochi secondi, è sicuramente una grande
dimostrazione di forza e di capacità tattica. Nel mio servizio sulla maratona
di Piacenza avevo scritto: “Sentiremo parlare di lui”. La (facile)
profezia si è già avverata al terzo tentativo: da oggi Minici è tra coloro
che possono dire di avere vinto una maratona internazionale, nonostante il tempo
(2h17’58”) non la dica tutta sul valore del risultato. Minici non sembra
fanatico dei tempi: mira a vincere, e lo fa sempre con gare prudenti e accorte.
E dopo Verona?
Koech
ha accusato, come responsabili del calo finale, gambe legnose e fitte al fegato.
Ma tutti coloro (me compreso) che erano schierati al via, sanno che Verona è
stata una gara dura. Che ha provocato parecchi ritiri tra gli atleti più
accreditati. Per capire la durezza del percorso basta pensare che con 2h31’ si
arrivava decimi, e con 3 ore ci si classificava 43esimi! Neanche alla
Straborbera o alla Monza-Resegone!
Dietro
Minici e Koech, nell’ordine, sono arrivati Kering, il tunisino Bouzid, il
tanzaniano Umbe Awe, Giorgio Calcaterra (sesto in 2’23’35”), Cheruyot
Sigei, D’Innocenti (compagno di Giorgio nel Villa Aurelia Roma, che fa tutte
le gare insieme al socio, ma di cui non parla mai nessuno), Trivelloni,
Brentegani, Veletti, Greco e Marco Orsi (2h34’).
Identica
fotografia nella gara femminile, dove Irina Skliarenko ha condotto la gara per
un buon tratto, crollando poi disastrosamente, e consentendo ad Antonella
Benatti di portarsi a casa una vittoria in 2h51’30”. Alle sue spalle
un’altra emiliana: Daniela Paterlini, alla sua settima maratona del 2001. Il
fenomeno Calcaterra sta evidentemente facendo tendenza. Prima della russa
arriveranno anche (terza e quarta) due vecchie conoscenze: la milanese Chiara
Boschini e la 49enne Maria Grazia Navacchia, cui l’età deve aver suggerito
prudenza.
L’organizzazione
è stata ottima sotto tutti i punti di vista. Ristori completi, chip, servizi
moderni e in abbondanza, decine e decine di assistenti sul percorso. Il
“salotto” di piazza Brà ha risuonato dei vivaci commenti di Marescalchi
fino allo scadere della sesta ora di gara, mentre un maxischermo mostrava ai
presenti le fasi salienti della competizione. Peccato per la presenza di doppie
file di automobili su lunghi tratti di percorso che, benché non impedissero in
alcun modo la corsa agli atleti grazie al transennamento, davano un po’
l’impressione di “correre sulla statale”. Sono certo che Verona, che ha
brillantemente passato l’esame d’esordio, saprà migliorarsi parecchio su
questo aspetto nella prossima edizione.
Noticina:
in seguito all'uscita di questo pezzo su Correre, Podisti.net
(sito internet di cronache di corse) pubblicò un pezzo di un certo Max che
criticava aspramente il mio giudizio sulla maratona di Verona, sottintendendo
che Correre diceva sempre bene di tutte le gare in quanto sponsorizzata... ecc.
ecc.
Il mio pezzo di risposta (Diritto
di replica) può essere letto nella sezione "Altro".
Domenica 10 Giugno un gruppo di 89 atleti competitivi (79
uomini e 10 donne), accompagnato da circa 280 non competitivi, ha preso il via
da Lecco per disputare la 16° edizione di una delle corse più belle ed
avventurose mai esistite: la “50 km lungo l’Adda”, altrimenti nota come
“Lecco-Cassano”. Il grandissimo valore storico e ambientale del medio corso
dell’Adda (che si snoda tra ripe incontaminate, rapide, antiche centrali
idroelettriche, chiuse leonardesche, ponti in ferro, ville, monasteri, stormi di
aironi e oasi naturali), fa di questo percorso uno dei più spettacolari in
Italia.
Dopo 7-8 km si usciva da Lecco attraversando il ponte di Calolziocorte (ben noto
agli appassionati della Monza-Resegone), e si iniziava percorrere la riva
milanese del fiume. Il percorso era, da lì in poi, interamente sterrato e del
tutto privo di auto. Due atleti (il bergamasco Zanotti e il lecchese Bonfanti)
staccavano il gruppo di testa, e prendevano diversi minuti di vantaggio nel
corso della gara. Alle loro spalle, più regolari, Nogara e Speciani. Dopo 25 km
rinveniva Frigerio dalle retrovie, che riprendeva prima Speciani e poi Nogara,
verso il 30°. Ma l’esperto Nogara cambiava ritmo in discesa, passando dai
3’50 ai 3’30/km, e uno dopo l’altro andava a riprendere i due
staccatissimi fuggitivi, vincendo in solitudine con l’ottimo tempo di 3 h
04’41”. Cinque minuti dopo arrivava Frigerio, buon secondo, davanti ai due
battistrada che avevano pagato una condotta di gara un po’ spregiudicata. E
con un inaspettato rush finale anche il vostro cronista (alla fine buon quarto)
riusciva a riprendere uno dei due, mancando Zanotti per poco più di due minuti.
La nazionale di ultramaratona Giuseppina Fadigati vinceva senza storia la prova
femminile in 3 h 40’ 22”. Qualche dotazione in più ai ristori (che spesso
purtroppo erano poco visibili) e qualche segnalazione chilometrica in più, non
avrebbero guastato. E tuttavia poco avrebbero aggiunto ad una corsa che, per la
incredibile bellezza del percorso e per la durezza “dolce” della prova,
meriterebbe ben altro spazio e fama.
CLASSIFICA MASCHILE
Federico Nogara (La Michetta) – 3 h 04’ 41”
Andrea Frigerio (Carugate) – 3 h 09’ 57”
Franco Zanotti (Azzano S.Paolo) – 3 h 10’ 42”
Luca Speciani (Gamber) – 3 h 13’ 06”
Amedeo Bonfanti (Triathlon Lecco) – 3 h 13’ 17”
CLASSIFICA FEMMINILE
Giuseppina Fadigati – 3 h 40’ 22”
Barbara Galimberti – 3 h 46’ 24”
Claudia D’Adda – 3 h 55’ 39”
Chi volesse leggersi una cronaca meno "ufficiale" di questa gara, non ha che da cliccare qui...
Dominio straniero, ma in salita gli italiani hanno dato battaglia. 53 km di salita spaccacuore: chi vince ha veramente la stoffa del campione.
Sembriamo un po’ tutti pazzi, o incoscienti, nella piazza del Duomo di Pistoia, noi che prenderemo parte alla 26° edizione della Pistoia-Abetone. Gli iscritti alla prova più lunga di 53 km sono (siamo) 667. Più altri 481 complessivi per i due traguardi più brevi di 16 e 30 km. Si ride, si scherza: tanto la gara sarà lunga e dura. Ci sarà tempo dopo per stringere i denti.
La gara nacque nella prima metà del secolo per iniziativa di Artidoro Berti (forte maratoneta dell’epoca), che per dimostrare quale fosse la fatica di una maratona, percorse tutti di corsa i km che separavano Pistoia dal passo dell’Abetone, tra Emilia e Toscana. In suo onore, nel ’76 fu organizzata la prima edizione, vinta da Roberto Lotti. Da allora, ogni anno, il rito si ripete.
Il tracciato, anche per me esordiente, parla chiaro. Pistoia si trova a 65 m slm. Il passo dell’Abetone a 1388 m slm. Di discesa, insomma, ne troveremo poca. In più, si arriverà al 35° km (momento tipico di crisi di tutti i maratoneti) a quota 455 m, scendendo dagli 819 di Gavinana conquistati a suon di tornanti, per affrontare gli ultimi 18 km di salita continua e ininterrotta, con pendenze anche dell’11%. Fulvio Massini, da me interpellato sull’equivalenza in fatica di una tale prova, non ha esitato un istante a dire: “Come una 100 km!”.
La gara quest’anno era valida come Campionato Italiano IUTA di corsa in salita ultra, faceva parte del challenge europeo IAU, e valeva anche come campionato italiano UISP di gran fondo. Numero e qualità delle presenze erano infatti di rilievo: Claudio Simi, dell’Orecchiella Lucca, vincitore l’anno scorso in onore dell’amico scomparso Sergio Pozzi (detentore della migliore prestazione all time e tre volte vincitore), il riccionese Mirko Zanni (secondo l’anno scorso), il russo Alexei Kononov (due volte primo, e mattatore al Passatore), Marco D’Innocenti (lo “scudiero” e compagno di squadra di Calcaterra), l’ultramaratoneta slovacco Ondrej Gondas (anch’egli due volte primo), il marocchino Aziz Laraichi, e svariati altri ottimi maratoneti e ultramaratoneti (Giuseppe Veletti, Ludwig Brunner, Gaetano Cardia, Livio Tretto, Janos Bogar, Giorgio Pigoni – primo nell’87-, Zsolt Vegvari, Antonio Mazzeo, Gabriele Scardetta).
E’ facile partire forte in una gara come questa, e così hanno fatto in tanti. Il marocchino Aziz Laraichi ha puntato da subito alla vittoria (che ha poi ottenuto siglando il secondo miglior tempo di sempre), ma aveva gambe per reggere fino in fondo. Non così il romano D’Innocenti, che è stato secondo per tutta la gara, per poi cedere di schianto negli ultimi 4 durissimi km, giungendo alla fine sesto. Incredibile invece la rimonta di Claudio Simi, classe ’56, che grazie alla sua esperienza ha ripreso più di 6’ a Laraichi (sui 16’ e più che li dividevano a 6 km dall’arrivo), arrivando ottimo secondo. Terzo e quarto, a sorpresa, il giovane Andrea Silicani e Aniello Sarno (divisi da pochi secondi) seguiti dal torinese Veletti. Kononov non è mai stato in gara per la vittoria, e così Zanni. Solo undici atleti riuscivano a concludere la prova sotto le 4 ore, a testimonianza di una gara veramente selettiva, anche a causa della giornata molto calda.
La russa Marina Michlianova, prima tra le signore in 4 ore 21’ (nonché 26° assoluta) ha corso con grande regolarità. Sono stato al suo fianco per buona parte della gara, e credo che la sua forza stesse nella frequenza che teneva in salita, dove aveva un passo brillante e corto. Nei tratti in discesa la staccavo di decine di metri, ma appena la strada ritornava a salire, un passo dopo l’altro mi riprendeva e staccava. Dietro di lei, fino a due km dall’arrivo, l’inossidabile Maria Grazia Navacchia (dopo tre vittorie consecutive), mirava al 2° posto. Ma il finale fortissimo dell’abruzzese Fiorella Stracco, l’ha relegata al 3° posto, lasciandole un distacco di 4’ in soli 2000 m. Ma che 2000 m: gli ultimi di una supersalita di 18 km!
Per la prima volta alla Pistoia Abetone si è inoltre avuta la partecipazione di un disabile. Il coraggiosissimo Rossano Baronti (reduce da uno splendido 13° posto a New York, e nato a Fucecchio come il ben più noto Lambruschini), è arrivato sull’Abetone con la sua handy bike, incitato da tutti gli atleti e i volontari metro dopo metro, in 5 h e 47’. E se pensiamo alla fatica che si può fare su quelle salite con una sedia a rotelle, capiamo al volo perché in 26 edizioni nessuno vi si era mai cimentato.
Un po’ troppe macchine hanno infastidito gli atleti nei 18 km finali, alcune anche scendendo dal passo a gran velocità. E certo i vigili in servizio avrebbero dovuto garantire meglio l’incolumità degli atleti. D’altra parte la bellezza del panorama, in mezzo ad abeti e castagni altissimi, avrebbe fatto dimenticare questo ed altro.
Ottima l’accoglienza all’arrivo, con ristori abbondanti e variati, servizio docce con pulmino, e premi per tanti, se non per tutti. Ma il premio più grande, lo sa chi ha corso almeno una volta, è la profonda soddisfazione di essere arrivati in cima. Che ti fa dire, quando ancora stai boccheggiando su una panca con un bicchiere di tè caldo tra le mani: “L’anno prossimo voglio esserci ancora!”.
(chi fosse interessato ad una cronaca meno "ufficiale" può cliccare qui con fiducia...)
Nota curiosa: questo pezzo in realtà non è mai stato
pubblicato. Al suo posto è stato inserito il commento di un altro collaboratore
regionale per la Liguria, per comprensibili motivi di "precedenza" e
opportunità. Tuttavia, chi avesse voglia di confrontare i due pezzi... può
farlo.
Anche l’Italia adesso ha la sua “desert marathon”. E
chi la voleva durissima è stato accontentato. Domenica 29 Luglio
nell’entroterra di Sanremo (comunità montana Intemelia) si è infatti
disputato il campionato italiano IUTA delle 30 miglia “trail”. La parola
“trail”, ben nota agli addetti ai lavori, significa sentiero, strada
sterrata, ed indica una gara che si corre prevalentemente su sentieri. A
Perinaldo (IM), sede della partenza della gara, si è dimostrato che per
organizzare una gara veramente dura, non serve ne’ il deserto, ne’ l’alta
quota. Bastano i sentieri della Liguria.
Il percorso, lungo 48 km, e con un dislivello complessivo di oltre 2000 m, si snodava “solo” tra i 410 m slm di quota minima, e i 1090 di quota massima. Ma i sentieri dell’entroterra ligure, oltre ad essere sassosi e franosi, hanno il brutto difetto di non essere mai in piano. La strada era pertanto un continuo saliscendi, che metteva a durissima prova piedi e muscoli degli atleti.
Così, chi è partito di buon passo, pensando di fare una gara appena un po’ più lunga di una maratona, ha avuto tempo di pentirsi, tra discese mozzafiato in mezzo agli ulivi, e tratti rocciosi che richiedevano l’uso delle mani per non scivolare a valle. Se a tutto questo si aggiunge un sole implacabile, che ha seguito gli atleti per tutta la gara, si capisce perché campioni del calibro di Stefano Sartori (winner della prima edizione del ’99) hanno patito le loro difficoltà.
Alla partenza, i più forti (Sartori e Mario Fattore, recente secondo al Passatore dietro Kononov) danno il ritmo. Con loro l’audace Franco Clima, e un paio di atleti che si sarebbero fermati al traguardo dei 15 km. Dietro, un gruppo di atleti più prudenti: Trinchera, Vedilei (nazionale della 100 km), Belloni, Folladori, Tacchini, Amateis, e chi scrive. Ma le difficoltà del percorso avrebbero operato una dura selezione. Mario Fattore, del Marathon Chieti, finisce alla grande in 3h e 27’, lasciando al secondo (il fortissimo Sartori) più di un quarto d’ora di distacco. Tanto che il trentino deve difendersi dal ritorno imperioso del regolarissimo atleta di casa Lorenzo Trinchera (tesserato per l’U.S.Maurina di Imperia). A Trinchera hanno indubbiamente fatto bene i numerosi allenamenti con Ornella Ferrara.
Solo altri 3 atleti taglieranno il traguardo entro un’ora dal vincitore: il piemontese Benetti, il genovese Panduccio e il “vichingo” abruzzese Vedilei. Gli altri, alla spicciolata, con distacchi enormi. Il tunisino Magroun, da cui si aspettavano sfracelli, arriva solo decimo in 4h29’, l’americano Whittemore (19°) taglia il traguardo in 5h16’ e il tedesco Schwartz arriva addirittura fuori tempo massimo. Numerosi i ritiri: solo 33 runner sono giunti al traguardo entro le 7h30’ previste. Clima ci arriva in ambulanza, Belloni in moto, Folladori camminando. Insomma, posso andare fiero del mio sofferto 13° posto.
Una brillantissima Monica Casiraghi (7° assoluta!) vince in 4h19’ dopo aver combattuto per 30 km con Antonella Lissoni. Quest’ultima, però, non arriverà al traguardo con le sue gambe. Alle spalle della brianzola, dopo quasi un’ora, arrivano Lorena Di Vito e le sorelle Costetti. Roberta Elìa e Cinzia Asdente chiudono la classifica femminile.
Stupendi i panorami montani, e i sentieri in mezzo a pini, corbezzoli, lentischi, mimose ed eucalipti. Pochi ma buoni i ristori, e simpatica l’assistenza in loco tra riso party, brande, stand di Macdonald e ballerine cubane. Per l’anno prossimo sarà necessario presidiare un po’ di più i numerosi bivi presenti sul percorso, per non obbligare gli atleti a fare orienteering oltre che podismo. E forse sarà anche meglio anticipare lo start alle 7.00 in vece che alle 8.00 (poi diventate 8.20), per alleggerire agli atleti il peso del lungo percorso, quasi sempre assolato.
Un’ultima nota: il devil trail lo può vincere solo un campione. Tenete d’occhio Mario Fattore: sentiremo presto parlare di lui.
Chi fosse interessato a leggersi anche il racconto meno "formale" inviato alla lista DRS su questa gara, può cliccare qui, a suo rischio e pericolo...
Maratona del Piceno - Grottazzolina
(AP) 9/9/2001
La Maratona del Piceno apre la serie delle maratone
autunnali.
Buona prova di Rinaldi che batte i keniani su un percorso molto selettivo.
Una gara tutta “fatta in casa”. Così la definisce l’organizzatore Bruno Andreani con la modestia tutta marchigiana di chi vuole fare le cose per benino. Da 19 anni, infatti, la Maratona del Piceno offre gentilezza, ospitalità e servizio come poche altre, pur essendo dislocata lontano da grandi città, e non disponendo di grandi budget per richiamare atleti di grido. Si disputa inoltre all’inizio di Settembre (quest’anno il 9), quando il clima in centro Italia è ancora caldo, e i maratoneti sono ancora lontani dalle impegnative maratone autunnali. Tuttavia premia i concorrenti (questa volta ben 850 al via) fino al 100° classificato, offrendo inoltre rimborsi ai gruppi provenienti da fuori regione, e cena e pernottamento gratuito ai singoli atleti che lo richiedano (“sagra dell’ospitalità marchigiana”). Un bel sito internet, con tutte le istruzioni per arrivare, l’altimetria, le classifiche degli anni passati, consente anche l’iscrizione on-line. Insomma, fatta in casa, ma con tante attenzioni anche per l’ultimo degli amatori.
In contemporanea alla maratona, si disputa anche la “Marcia Valtenna”, una corsa (competitiva e non) di 4 e 12 km, che viene intelligentemente fatta partire 45’ dopo la maratona.
A Grottazzolina non si viene per fare il personale. Lo impediscono, di solito, le temperature ancora alte, e soprattutto il percorso ondulato, che ha inoltre il difetto di essere in leggera continua salita dal 25° km in poi. L’albo d’oro parla chiaro: pochi atleti di grido (Calcaterra, Barbi, Sbaiti, Crosio), e con tempi mediamente alti (2h17’50 il record del percorso). Quello che i neofiti della gara non sanno è infatti che la seconda metà del percorso, pur con appena 100 m di dislivello, è in grado di tagliare le gambe a molti, come è infatti successo anche in questa edizione.
Al via si presenta un buon gruppo di atleti: Giorgio Calcaterra (vincitore dell’anno passato) con l’inseparabile scudiero del Villa Aurelia Roma, Marco D’Innocenti. Il calabrese Minici (primo a Verona e secondo a Piacenza). Fabio Rinaldi della Cover. Due forti keniani (Willy Kering, terzo nel 2000, e Cheruyot Sigei). Emanuele Zenucchi (vincitore di Genova e Straborbera). L’abruzzese Mario Fattore (secondo al Passatore e campione italiano Trail). Il toscano Andrea Silicani (terzo sull’Abetone). E ancora nove agguerriti ungheresi, e un certo numero di enfants du pays marchigiani di buon livello. Inoltre si presentano al via Daniele Caimmi, Denis Curzi e Migidio Bourifa con l’intenzione di tirare solo per 25 km. Ma in queste gare, non si sa mai.
Posto d’onore tra le celebrità ai noti stakanovisti Togni e Govi (quest’ultimo giunto alla 448° maratona disputata), peraltro non in lizza per i primi posti…
Tra le signore, Simona Viola (vincitrice di due edizioni), Antonella Benatti (prima quest’anno a Verona e in diverse altre maratone) e la polacca Eva Kepa, sembrano le candidate alla vittoria. Ma la gara sarà ricca di sorprese.
Alla partenza il trio Curzi/Caimmi/Bourifa resta fuori dai giochi, dedicandosi solo al suo allenamento. In testa si crea ben presto un gruppo con Rinaldi, Calcaterra, Zenucchi e Kering.
Al 21° km, in prossimità del traguardo volante, Zenucchi fa partire la prima offensiva. Kering e Rinaldi rispondono. Calcaterra preferisce invece una tattica più prudente. Dopo un po’ però Zenucchi paga il suo attacco (la salita comincia a mietere vittime), e in testa rimangono solo Rinaldi e il keniano. L’azione di Rinaldi sarà alla fine più efficace, e l’atleta della Cover, nonostante l’ultimo km di dura salita, darà quasi un minuto di distacco all’africano. Calcaterra chiuderà terzo a un minuto da Kering, mentre un demotivato Zenucchi sarà superato anche dal forte amatore marchigiano Giovanni Lattanzi, cui ha certo giovato la buona conoscenza delle asperità del percorso. Ottimo sesto, con una condotta prudente e accorta, Marco D’Innocenti. Dopo i primi sei, staccati l’un l’altro da circa un minuto, il deserto. Mario Fattore, che certo non è tipo che soffra le salite, arriva 7° dopo altri 4’. Per vedere l’8° (il pavese Vaccina) occorrono altri 5’30”. Cheruyot Sigei (come parecchi altri) non vedrà il traguardo. Minici si ferma dopo pochi km, mentre l’africano dovrà essere caricato in ambulanza e portato al pronto soccorso di Fermo. Lo scalatore Silicani arriva 13° in 2h47’. Il vostro cronista, forgiato dal caldo, sarà 18° assoluto. Il primo degli ungheresi (Wimmer), solo 20°. Per arrivare in fondo, e per farlo bene, è necessario dimenticare tempi e cronometri, lasciandosi andare alle sensazioni. Chi l’ha fatto, ha recuperato decine di posizioni.
Anche le donne partono in gruppo: Eva Kepa, Simona Viola e l’atleta di casa Marcella Mancini (quarta l’anno passato e forte di un 2h45’ a Roma), guidano la corsa. Più indietro, prudenti, Benatti, Boschini e Navacchia. Prima ancora della mezza maratona la Viola si ritira, mentre la polacca crolla di schianto. Per la Mancini diventa una passeggiata, che vince in 2h51’. Alle sue spalle, ha la meglio l’esperienza: Benatti e Navacchia sono seconda e terza. La Kepa sarà solo 5° in 3h18’ dietro a Chiara Boschini.
All’arrivo scoppia il “giallo” del chip. Pare infatti che Rinaldi, per un malinteso con chi lo accompagnava, abbia corso senza chip. Formalmente, così sosteneva un giudice Fidal, non avrebbe dovuto essere classificato. D’altra parte Rinaldi era stato in testa dal primo all’ultimo metro, come peraltro documentato dalle riprese filmate. Alla fine per fortuna ha prevalso il buon senso, e Rinaldi è stato inserito in classifica.
E’ stata insomma una gara difficile (che ha premiato chi ha scelto di affrontarla con rispetto e prudenza), in cui il risultato cronometrico ha perso un po’ di significato. Sia i big che gli amatori, infatti, hanno dovuto aggiungere 10-12’ ai loro primati personali, e nelle retrovie crolli e ritiri sono stati numerosi, probabilmente anche a causa del gran caldo. I chilometri ben segnati, ristori e spugnaggi molto curati, un simpatico speaker che salutava sportivamente anche gli ultimi arrivi, e un’expo ben allestita, hanno fatto dimenticare qualche tratto di percorso “infestato” da auto e camion. La cordiale ospitalità marchigiana ha fatto il resto, confezionando un “prodotto maratona” che, anche se “fatto in casa” ha saputo mantenere, nel tempo, il sapore del buon pane.
Qualche intervista ai protagonisti
Fabio Rinaldi è contento della sua gara. Quando Zenucchi è partito, non si è scomposto, e piano piano è andato a riprenderlo con Kering. Poi le gambe hanno fatto il resto, consentendogli di staccare l’africano nell’impegnativo tratto in salita. Il crono (2h23’) non conta granché, ma le sensazioni, in previsione della prossima maratona di Carpi, sono molto buone.
Giorgio Calcaterra è sereno. Quando Zenucchi ha lanciato il primo attacco, ha supposto che fosse per il traguardo volante, e ha preferito lasciarlo andare. Bene ha fatto, perché alla fine è arrivato terzo, ed ha avuto parole di elogio per il suo compagno di squadra D’Innocenti, ottimo sesto con una tattica prudente, ben diversa da quella sofferta sull’Abetone. Chiedergli che maratona stia preparando è impossibile: lui le fa tutte.
Il bergamasco Emanuele Zenucchi ha invece corso di malumore, essendo in rotta con la sua società (Vertova) a causa di problemi di ingaggio e rimborsi. Solo grazie alla sponsorizzazione di Longoni Sport, dice, non è costretto a comprarsi le scarpe da solo. E’ triste vedere un atleta forte e generoso come lui, costretto da motivi extrasportivi a fare calcoli sul fatto che se si migliora, sale il costo del suo cartellino.. Gli auguriamo quanto prima di risolvere i suoi guai nel modo più elegante.
L’abruzzese Mario Fattore, invece, da poco entrato in nazionale per la 100 km, e vincitore con autorità del Devil Trail di Perinaldo (campionato italiano di trail 48 km), ha sofferto per un dolore tendineo. Essendosi ritirato a Cleder in Francia, al campionato mondiale di fine Agosto, al 70° km, vuole riscattare quella sconfitta ai campionati europei di Winschoten, in Olanda. Grottazzolina è un buon passaggio in quella direzione.
Marcella Mancini ha stupito tutti con la sua vittoria. Questa ragazza dell’Atletica Potenza Picena, bionda ed esile, ha avuto ragione con autorità di un buon lotto di concorrenti. E’ ancora tesserata come amatore, e corre solo da due anni. L’anno passato arrivò quarta in 3h08’. Quest’anno si è classificata 19° assoluta in 2h51’. A Roma aveva siglato il suo personale con 2h45’, ma tra i due crono, questo vale sicuramente di più, se si considerano il caldo e il percorso ondulato. Se quello che ha fin qui dimostrato ha buone radici, sentiremo parlare di lei.
Antonella Benatti, che corre quasi più maratone di Calcaterra, vincendone anche qualcuna in più, a Grottazzolina non era in gran forma. Tanto da interpretare la gara come un allenamento un po’ tirato. Ha infatti lasciato andare le tre battistrada, salvo poi trovarsi, ancor prima del 21° km, in seconda posizione. A quel punto, poteva forse rallentare? E così, zitta zitta, ha messo nel carniere un altro buon secondo posto in 2h56’.
CLASSIFICA UOMINI
1 – Fabio Rinaldi
2:23’51
2 – Willy Kering
2:24’48
3 – Giorgio Calcaterra
2:25’50
4 – Giovanni Lattanzi
2:27’06
5 – Emanuele Zenucchi
2:27’56
6 – Marco D’Innocenti
2:28’25
7 – Mario Fattore
2:32’06
8 – Tommaso Vaccina
2:37’34
9 – Fabio Roccato
2:38’33
10- Michelangelo Salvadore
2:41’41
CLASSIFICA DONNE
1 – Marcella Mancini
2:51’31
2 – Antonella Benatti
2:56’33
3 – Mariagrazia Navacchia
3:04’13
4 – Chiara Boschini
3:15’17
5 – Eva Kepa
3:18’19
Pecorai
intelligenti
L’esperienza di un organizzatore che ha saputo fare tesoro dei consigli di
Correre, sul problema dei “doppi percorsi”.
Chi scrive su una rivista sportiva non sempre ottiene grandi gratificazioni. Lo sport è spesso considerato giornalismo “minore”, e talvolta sono più le lamentele (“non sono stato citato”, “hai detto bene e dovevi dire male” ecc.) che le lodi. Qualche volta, però, accade il contrario, e quello che si scrive (lo scopriamo col tempo) stimola a migliorarsi e ad offrire un servizio sempre migliore.
Circa un anno fa, su queste pagine, nella rubrica “Regioni flash” (che ho scoperto essere seguitissima), commentavo una corsa lombarda a cui avevo partecipato: la “Straberot” di Truccazzano (MI).
La gara offre due bei percorsi di 12 e 18 km nella campagna che da Milano porta verso Crema, vicino all’Adda e appena sotto Melzo. I percorsi sono ben segnati, i ristori abbondano, le auto sono del tutto assenti, e circa 700 podisti (tra cui numerosi competitivi), ogni anno frequentano questa bella corsa d’inizio autunno, giunta ormai, nel 2001, all’ottava edizione.
Il ricavato della manifestazione viene poi interamente devoluto per le attività benefiche dell’oratorio locale.
La Straberot, affiliata AGAP, è una di quelle corse denominate “non competitive”, che tuttavia prevedono una partenza unica (alla stessa ora per tutti) e (a differenza delle marce FIASP) premi individuali anche per i primi classificati.
Nel mio commento all’edizione 2000 (poche righe a fondo rivista), insieme ad una succinta cronaca, stigmatizzavo l’abitudine, peraltro diffusa in molte corse domenicali, di consentire agli atleti di scegliere quale percorso effettuare, durante lo svolgimento della corsa. Per gli atleti competitivi questa cattiva abitudine permette ad alcuni di partire con un’idea (per esempio di correre la distanza breve), per poi optare per la distanza lunga, qualora vedano che la loro posizione può essere più premiata.
Questo fenomeno è tanto più marcato, quanto più tardi si trova il “bivio” tra i due percorsi, in quanto consente di far conto su posizioni di classifica ancora più definite.
In realtà, al di là del problema premi (che talvolta nemmeno ci sono), il risultato di questa confusione è che per gran parte della gara si è nella totale impossibilità di capire che posizione si occupa, quanti atleti si hanno davanti, e che ritmo sia giusto tenere. Così, chi voleva in qualche modo “gareggiare” è costretto a farlo “al buio”.
Poiché spesso il chilometraggio di queste gare (anche quando segnato) è molto approssimativo, nessuno corre per “fare il tempo”, e quindi l’aspetto di “pura competizione” tende a prevalere. Ma se fino alla fine non si sa con chi si è in competizione, molto di questo piacere si perde.
Ancora più antipatico è che magari i 6 atleti più forti si dividano il “montepremi”, deviando il secondo trio (quello più attardato) sulla gara più lunga, quando in origine dovevano tutti fare la corsa breve.
In qualche caso mi sono tolto la soddisfazione, dopo essere partito tranquillo per la prova lunga, di essere poi andato a raccogliere uno per uno i “transfuga” della gara breve nei km finali, con un fine gara in rimonta. Ma non sempre succede così, ed anzi spesso uno si rende conto della posizione solo dopo l’arrivo, proprio a causa della confusione del doppio percorso.
Nessuno corre “veramente” per i premi, in quel genere di corse (premi che, quando va bene, sono due bottiglie di vino, un salame, o una medaglietta sottile sottile..), ma è il gusto della competizione che viene falsato.
Certo, mi si dirà, non stiamo parlando di problemi gravi. Ben più gravi sono i tagli di percorso, la gente che si fa portare in macchina, l’assunzione di stimolanti, le macchine derubate, i quattro soldi per organizzare che non bastano mai. Inoltre molti dei partecipanti non vivono minimamente questo problema, desiderando solo partire e arrivare serenamente. Eppure… la mia segnalazione ha sortito un effetto.
Pochi giorni prima della gara, ricevo infatti la telefonata di una signora che partecipa all’organizzazione, che mi comunica che c’è stata una lunga discussione interna (ricca di pathos a quanto ho intuito) per capire come risolvere il problema nell’edizione 2001.
Cambiare il percorso, dividendolo da subito, provocherebbe un raddoppio dei costi di ristoro e personale, e non è quindi una soluzione percorribile. Una partenza separata (con l’altra cattiva abitudine dei vari podisti di partire all’ora che vogliono anche nelle gare a “partenza unica”..) comporterebbe ulteriore confusione. Così la gentile signora Lotti mi interpella per avere un consiglio.
Bastano dieci minuti di brainstorming per individuare una soluzione possibile: creare cartellini di due colori: giallo per la gara breve e arancio per quella lunga.
Altre vie (per esempio quella di concentrare la competitiva su una sola distanza, lasciando le altre distanze tutte non competitive), vengono scartate per motivi interni, ma rappresentano una possibile strada per altri organizzatori.
Alla Pistoia-Abetone, per esempio, danno un pettorale diverso a seconda della distanza che si sceglie di percorrere. Se uno cambia idea, può continuare, ma viene classificato solo per la gara scelta all’atto dell’iscrizione. A Truccazzano non c’è bisogno di essere così fiscali. Chi competitivo non è, potrà comunque fare la distanza che preferisce. Chi invece si candida alla competizione, dovrà rigorosamente rispettare l’indicazione del cartellino.
Nessuno protesta, e la novità viene accolta con piacere anche dal personale di servizio sul percorso.
Forse per la prima volta, il 9 Settembre 2001, la Straberot viene corsa in modo del tutto “pulito”. E i risultati si vedono subito. La 18 km si risolve solo in volata con Simone Busetto che batte Filippo Giannetto. Mentre Dario Barbesta, nella gara più breve, deve sudare sette camicie per scrollarsi di dosso l’ex siepista bergamasco Gianfranco Mazzucchelli. Teresa Di Feo ed Ester Mattei si impongono invece in campo femminile sulle rispettive distanze.
Gli abitanti di Truccazzano, che in passato erano conosciuti come allevatori di ovini, venivano chiamati “beròt”, cioè “pecore” o “pecorai”. In onore a questo nomignolo è stata battezzata la gara. Ma i beròt questa volta hanno dimostrato intuito più fine di tanti loro colleghi, a cui le critiche (anche se gentili e costruttive) entrano da un orecchio e fuoriescono dall’altro.
Continuate così, beròt, e vedrete che la vostra gara sarà sempre più bella e frequentata.
Venicemarathon - 28/10/2001 "La mia Venezia"
Come Giano bifronte, Jekill e Hyde, o la strega di Biancaneve, Venezia è una città dai due volti: quello splendente di gondole e maschere, e quello vero di storie, di vita, di persone.
Piccolo aneddoto: la versione originale recitava così:
......"Venezia è un imbroglio" canta Guccini in una sua nota
canzone, riferendosi alle due facce della città: quella splendente di gondole e
maschere, e quella vera di storie, di vita, di persone......
Appena inviato il pezzo a Correre però, scopro che su podisti.net è stato
fatto un pezzo tutto incentrato sulla canzone di Guccini. Nel dubbio, taglio
l'incipit, e mando la nuova versione...
Per noi che abbiamo corso, vissuto, sofferto e amato la 16° edizione della Venicemarathon, le due facce sono confluite in un’unica grande emozione.
Certo gestire 6400 atleti, che devono trovare pullman, servizio borse, assistenza, ristori, toilette, sarebbe un’impresa per chiunque. Invece tutto è filato liscio, anche se qualche particolare può essere migliorato. Come la scelta di posizionare l’expo nel centro di Mestre, dove per parcheggiare ci è voluto più tempo che per venire da Milano (e il caos indescrivibile all’interno ha impedito, credo, una serena fruizione dei beni e servizi offerti dagli stand). O ancora l’accoglienza al palasport con le docce fredde (vergogna!). Tuttavia la cronometrica precisione dello smistamento nell’area della partenza, la ricca disponibilità di toilette volanti, la ricchezza dei ristori, e il grande numero di volontari, hanno confermato una capacità organizzativa di alto livello.
Ricordo l’ultima edizione da me corsa, nel lontano 1995. Fu l’anno dell’esplosione dei numeri. Non esistevano i chip. Ci trovammo in 7000 nell’area della partenza. Pigiati come sardine, senza uno straccio di bagno. A pochi minuti dal via travolgemmo i giudici senza farci punzonare: un mezzo disastro. Oggi osservando la tranquilla serenità degli organizzatori, le migliaia di volontari, la puntualità dei servizi, l’impressione è tutt’altra. Come quando si rivede un nipotino, non visto per qualche tempo, e lo si trova alzato di 30 cm, spalle forti e qualche pelo di barba.
Partire per la maratona di Venezia è già una piccola impresa. Solo trovare una sistemazione "onesta" in città, in prossimità della ricorrenza dei defunti, richiede una certa fortuna. La mattina della partenza, poi, è necessario coordinarsi come orologi al quarzo. Al parcheggio del Tronchetto ci si deve presentare, borse alla mano, tra le 7.00 e le 7.20, per essere trasbordati a Stra. Una volta là, ci si deve spogliare, mettendo la borsa sugli appositi camion, entro le 8.20. Da quel momento, seminudi e al freddo, si deve aspettare un’ora prima del via, scaldandosi o, meglio, posizionandosi negli appositi box divisi per tempo d’iscrizione. E lì l’ingegno umano si scatena, inventandosi ogni genere di accessorio: dal vecchio maglione (da buttare al via), passando per ingegnosi marsupi contenenti cheerpack e bicchierini di caffè, fino alla bottiglina vuota per contenere le ultime gocce di.. emozione. Tra elicotteri e riprese RAI, dunque, si parte. Prima i disabili e poi, pochi minuti più tardi, tutti gli altri.
Venicemarathon ti consente, fin dal primo metro, di correre in gruppo, anche se vai piuttosto forte. In maratone meno frequentate capita anche, a certi ritmi, di trovarsi soli dopo 4-5 km. Non qui, per fortuna. Parto prudente, come sempre. La maratona, si sa, comincia dopo 25-30 km. Costeggiare le rive del Brenta, però, accompagnati da bande, sbandieratori, majorette, e un folto pubblico, mette le ali ai piedi. A Fiesso d’Artico, Mira, Dolo, la gente ti incita con il tipico accento locale. Sono mamme, bambini, scout, pensionati: è per tutti una grande festa. Qualche signore un po’ paffuto scuote il capo ("i sé mati.."), ma la stragrande maggioranza di chi assiste ci guarda con ammirazione, mentre l’allegro e colorato serpentone si snoda in mezzo a splendide ville barocche e salici piangenti pigramente adagiati sul fiume.
Viaggio a 3’40-3’42 al km, e la compagnia è di quelle buone. A Mestre, nel tratto con il "giro di boa", si possono ammirare le veloci falcate di chi ci è davanti. Il tempo di raggiungere e superare un’etiope ed una giapponese (poi 5° e 4°), e, tra un sottopassaggio e uno svincolo, siamo al ponte della Libertà. Sull’ultimo cavalcavia supero un disabile in difficoltà. Lo spingo pochi istanti, per dargli una mano, e non offenderlo. Vorrei abbracciarlo, e non so come fare.
Sul ponte, lo spettacolo della laguna che si apre a destra e a sinistra è stupendo. Sono 4 km dritti e duri, e soffia un filo di vento contrario. Confusa nella foschia del mattino, la città si intravede lontanissima. Possono essere così lunghi 4000 metri?
Ogni maratoneta sa che le scorte di glicogeno disponibili, per quanto ci si alleni sotto quell’aspetto, dopo il 35° sono agli sgoccioli. Il corpo fa abbondante uso di grassi, ma con efficienza molto inferiore. E’ il momento più duro per tutti: per una volta la sofferenza del top runner è pari a quella dell’amatore più lento. E infatti le gambe, nella salita finale che immette in città, sono diventate un po’ di legno. Ma l’abbraccio forte delle migliaia di persone assiepate ai lati delle transenne ti stringe come una coperta calda.
Nonostante il mio ritmo sia calato, continuo ugualmente a superare altri atleti. C’è soddisfazione, sì, ma anche fratellanza, solidarietà. Quante volte mi sono trovato io dall’altra parte? Ci si supera in silenzio, o mormorando parole gentili: "Dài, forza! E’ finita..". Faranno così anche i campioni?
Il ponte di barche ci traghetta da Santa Maria della Salute alla riva degli Schiavoni, immettendoci nell’ultimo, lunghissimo, rettilineo. Ad ogni ponticello le gambe scricchiolano come il legno delle assi, ma ormai è finita davvero.
All’arrivo sono accolto da braccia premurose, che mi infilano al collo una medaglia, e in gola una strana bevanda blu. Mi guardo intorno felice e stranito. La mia donna mi attende oltre le transenne per abbracciarmi. Sento che Caimmi è stato fortissimo: terzo in 2 ore e 10! E Bourifa pochi secondi dietro, con una gara tutta in rimonta. Bravissimi!
Intorno a me vedo a destra la meraviglia di un mare verde scuro, e a sinistra lo splendore della Serenissima. Mi avvolge l’odore intenso delle alghe marine. Un vago profumo di olio canforato mi ricorda la presenza, vicino a me, di altri atleti, di altri uomini, come me stanchi, ma felici.
Il sangue pulsa forte nelle vene e, credo, in quel momento, che non farei cambio con nessun’altra emozione al mondo.
Passa
Maradona? Una Milanomarathon da 2 ore e mezza
Prova di maturità per la maratona di Milano. Il 2 Dicembre tutto è filato liscio come l’olio, e l’organizzazione ha saputo gestire l’evento in modo efficiente, accontentando tutti.
Milano capitale degli affari e della moda ha accolto il treno multicolore dei 5600 iscritti con grandi sbadigli e poco pubblico sul percorso. In netto contrasto con il forte coinvolgimento dimostrato dai gruppi podistici di Milano e hinterland, che si sono incaricati di gestire i ristori con decine di propri volontari, a dimostrazione dell’esistenza di due mondi staccati: quello sportivo e quello mondano-economico, raramente in grado di incontrarsi.
Milano è città dagli alti costi abitativi. Molte giovani coppie vanno a vivere fuori. Dentro restano gli anziani, e i negozi, gli uffici, la moda e gli affari. Ecco perché all’incrocio di via Ripamonti decine di auto strombazzavano infuriate, incapaci di attendere dieci minuti il passaggio degli atleti. E pochi km dopo un signore in età, osservando l’insolito movimento, e orecchiando mezze frasi, chiedeva incredulo, confondendo sacro e profano: “Ma che succede? Passa Maradona?”.
A Milano tutto si fa sempre di corsa. Una volta tanto proprio la corsa ha il compito di far riconquistare ai milanesi gli spazi e i tempi della città. Senza auto. Senza smog. Possibile che così pochi ne colgano il valore?
La partenza è un po’ caotica. Le griglie di partenza sono accessibili a tutti, perciò chi, come me, cerca una buona posizione, si trova schiacciato dietro a centinaia di persone che correranno in 4 ore o più. Mi divincolo tra spintoni e gimcane. D’altra parte dopo pochi km mi inserisco in un gruppo che gira al ritmo ideale di 3’38-3’40/km. Meglio stare coperti, perché la gara è lunga, e la temperatura bassa.
So di essere ben allenato. Mi sono concentrato, nell’ultimo mese, soprattutto sulla resistenza (fisica e mentale) alla crisi del 35° km. Ho fatto lunghissimi a digiuno, ripetute lunghe con recupero a ritmi sostenuti, progressivi collinari ad alta intensità. Sento che questa volta riuscirò a tenere il ritmo.
Passo alla mezza in 1h17’28, e so che la gara deve ancora incominciare.
Finalmente al 24° km incomincia. Dal gruppone di cui faccio parte si staccano due atleti che cambiano ritmo. E’ ancora un po’ presto: li seguo o non li seguo? Si vive una volta sola: vado.
Fino al 29° è una lotta per tenere il ritmo, poi ci perdiamo. A quel punto sono da solo. Le sensazioni sono buone, ma mancano 12-13 km. E la zona “crisi” si avvicina. Terrò?
E’ il momento per correre zen: mi concentro sul mio respiro, cerco di sciogliere al massimo la muscolatura indolenzita. Sono pura corsa. Sono strada, muscoli, avversari, e cielo. E i km passano in un batter d’occhio. Girare ancora a 3’40-3’45 mi fa guadagnare decine e decine di posizioni.
Arrivo nel parco al km 37, di fianco all’Arena, e poi c’è Piazza della Scala, Corso Vittorio Emanuele, il Duomo. Qui finalmente un po’ di pubblico c’è. Nemmeno me ne accorgo e sono al 40°. E la crisi? Non c’è stata. O se c’è stata, non l’ho sentita. L’allenamento a bruciare grassi ha fatto il suo dovere. Sono stanco, provato, ma per niente in crisi.
Ormai è passerella: sull’arrivo riesco ancora a fare la volata, battendo un amico negli ultimi metri. E scopro di avere chiuso in 2h36’. Sono 71° assoluto e quinto di categoria (M40). Ma sono anche il primo degli “sponsorizzati” per “Children in crisis”, una delle associazioni umanitarie presenti alla Milanomarathon per raccogliere fondi. I miei tre “sponsor” aiuteranno ad andare a scuola una classe di bimbi afgani, tibetani o della Sierra Leone, per un anno intero.
Riscuoto quindi (dopo l’abbraccio del direttore) i baci delle volontarie, prima di godere del sorriso della mia compagna, che mi attende gioiosa dietro le transenne.
Sono stanco, felice, un po’ gelato, fuori. Ma il cuore dentro è caldo come non mai. Per motivi che la Milano degli affari e della moda, forse, farà sempre fatica a capire.
Il futuro dentro di noi: correre zen (Il primo articolo sull'argomento su Correre - Luglio 2001)
La via della voce (Pezzo apparso nella rubrica "Il libro" - Correre di Dicembre 2001)
Tacciono i pensieri, volano le gambe (Pezzo d'esordio della rubrica - Correre di Gennaio 2002)
Cibo e mente (Correre di Febbraio 2002)
Il buio al 35esimo km (Correre di Marzo 2002)
Mente, zen e malattia (Correre di Aprile 2002)
Gareggiare col corpo (Correre di Maggio 2002)
Zen e allenamenti duri: coerenza o contraddizione? (Correre di Giugno 2002)
Obiettivo: farmaci zero (Correre di Luglio/Agosto 2002)
Zona sì, zona no, zona zen (Correre di Settembre 2002)
Mente debole, magiche sostanze (Correre di Ottobre 2002)
Che tempo valgo in maratona? (Correre di Novembre 2002)
Ma se lo faccio, mi sfaccio? (Correre di Dicembre 2002)
Concentràti per vincere (Correre di Gennaio 2003)
Mind Body Work (Correre di Febbraio 2003)
Puliti e vincenti (Correre di Marzo 2003)
Quanto corre la suggestione (Correre di Aprile 2003)
Vincere con il pilota automatico (Correre di Maggio 2003)
Cibi Medicina (Correre di Giugno 2003)
Vincere con la testa (Correre di Luglio-Agosto 2003)
Fumo, auto e civiltà (Correre di Settembre 2003)
Chi sorride corre più forte? (Correre di Ottobre 2003)
Corri, corteggia e conquista (Correre di Novembre 2003)
Non di sole parole (Correre di Dicembre 2003)
C’è un altro modo per correre. Liberare le proprie energie più profonde, incontrando sé stessi nella fluida armonia del proprio gesto atletico. Per andare veloci e divertirsi davvero.
Un lampo. Un’illuminazione improvvisa. In puro stile zen. Per capire che mancava qualcosa, che mancava un legame, un significato, una visione d’insieme complessiva.
In venticinque anni di attività sportiva è cambiato tutto: la maratona, da passione per pochi squilibrati, è diventata momento di aggregazione per migliaia di persone. Il movimento della corsa ne ha viste di tutti i colori: il triathlon, le ultramaratone, le corse a partenza libera, il doping, le medaglie olimpiche, la diffusione della corsa al femminile, le gare disabili. Ed è cresciuto qualitativamente e quantitativamente.
“Correre” ne ha accompagnato la crescita anno dopo anno, con passione, con attenzione, con discrezione. Non ha seguito mode passeggere o strade velleitarie. Ha radunato attorno a sé alcuni dei migliori esperti di settore (tecnici, medici, atleti, appassionati), che hanno guidato chi correva (o chi iniziava a farlo) a prendere coscienza, piano piano, dei modi e dei tempi giusti per farlo. Numero dopo numero ciascuno di noi ha metabolizzato argomenti ostici: dalle tecniche di allenamento all’alimentazione, dalle insidie degli infortuni agli integratori, dall’ammortizzazione delle scarpe all’abbigliamento tecnico, dai cardiofrequenzimetri agli elettrostimolatori. Eppure oggi, la sensazione prevalente è quella della confusione. Come se si fosse smarrito un punto di riferimento. Proviamo a capirne il perché.
Negli anni ’70 un manipolo di coraggiosi appassionati incomincia ad organizzare corse “non competitive”. Chi corre per le strade, in quell’epoca, viene deriso e sbeffeggiato. La salute, per la maggior parte degli italiani, è ancora legata all’aspetto florido e rubicondo di chi può vantare belle mangiate quotidiane. L’abbigliamento è di solito costituito da scarpe “da tennis” prive di qualsiasi elemento ammortizzante, e da tutacce lise, già usate per dipingere il soffitto del box.
La distanza più lunga corsa dalle donne alle olimpiadi sono i 1500 m, e una donna che cerca di correre la maratona di Boston viene bloccata a forza dal servizio d’ordine. Le prime informazioni fornite da “Correre” sono oro per chi ama la corsa e vuole saperne di più.
Nel giro di una decina d’anni comprendiamo la necessità di disporre di un buon paio di scarpe, che proteggeranno muscoli e tendini dagli infortuni. Cominciamo poi a capire che forse fritti e sughi non aiutano ad andare forte, e che carboidrati e proteine hanno funzioni diverse, importantissime.
Gli allenamenti poi fanno passi da gigante. Per correre una maratona non basta più l’improvvisazione, ma occorre conoscere il proprio ritmo ideale, imparare ad alimentarsi, acquisire conoscenze sull’idratazione e sull’abbigliamento. E la maratona si accingono a correrla davvero in tanti.
Nel nuovo millennio però l’evoluzione del podista medio raggiunge un punto di stallo. I mille diversi metodi di allenamento, di alimentazione, di abbigliamento generano stordimento. Oggi il maratoneta si trova a dover scegliere tra 20 diete diverse (ipocalorica, iperglicidica, a zona, dissociata, antiintolleranza ecc.), tra 100 modelli diversi di scarpe di ogni tipo (stabili, ammortizzanti, senza lacci) e dotati di sistemi dai nomi più fantasiosi (air, gel, duosole, torsion, double action, wave), tra mille sistemi di allenamento diversi (ammazza e spremi, potenza lattacida, salite e collinari, lunghissimi, alternati, doppio carico, a cicli ecc.) e tra migliaia di integratori di diversa provenienza (erbe, ormoni, aminoacidi ramificati, vitaminici, energetici, minerali), può perdere del tutto la capacità di orientarsi.
E’ qui che si percepisce la mancanza, come direbbe Battiato, di un “centro di gravità”. Un punto di riferimento. Che fare per colmare questo vuoto?
Oggi l’evoluzione dell’atletica va indubbiamente verso un completamento degli aspetti psicologici legati alla corsa: resistenza alla fatica, motivazioni, stimoli interiori. E’ una crescita che dall’esterno si sta velocemente spostando verso l’interno, verso la scoperta di sé. Anche qui però gli errori sono in agguato. Ho vissuto in prima persona quanto la perdita del dialogo con sé stessi possa snaturare il nostro rapporto con la corsa. Incontrare lo zen mi ha dato un nuovo equilibrio, mostrandomi le cose da un punto di vista innovativo e rivoluzionario. Una cosa l’ho capita: il futuro non è fuori, ma dentro di noi.
La corsa è un’attività che si sposa perfettamente con i principi dello zen. Ma che cos’è lo zen?
Ai suoi principi si sono ispirati moltissimi scrittori e filosofi: da Hesse a Schopenauer, da Jung a Fromm, fino a Susanna Tamaro. E numerosi sportivi e vip ne hanno fatto il loro credo (da Baggio a Richard Gere).
Storicamente parlando lo zen è una branca “eretica” del buddhismo, che si è sviluppata nel passaggio di quest’ultimo dall’India alla Cina. Più che una religione però lo zen è pratica quotidiana, vita vissuta, e rifugge da astrazioni e teorizzazioni.
Ma che c’entra, dirà qualcuno, una filosofia (per quanto evoluta) con la nostra corsa quotidiana? C’entra moltissimo, e i punti di contatto sono talmente pregnanti da essere in grado di modificare completamente il nostro approccio alla corsa e all’agonismo, tanto da permetterci, in alcuni casi, di ottenere dei risultati che mai avremmo potuto sperare di raggiungere per altre vie.
Lo zen è prima di tutto consapevolezza.
Essere consapevoli significa vivere nel momento presente, addentandolo, e
sentendone il sapore fino in fondo, sia esso dolce come un frutto o amaro come
il fiele.
Noi runner siamo persone già da tempo abituate ad avere un rapporto privilegiato con il nostro corpo. Correndo fatichiamo, sudiamo, dobbiamo vincere blocchi e resistenze. Pertanto sappiamo riconoscere la stanchezza, il dolore, la sconfitta.
Ma non sempre il rapporto con il nostro corpo è buono. Talvolta lo temiamo, altre volte ne sottovalutiamo i segnali. O ancora ne sopprimiamo i sintomi con antinfiammatori, pomate, cortisonici. Quello che lo zen ci insegna (e lo fa fino in fondo) è che il corpo va rispettato, perché ci manda messaggi che la nostra mente da sola non è in grado di recepire.
Per ascoltare il corpo, e quindi ascoltarci, è necessario imparare a liberare la nostra mente dai tanti, troppi pensieri che la affollano. Questi pensieri, annebbiando la nostra consapevolezza, ci impediscono di esprimerci nel modo che ci è più naturale. E finché non riusciamo a capire questo passaggio, la corsa per noi sarà goffa, forzata, difficile. Ben diversa da come potrebbe essere se solo imparassimo a esprimere liberamente quello che abbiamo dentro.
Isadora Duncan ebbe a dire “Se sapessi come dirlo con le parole, non avrei bisogno di danzarlo”. E questo è lo spirito zen che dovrebbe animare chi ama veramente la corsa.
A noi runner piace esprimerci correndo. Siamo sicuri di saperlo fare così bene? Troppo spesso siamo disturbati dalla nostra mente, che ci dice “Non sono in forma, gli altri sono più forti, chi me lo fa fare..”. Come potrebbe evolversi il nostro gesto tecnico se riuscissimo a esprimere le potenzialità del nostro corpo in modo totalmente istintivo, senza interferenze da parte della nostra mente conscia?
Ciascuno di noi ha il ricordo di quella o di quelle gare in cui, involontariamente, ha corso in modo zen. Totalmente concentrato su ciò che stava facendo. Totalmente presente a sé stesso (magari per una situazione agonistica particolarmente accesa, o per aver dimenticato a casa il cronometro). Quanti secondi avete guadagnato grazie a quella involontaria applicazione di un principio zen? Avete un’idea di quanti ne potreste guadagnare applicando questa filosofia in modo più compiuto e approfondito? Avete idea di cosa può succedere al vostro corpo col controllo della respirazione?
Bene, vi stupirete di quanti punti di contatto può avere la corsa con lo zen.
L’acquisizione piena della vostra capacità espressiva, della vostra fisicità, vi permetterà di scoprire l’immenso potenziale energetico che sta dentro di voi.
Che siate amatori, o atleti in odore di olimpiadi, lo zen vi porterà gentilmente in una nuova dimensione che può cambiare del tutto il vostro rapporto con la corsa e lo sport in generale.
All’atleta del 2000 mancava un elemento di centratura. Una comprensione profonda del fatto che il futuro non è fuori, ma dentro di noi. A chi cercherà di convincervi della bontà dell’ultima tecnica di allenamento, dell’ultima dieta o della scarpa più leggera e reattiva del mondo, potrete rispondere: “Io corro zen”.
Avrete il vento nei capelli, e la strada potrà correre gioiosa sotto i vostri piedi.
Riquadro:
Lo zen e l’arte…
Alcuni famosi libri sullo zen sono stati scritti in passato: “Lo zen e
l’arte del tiro con l’arco” e “Lo zen e l’arte della
manutenzione della motocicletta”, ma anche “Psicoanalisi e buddhismo
zen” di Erich Fromm, e molti altri. “Lo zen e l’arte della corsa”
si inserisce nel filone delle opere che portano lo spirito zen nell’attività
sportiva. Non c’è limite a ciò che potrete sperimentare, se imparerete a
correre zen. A pagina … troverete qualche sorpresa…
Altro riquadro:
Il libro “Lo zen e l’arte della corsa” è diviso in quattro
sezioni:
-
Una teoria molto pratica
-
Correre zen
-
Vivere zen: il futuro dentro di noi
-
Qualche interessante appendice
I capitoli più importanti parlano di meditazione in corsa, di fluidità e
istintività del gesto tecnico, di abbigliamento, di respirazione, di energia
psichica, di rilassamento, di divertimento, di stimoli allenanti, del rapporto
con gli avversari, di tecniche di gara, di maratone e ultramaratone, di tabelle,
di accettazione della sconfitta, di alimentazione, integrazione e doping, di
diete, di infortuni, di rapporti umani e di maturazione personale. Le appendici
contengono dieci racconti inediti di corsa zen, domande provocatorie, un test
per tutti, un’ampia bibliografia ragionata, glossari zen e sportivi, e i più
recenti siti internet sull’argomento.
S'intitola Lo
zen e l'arte della corsa e da qualche mese suscita il vostro interesse. Io
l'ho scritto. Questi i primi commenti del popolo del running
Lo scorso luglio la casa editrice di Correre ha pubblicato il mio Lo zen e l’arte della corsa, testo che tocca i temi più cari a chi corre, partendo dalla filosofia zen. Correre zen, nella mia interpretazione, significa unire mente e corpo nella spontaneità dei gesti, nella fluidità di corsa, nella consapevolezza piena del "qui e ora". Sotto questa nuova luce, la preparazione di una maratona, il controllo alimentare, la tecnica di gara, la prevenzione degli infortuni, vittoria e sconfitta assumono un significato diverso.
Passaparola
C’è stato un intenso passaparola tra i primi lettori e quelli che ne
hanno sentito parlare, magari al campo di atletica. Ho potuto averne riscontro,
essendo in contatto tramite internet con alcuni gruppi di runner e con gli
iscritti alla mailing list del campo
Giuriati di Milano, che spesso frequento. Diversi siti internet hanno commentato
questo testo e uno addirittura ha creato una “Guida alla lettura” per
aiutare a capire più a fondo quanto scritto. Insomma, ho potuto prendere atto
del fatto che il rapporto corpo-mente che ognuno di noi vive nel gesto del
correre è un argomento di interesse elevatissimo.
Il primo contributo “critico” l’ho ascoltato al Giuriati, dove l’amico Giancarlo mi ha chiesto: «Ma è necessario essere buddisti zen per capire cosa dice il libro?» Risposta ovviamente negativa: lo zen è in questo caso uno stimolo intellettuale a dare un altro significato al nostro correre. Da lì sono partito. Al di là di ogni etichetta, è però la sostanza di ciò che dico a essere fortemente innovativa.
Sforzi pericolosi
Provocatoriamente viene detto, ad esempio, che lo “sforzo” mentale per
andar forte, produce solo fallimenti. Che imporsi mentalmente: «Devo resistere,
devo andar più veloce!» può avere utilità solo in prossimità della
volata. Ma se viene utilizzato come sistema quotidiano, può portare a
infortuni e demotivazioni perché crea le premesse per uno squilibrio tra corpo
e mente, che invece devono cooperare.
Gastone, maratoneta sotto le 2:30’, dice a questo proposito: «Se non avessi finito certi allenamenti completamente distrutto, grazie alla forzatura mentale autoindotta, forse non sarei mai arrivato ai miei risultati». Io concordo solo in parte con lui, perché se è vero che senza sofferenza il corpo non riceve gli stimoli adattativi che lo fanno andar forte, è anche vero che indurre stati di crisi esagerati fa solo danno. La soluzione proposta è quella di adattarsi sempre con gradualità, tenendo in considerazione il proprio stato fisico e psichico del momento. Senza mai dimenticarsi la gioia di correre. Solo in questo modo il proprio stato di forma può continuamente migliorare, e non funzionare a “fisarmonica” tra un infortunio e una depressione.
Mente e corpo
Uno dei cardini del libro sta infatti nell’affermazione che mente e corpo
non sono gerarchicamente suddivise, ma rappresentano due forme complementari di
un’unica sostanza. Roberto, in una lunga serie di e-mail, sostiene che la
mente debba sempre governare il corpo, impedendogli di abbassarsi a un
livello istintivo di tipo “animale”. Senza i limiti della mente il corpo si
abbufferebbe di dolci o si dedicherebbe a pratiche immorali. In realtà oggi è
troppo spesso lo strapotere della mente a metterci sulla strada sbagliata,
procurandoci obesità, anoressie, perversioni, frustrazioni e depressioni. Il
corpo ha una sua saggezza intrinseca che deve solo essere ascoltata e
valorizzata, ma verso la quale troppo spesso siamo sordi. La distorsione che
provoca obesità, vizio, malattia e disagio nasce proprio da un’incapacità di
saper leggere i segnali che il corpo ci dà.
Lasciare libero spazio all’espressione del nostro corpo inoltre libera un’infinità di energie delle quali spesso ignoriamo l’esistenza. Usiamole, invece. Il risultato non mancherà di stupirci.
Diete e farmaci
Proprio in quest’ottica nuova il libro tratta delle scelte alimentari
dell’atleta e l’abitudine di pensare di risolvere qualunque problema “da
fuori” con farmaci o integratori, quando il problema è dentro di noi. Lunghe
discussioni con Enea e Luigi mi ci sono volute per chiarire che non è molto zen
andare a correre riempiti di bottiglie e pastigliette. E se prevenire
disidratazioni può avere un senso in gare lunghe, non certo ce l’ha in
allenamento, dove anzi è utile che il corpo impari a “sentire” un assaggio
di ciò che proverà in gara. Al di là di ogni osservazione, il mio intento era
quello di invogliare chi corre a liberarsi da ogni schiavitù possibile, senza
farsi troppi problemi se una volta si è dimenticata la vaselina o
l’integratore.
Volete mettere la sensazione di libertà che nasce dal sapere di far conto solo sulle proprie immense risorse? Ogni dipendenza è un laccio e tanti lacci fanno una galera.
Allo stesso modo sulle diete (grazie al contributo polemico ma costruttivo di Ettore) ho percorso la strada della dieta a zona, priva tuttavia di qualsiasi calcolo calorico e mediata in modo istintivo dall’ascolto delle sensazioni di fame spontanee che il corpo ci invia. Naturalmente dopo una fase di “educazione alimentare” che ci ripulisca dalle scorie di cibi sempre più artefatti, raffinati e zuccherati, che altro non fanno se non alterare le nostre naturali capacità di scelta.
Il piacere di correre
La cosa che però mi ha più riempito di soddisfazione è stata ricevere
tanti messaggi di persone che hanno scoperto o riscoperto la gioia semplice di
correre in libertà. Alex ad esempio, che mi racconta di un’uscita col
walkman, preso da mille pensieri, in cui non si è divertito per nulla e
dell’uscita “zen” successiva in cui gode appieno del panorama e della
fatica. Andrea di Ferrara, che dalle mie parole capisce che i suoi continui
infortuni hanno radici nel suo modo errato di intendere tabelle e programmi e
che l’ascolto del proprio corpo non può essere trascurato. Indro, Attilio e
Giorgio, che dopo aver letto le mie parole, decidono di affrontare gare e
allenamenti senza orologio e cardiofrequenzimetro, riuscendo anche a ottenere il
personale. Federico, che nel freddo di Berlino, pur nell’ambito di una
preparazione molto “scientifica”, sceglie di correre zen nei momenti più
duri e coglie uno stupendo 2:27’ a 45 anni. Paolo, che corre zen
l’ultima parte di un triathlon in cui aveva consumato ogni residua energia e
scopre di riuscire a chiudere fortissimo.
Non esistono, grazie al cielo, comandamenti zen da rispettare rigorosamente. Si può trovare gioia nel correre a ritmi molto sostenuti o nel dedicarsi a “sentire” le proprie emozioni con passo leggero e rilassato. Dico a Ettore e Adalberto (che mi chiedevano come si concilia l'impegno agonistico con la corsa zen): quello che conta è come questa cosa viene vissuta dentro, in modo gioioso, senza che la mente alteri la profondità delle nostre sensazioni corporee. Punto che Luciano ha invece colto perfettamente quando afferma che l’essenza dello zen è «essere presenti a se stessi nel momento in cui si vive.»
Goccia nel mare
Il legame mente-corpo e tutte le problematiche a esso connesse, hanno
suscitato anche qualche critica. Da quella scherzosa di Ernesto dopo una prova
non esaltante alla maratona del Piceno («Ma lo zen ad Ascoli non funziona?»),
fino a quelle più approfondite di esperti di buddhismo (Louis, Adalberto) che
mi rimproverano un certo “infantile” entusiasmo per l’argomento. Certo,
rendere comprensibili concetti solitamente disponibili a pochi non è impresa
facile e non sempre sarò riuscito nel mio intento. Mi consolano tuttavia le
parole di Andrea dal Veneto, che loda i miei continui esempi e paragoni che «convertono
in forma immediatamente comprensibile principi di per sé non sempre intuitivi».
Nel libro infatti ce n’è per tutti: Attilia, ad esempio, ha trovato
entusiasmante la parte dove parlo di zen e rapporti fisici suggerendo di dare
retta alle sensazioni corporee anche nell’alcova, sfruttando la stupenda
ricchezza di tutti i nostri cinque sensi. Ma ancora più dolce è stato sentire
che Marco e Amedeo hanno definito il mio libro un «compagno di viaggio» da
tenere sempre con sé. Così anche Roberta, che lo considera «un libro che ogni
atleta dovrebbe avere sempre sul comodino» e Attilio e Valeria che sono
arrivati a commuoversi.
Oggi, quando corro una maratona ho la sensazione di vedere sempre più gente prendere la corsa con leggerezza. So che per qualcuno questo avviene grazie a Lo zen e l’arte della corsa. È una goccia nel mare. Ma l’intero mare, in fondo, non è altro che la somma di tante gocce.
Questo è stato il
primo pezzo pubblicato per la nuova rubrica "Mente, corpo e zen", nel
numero di Correre di Gennaio 2002.
TACCIONO I PENSIERI, VOLANO LE GAMBE
Gambe volanti
Meeting internazionale sui 5000 m a Merano, anno (forse) 1980. Il limite per l’iscrizione è di 14’40", tempo che io non avevo mai fatto (avevo un 14’59"). Tra gli iscritti, un tedesco che aveva 13’30" e diversi altri poco sopra i 14’. Mi tremano le gambe, ma sono in ottima forma, e ho voglia di divertirmi.
La pista di Merano è lunga solo 350 m invece dei consueti 400. Questo riesce a toglierti ogni punto di riferimento. Senza nulla da perdere parto a 3’/km trovandomi, con mia sorpresa, in testa. Gara tattica, fanno tirare il pivellino. Ok. Ai 2000 in 6’ sono ancora in testa, e così ai 3000 in 9’. Mettetevi nei miei panni: diciott’anni, meeting internazionale, gambe che volano, riflettori accesi, pista di tartan, solo davanti a tutti. Non ho più pensato a niente, al tempo, al primato personale, a nulla: ero corsa pura, gioia del movimento, sensazioni che mi travolgevano.
Al 4000 nessuno aveva osato superarmi, e il ritmo, regolarissimo, era ancora di 3’/km. Ho detto: vado. Sono partito mulinando le gambe come non mi era mai successo prima, e ho chiuso l’ultimo 1000 in 2’42" battuto in volata solo dal tedesco. Mi ero lasciato indietro tutti gli altri (svizzeri, austriaci, italiani) che non erano stati in grado di passarmi a quel ritmo, pur avendo primati personali di gran lunga migliori del mio.
Oggi capisco che quel risultato (17 secondi di primato personale!) è stato strettamente legato alla particolare situazione in cui si è verificato. E soprattutto al fatto che il mio corpo aveva lavorato in totale libertà, con la possibilità di agire non condizionato dalla mente.
Schio (VI), stesso periodo. Meeting triangolare juniores Emilia/Lombardia/Veneto, dove gareggio per la prima volta con la maglia della mia regione. La gara: i 2000 siepi (primato personale 6’07). Incredibilmente mi trovo in testa con il compagno/rivale Mauro Pregnolato. Tanta l’emozione, che entrambi neppure ci accorgiamo che viene suonata la campana dell’ultimo giro al penultimo. Sicché ci lanciamo in una volata lunghissima al termine della quale i segnali disperati degli addetti ci fanno capire che manca ancora un giro.
Il tempo di prendere fiato, e via per la seconda volata di altri 300 m. Risultato Mauro primo e io secondo a pochi decimi, col tempo stratosferico di 5’51", cioè, anche qui, 16 secondi in meno di primato personale.
Se la mente avesse avuto via libera, avrebbe pensato: "Questo è il quarto giro, ne manca ancora uno, sii prudente" e poi ancora "Mauro è più forte, lascialo andare" oppure se avesse visto il cronometro "Accidenti che ritmo, meglio rallentare". Invece, per fortuna, ho lasciato agli altri il piacere di avere paura di me, ed io ho dato il massimo per quanto potevano le mie gambe. Libero da condizionamenti mentali negativi di qualunque genere.
Liberarsi dai pensieri
Ma che cosa significa correre "non condizionati dalla mente"? Questo è uno dei punti centrali da me toccati nel libro "Lo zen e l’arte della corsa", dalla cui esperienza nasce l’idea di questa nuova rubrica.
Il rapporto esistente tra corpo e mente, infatti, è in grado di condizionare fortemente le nostre prestazioni, sia in positivo che in negativo. A tutti è noto, infatti, come certe volte la demotivazione o la paura ci blocchino le gambe e il cuore, impedendoci di esprimerci come vorremmo, o costringendoci al ritiro quando, fisicamente, non avremmo alcun problema.
E allora come fare a muoverci nella giusta direzione? Con pazienza e determinazione.
Lo zen può aiutarci a diventare coscienti dell’intima unità esistente tra corpo e mente, portandoci a liberare energie che diversamente terremmo nascoste e imbrigliate. La semplice attività di meditazione zen (che consiste, semplificando al massimo, nello stare seduti con la mente libera, senza pensare a nulla) ci porta vicino ad una percezione unitaria dei due fenomeni.
Nella vita di ogni giorno, infatti, noi siamo continuamente dominati dai pensieri coscienti. I quali hanno un’indubbia utilità pratica (ci dicono infatti, razionalmente, quale strada percorrere, se prendere o no l’ombrello, quali lavori sono più urgenti di altri..), ma tendono ad allontanarci sempre di più dal contatto con la nostra fisicità, con il nostro corpo.
La corsa zen è un potente strumento per riappropriarsi delle sensazioni fisiche del nostro corpo, e per comprendere che corpo e mente sono qualcosa di unico e indivisibile. E se l’etichetta "zen" vi disturba, chiamatela "corsa in contatto con se stessi", "corsa libera da pensieri", o come più vi aggrada. Non sono i titoli a cambiare la sostanza, ma la sostanza di ciò che si vive che può cambiare la nostra percezione della corsa.
Mordere la mela
Incominciare a farlo è facile. Dal Luglio 2001 l’hanno fatto in tanti. Chi buttando via orologi e cardiofrequenzimetri, chi, al contrario, conquistando consapevolezza di sé in duri allenamenti. Provare a correre liberi da pensieri consci può mettere a disposizione del runner quantità di energia insospettabili. E allora perché non provare?
Quando corriamo, spesso la mente pensa: "Ah, devo ricordarmi di pagare quella bolletta", oppure "Se non risolvo quella pratica entro stasera sono guai..". In questo caso la mente va per conto suo, e il corpo è altrove. L’unione tra percezioni mentali e sensazioni corporee si perde irrimediabilmente. Ma mente e corpo vanno per conto loro anche se il pensiero cosciente riguarda la corsa. Pensare: "Accidenti che ritmo, è troppo forte.." oppure "Oggi le gambe proprio non vanno.." significa influenzare negativamente ciò che il corpo sta sperimentando in libertà. Come dice Trabucchi: "Le gambe stanche fanno sentire la stanchezza alla mente, ma una mente stanca può fiaccare la migliore delle gambe".
Proviamo per una volta a porci in ascolto del nostro corpo. Non parliamo. Non pensiamo. Lasciamo che il nostro gesto scorra fluido e spontaneo. Vi accorgete che il vostro respiro ha qualcosa da dirvi? Sentite che le vostre gambe hanno piacere di fare fatica? Vi rendete conto di quante rigidità avete rimosso? Non pensate al ritmo, non pensate alle pulsazioni. Controllatele alla fine, se volete. Ma gustatevi l’emozione unica di un corpo (del vostro corpo) che corre libero nella natura, o su una morbida pista. E’ il corpo che ci parla: non abbiamo che da ascoltarlo fiduciosi. Se per una volta riusciremo a far tacere i pensieri, sentiremo solo sensazioni vere.
E la nostra consapevolezza potrà espandersi senza limiti.
Il secondo pezzo, invece, apparso sul numero di Febbraio 2002, tratta di rapporto mente-cibo
CIBO E MENTE
Setpoint: come la mente influenza il nostro peso, come il peso
influenza le nostre prestazioni
Una zavorra pericolosa
Correre una qualsiasi gara, o un allenamento, risulta molto più difficile se siamo sovrappeso. Ciascuno di noi può vedere la difficoltà con cui un obeso cammina o si muove. Il viso si arrossa per lo sforzo, il cuore batte all’impazzata, la coordinazione scompare, il respiro si fa pesante. Tutto questo anche per svolgere attività da noi considerate normalissime. Nell’obeso (ancor di più se fumatore) tali difficoltà si trasformano presto in problemi cardiocircolatori, pressione arteriosa patologicamente alta, pessima qualità della vita, disagio sociale, e aspettativa di sopravvivenza statisticamente ridotta. Chi obeso per fortuna non è, ma solo sovrappeso, subirà però in proporzione alcuni di questi disagi.
Chi incomincia a correre per dimagrire un po’, deve sopportare (oltre ad una fatica inusuale) il peso eccessivo dello "zaino" che si porta dietro. Quanto più questo zaino è pesante, tanto più le articolazioni subiranno traumi, e tanto più difficile sarà convincere cuore, muscoli e polmoni a muoversi a ritmi decenti.
Quantificare il danno
Enrico Arcelli, nel suo splendido libro sulla maratona, quantifica il rallentamento provocato dal grasso in eccesso nel maratoneta, trasformandolo in minuti. Poiché la spesa per correre ogni km cresce in proporzione al peso che l’atleta deve trasportare, un semplice calcolo ci porta a dire che un atleta di 70 kg che corra la maratona intorno alle 2h30’ (quindi leggero e veloce), perde circa 2’ sul tempo finale per ogni kg in più da portare all’arrivo. E ovviamente ne guadagna altrettanti per ogni kg in meno di cui sia zavorrato. Immaginiamo come l’effetto si possa ampliare per un atleta lento e più robusto. In termini numerici significa che il peso influenza la prestazione (allenamento a parte) più di qualunque altro fattore: scarpe idonee, temperatura, lepri, riscaldamento, motivazione, integratori, bevande…
Naturalmente il miglioramento delle prestazioni continua solo fino a che il peso eliminato raggiunge una soglia di equilibrio, corrispondente al proprio stato fisico ideale. Un atleta, infatti, che per perdere peso andasse ad intaccare la propria massa grassa essenziale, o a ridurre le proprie masse muscolari, subirebbe un danno anziché un beneficio. E allora come stabilire il peso ideale del runner?
I sistemi oggi diffusi sono diversi (plicometria, bilance elettroniche, indici di massa corporea) ma nessuno di questi è in grado di dare un risultato di massima precisione, tali e tante sono le variabili individuali di ciascuno di noi. E allora?
Il setpoint: 20 anni di dati sperimentali
Nonostante sia diffuso il pensiero che tende ad "incolpare" chi è grasso per il suo sovrappeso, molto spesso (a parte alcune obesità patologiche) la quantità di grasso ideale per il nostro corpo è fissata con discreto rigore da un centro di regolazione interno a cui alcuni studiosi hanno dato il nome di "setpoint". Numerosi esperimenti americani degli anni ’80 (alcuni citati in "Le diete fanno male" di William Bennet e Joel Gurin) dimostrano inequivocabilmente che gruppi omogenei di individui (suore, carcerati, studenti) costretti sperimentalmente a regimi alimentari eccessivi o molto ridotti, nel giro di poco tempo (una volta interrotto il regime forzato) tornavano spontaneamente al peso originario. Ed è esperienza comune a tutti, credo, come qualunque dieta basata solo su restrizioni alimentari, dopo un periodo più o meno lungo di successo, ci veda presto recuperare i kg persi.
Insomma, la vecchia teoria che contrappone calorie assunte a calorie consumate, se resta valida nel breve periodo, non è più in grado, da sola, di giustificare l’accumulo o la perdita di grasso corporeo.
La teoria del setpoint sostiene che per perdere stabilmente peso, è necessario intervenire non sul cibo, ma direttamente sul setpoint. Ma a quali fattori il setpoint è sensibile?
Predatori e uomini primitivi
Per l’uomo primitivo era essenziale l’esistenza di un efficiente sistema che regolasse la quantità di grasso corporeo in modo dinamico, distinguendo momenti in cui era utile o dannoso. Per il cacciatore, indubbiamente, la presenza di lipidi in eccesso era un grave ostacolo alla corsa veloce e alla cattura di prede. Tutti i predatori, proprio per questo motivo, hanno un setpoint basso. Se un cane o un gatto catturano una preda troppo grossa, una volta sazi ne sotterrano gli avanzi. Animali prevalentemente raccoglitori (come per esempio l’orso) hanno invece setpoint più alti, e accumulano l’eccesso alimentare sotto forma di grassi.
L’uomo in stato di infermità o malattia, al contrario del cacciatore, aveva la necessità di tesaurizzare ogni briciola del poco cibo che fosse riuscito a procurarsi. Le donne, poi, che in gravidanza necessitavano di scorte per due, dovevano per forza accumulare grassi. Entrambi quindi avevano bisogno di un setpoint più alto.
Questo significa che il corpo risponde all’attività fisica (come il corpo del cacciatore) abbassando il proprio setpoint, e quindi dimagrendo. Mentre il sedentario, per quanto riduca temporaneamente l’apporto di calorie, manterrà sempre un setpoint alto, e quindi soffrirà "la fame" finché non ritornerà a livelli di adipe compatibili col setpoint legato alla sua inattività fisica.
L’altro elemento fondamentale in grado di alterare il setpoint, è la disponibilità di cibi ricchi di zuccheri e grassi. In un mondo in cui il cibo principale del "raccoglitore" era costituito da bacche, radici ed erbe amare, è chiaro come la temporanea disponibilità di frutti molto dolci o di grassi animali, dovesse essere sfruttata appieno dall’organismo che se ne cibava. Dopo un lauto pasto, dunque, setpoint in crescita, e fame poche ore dopo, per approfittare della nuova fonte di cibo appena scoperta.
Tre concetti base
Riassumendo, possiamo dire di avere individuato tre punti chiave:
1) Nel lungo periodo l’accumulo di grasso non è legato solo alle quantità di calorie assunte, ma anche e soprattutto alla quantità di grasso che il corpo stabilisce di conservare grazie al setpoint.
2) Per modificare il setpoint verso il basso (e quindi dimagrire) è sufficiente svolgere attività fisica intensa e continuata (come il cacciatore primitivo), oppure cibarsi di cibi a bassa "densità" di grassi e zuccheri (frutta fresca, verdura fresca e cotta, cereali integrali, fibra), a parità di apporto calorico.
3) Per modificare il setpoint verso l’alto (e quindi accumulare grassi) è sufficiente rimanere sedentari, oppure cibarsi (sempre a parità di calorie) di cibi molto ricchi di grassi e zuccheri semplici (cioccolato, olio e burro, carni grasse, salumi, zucchero bianco, dolciumi ecc.).
Una dieta che preveda solo la riduzione del numero di calorie, potrà avere risultati solo transitori se contemporaneamente non inciderà sul setpoint. In breve, se il setpoint sarà alto, i kg perduti si riacquisteranno presto. Non altrettanto facile sarà, invece, recuperare la massa muscolare perduta con la sedentarietà…
Ascoltarsi mangiando
Abbiamo scoperto l’acqua calda, dunque. O si corre tre-quattro volte la settimana, oppure i kg in eccesso ci restano addosso. E questo diciamo che noi lettori di Correre lo sapevamo già. Ma per il mangiare come ci si deve regolare? E’ qui che corpo, mente e zen devono cooperare.
Se vogliamo acquisire il peso ideale che il nostro corpo ci suggerisce, dobbiamo imparare ad ascoltarlo. Ovvero dobbiamo fare in modo che lo stimolo della fame sia legato solo ad un reale bisogno di alimentarsi.
Facile dirlo. Ma farlo?
Alcuni utili suggerimenti per riuscirci sono elencati qui a fianco (vedi riquadro).
RIQUADRO
Suggerimenti "zen" per imparare ad ascoltarsi:
1) Prima di aprire il frigorifero ascoltate che fame avete veramente: può essere un desiderio di salato, un desiderio di carne, o di pastasciutta. Oppure solo di frutta e verdura fresca. Quando avete deciso servitevi, non prima.
2) Non preoccupatevi di "finire gli avanzi". Se in frigo c’è la pasta di ieri, ma avete necessità di proteine, non forzatevi. Lasciatela lì per domani e tagliatevi del prosciutto. Se mancano due cucchiaiate da finire, e non ne avete voglia, lasciatele dove sono.
3) Evitate i cibi raffinati, dolcificati, ingrassati, salati, stracotti, artificiali. Tanto zucchero rende accettabili cibi che, per valore biologico, sono vicini allo zero. Patate fritte, torroni, torte al cioccolato, cole e bibite gassate, ketchup, sono non-cibi che il nostro palato cerca solo perché ingannato da zuccheri e grassi aggiunti.
4) Se sentite una vaga necessità di uno spuntino non ben definito, tenete a portata "di bocca" cibi a "bassa densità" e ricchi di fibra (per esempio mele, arance, pezzi di sedano, finocchio, carota). Prendetene a sazietà, e vi faranno il pieno di vitamine e fibra.
5) Se l’allegra tavolata prevede sette portate, dall’antipasto al dolce, formaggio e caffè, fate una scelta prima di incominciare, secondo la vostra fame. Ed evitate i cibi "fasulli". Ricordando che se il cibo è sano, una bella mangiata isolata non può fare danno. Se non la ripetete ogni due giorni, penserà il vostro setpoint da atleti a riportarvi al peso corretto.
6) Quando mangiate, mangiate e basta. La TV accesa, le discussioni di lavoro, le liti con i figli, non fanno che portarvi lontano da ciò che state facendo. E vi fanno mangiare di più o di meno (o peggio) di quanto necessario.
7) Unire piccole quantità di carboidrati e proteine ad ogni pasto, vi consentirà (interpretando la dieta zona in modo flessibile) di sentire meno gli stimoli della fame, tenendo a bada la produzione di insulina in modo semplice e non stressante.
8) Quando si è stanchi, stressati, affaticati mentalmente, o dopo un duro allenamento, non pensiamo al cibo come all’unica fonte di consolazione. Ci sono mille altri modi per ricostruirsi: dal digiuno per qualche ora, ad un forte abbraccio alle persone che amate. Quando avrete fame, dopo, mangerete. Separate i due problemi.
FINE RIQUADRO
Consapevolezza, sdrammatizzazione, capacità di autoascolto, piacere di vivere. Queste sono le qualità necessarie a chi voglia mantenere un peso ideale con poca fatica. Nel rispetto del proprio corpo e delle sue esigenze.
Il domani non ha (dice Krishnamurti) alcun significato dal punto di vista dei proponimenti spirituali. Se vogliamo essere veri domani, non abbiamo che da iniziare ad esserlo in questo istante. Vogliamo incominciare ad ascoltarci qui ed ora?
Il terzo pezzo uscito per la
rubrica (Marzo 2002) tratta invece di un argomento caro ai maratoneti: la crisi
del 35esimo chilometro.
IL BUIO OLTRE IL km 35
I meccanismi energetici dei maratoneti, e le possibili influenze della
mente nel condizionarli a nostro favore
Emozioni "corporee"
La mente può influenzare le nostre prestazioni atletiche. Il rapporto
strettissimo tra condizionamenti mentali e riscontri biochimici sul nostro corpo
è dimostrato da molti lavori scientifici. Chi si ostinasse a negare questa
realtà potrebbe misurarsi il battito cardiaco prima e dopo uno spavento
improvviso (privo quindi di qualunque "contatto fisico" col nostro
corpo). Il cuore batte più forte per il solo effetto indotto dalla mente.
Chiediamoci dunque se sia possibile indurre mentalmente delle modificazioni
corporee che ci aiutino a concludere bene una 42 km. Addentrandoci un poco nei
meccanismi energetici di cui facciamo uso in maratona, capiremo che sono diversi
da quelli usati in qualunque altra gara più breve. Vi siete mai chiesti il
perché?
Carburante da maratoneti
Ciò che differenzia il mezzofondista dal maratoneta è principalmente la
capacità di usare buone quantità di grassi, insieme agli zuccheri, per correre
la sua gara. Il costo della corsa in calorie è pari, con leggera
approssimazione (Margaria, Arcelli), al peso spostato per il numero di km
percorsi. Un atleta di 70 kg che corra per 10 km, consumerà quindi circa 700
kcal, a qualunque velocità decida di percorrerli.
Il carburante che noi consumiamo durante uno sforzo è costituito per la
maggior parte da zuccheri, in particolare sotto forma di glicogeno (una specie
di lunga "collana" le cui "perle" si staccano con facilità
quando servono ai nostri muscoli).
Il glicogeno (cioè lo zucchero "polimerizzato") è per noi
carburante di prima scelta: subito disponibile, e trasformato in energia (ATP)
con un apporto minimo di ossigeno. E’ in pratica una benzina
"super", che il corpo sceglie di usare non appena si senta sotto
sforzo.
Non così avviene per i grassi, che possono anch’essi vedersi come collane
di perle, ma aggregate in modo più complesso, e con una richiesta di ossigeno
quasi doppia, a parità di resa energetica, rispetto al glicogeno.
La crisi del 35° km
Il corpo sceglie quindi di fare uso del carburante migliore ogniqualvolta
debba esprimere uno sforzo fisico medio o intenso, come per esempio una gara di
corsa. Userà in prevalenza grassi, invece, quando camminerà, quando correrà
molto piano, quando pedalerà a velocità di crociera, solo quando insomma
potrà "permetterselo".
In una maratona, se non ci sarà stato allenamento specifico, l’atleta
tenderà ad usare in prevalenza glicogeno. Ma poiché la disponibilità di
glicogeno (a differenza di quella di grassi) è limitata, dopo un certo numero
di km le scorte finiranno, e allora vi sarà la crisi. Le quantità di glicogeno
utilizzabili infatti (presenti normalmente nel fegato e nei muscoli) sono pari a
circa 1800-2200 kcal (in persona di peso medio, ben allenata e muscolarmente
fresca), ovvero tendono ad esaurirsi (per l’atleta di 70 kg prima ipotizzato)
dopo 30-35 km di corsa ad intensità medio alta.
Nel momento in cui il glicogeno disponibile tende allo zero, il corpo deve
trarre l’energia che gli serve dall’ossidazione dei grassi (con una
richiesta di ossigeno doppia) o dal catabolismo delle proteine (cioè in pratica
"mangiando" i propri tessuti). Quello è il momento peggiore, il
"muro" che ciascun maratoneta ha imparato sulla propria pelle ad
affrontare. Ed allora la domanda che possiamo porci è: esistono metodi alla
portata di tutti per allenare il consumo dei grassi? La risposta è sì. Tale
risultato è raggiungibile attraverso l’allenamento, con una alimentazione
mirata, con una corretta tattica di gara, ed anche con metodi mentali. Vediamo
come.
Allenamenti mirati
Si tratta di indurre nel corpo quelle modificazioni naturali che gli
consentano di iniziare da subito a consumare una buona miscela di grassi e
zuccheri. Gli strumenti principali di questa strategia si basano sulla corsa in
condizioni di scarsità di riserve di glicogeno. Tale situazione si raggiunge
durante il "lunghissimo" (ancor meglio se corso a digiuno dalla sera
prima); con allenamenti "doppi" (bigiornaliero, oppure sera e mattina)
entrambi lunghi e sostenuti; durante le gare a tappe; con i
"progressivi" (allenamenti lunghi a ritmo crescente). Correre in
carenza di glicogeno significa per il corpo ricevere lo stimolo adattativo per
attingere energia da fonti alternative: grassi e proteine. Il corpo dunque si
dota gradualmente di un corredo enzimatico idoneo all’efficiente utilizzo dei
grassi, ne attiva i mediatori di trasporto (per es. la carnitina), ne
trasferisce piccole masserelle nel tessuto muscolare.
Tattica di gara e ritmi allenanti
Naturalmente i ritmi di corsa devono essere implementati con gradualità,
partendo lentamente, e avvicinandosi un po’ per volta al proprio ritmo
maratona ipotizzato. Se si esagera, infatti, correndo troppo forte, il corpo
farà uso solo di zuccheri, e lascerà i grassi dove sono. Partiamo quindi,
digiuni, ad un ritmo facile, che terremo molto a lungo (una trentina di km, per
esempio). Poi di settimana in settimana aumenteremo il ritmo nella misura
consentita dagli adattamenti ottenuti. Alla fine dovremo correre il nostro
"lunghissimo" sciolti e rilassati (se no continueremo a consumare
glicogeno) ad un ritmo appena inferiore (5-10%) rispetto al ritmo maratona.
Pizzolato, in un recente numero di Training News, analizza la differenza
tattica tra campioni e amatori in maratona. I primi corrono la prima metà più
lentamente della seconda, i secondi al contrario. E’ chiaro che i campioni
innescano, con l’inizio più lento, un maggior consumo di grassi rispetto agli
amatori. Amatori che poi, finita la benzina super, si siedono negli ultimi km
perdendo molto di più di quanto guadagnato con l’inizio veloce a carburante
"zuccherino".
Alimentazione e carburante
Sorvolo sui supposti vantaggi della dieta dissociata dell’ultima settimana
pre-gara, che, secondo me, il più delle volte squilibra l’atleta sia
mentalmente che fisicamente. Accenno invece ad abitudini alimentari più sane,
che mi sento di raccomandare. Semplificando al massimo: se invece di
ripristinare le energie consumate in allenamento con tanti carboidrati (pasta,
pane, dolci, cioccolato), abbondiamo – naturalmente a parità di calorie - con
l’uso di olio extravergine crudo come condimento, otteniamo una naturale
attivazione del corredo enzimatico di consumo dei grassi, tenendo
contemporaneamente a freno l’effetto insulinico di "stimolo alla
fame", come raccomandato dalla dieta a zona. Quindi restiamo magri ed
efficienti, insegnando al nostro corpo a consumare tanti grassi. Teniamo inoltre
presente che anche un normale allenamento di un’ora e un quarto, se condotto a
digiuno, può stimolare comunque gli adattamenti che stiamo cercando di
ottenere.
Tecniche mentali
Ed eccoci finalmente all’ultimo aspetto: quello mentale. E’ dimostrato da
numerosi studi come lo stress e le preoccupazioni influenzino l’emissione di
ormoni corticosurrenali (cortisone, adrenalina) che predispongono il corpo alla
lotta, al combattimento, all’efficienza fisica. Per correre un 800 quindi,
niente di meglio che caricarsi di aggressività prima della partenza.
Se osservate i finalisti olimpici dei 100 piani non vedete uomini, ma fasci
di muscoli che continuano a percuotersi petto, mani, cosce, alla Tarzan, tanto
sono alti i loro livelli ormonali. Nel caso del maratoneta invece la presenza di
ormoni corticosurrenali è altamente controproducente. La predisposizione al
"combattimento" o alla fuga, infatti, attiva il consumo del carburante
migliore in assoluto (il glicogeno appunto), col risultato pessimo di svuotare
il serbatoio nel giro di 30 km, e di andare in crisi nera da lì in avanti,
incapaci di utilizzare una sola goccia di quei grassi che potrebbero invece
sostenerci fino all’arrivo. Ecco che allora diventa importante il
rilassamento, la corsa zen, la partenza lenta guardando il panorama o
concentrati sulla propria fluidità di corsa.
Chi corre zen la prima parte di una maratona, sciolto e rilassato, privo di
pensieri negativi, utilizzerà una miscela ricca di grassi, che lo porterà
tranquillo fino al km 42 (se si sarà allenato correttamente) senza crisi di
sorta. Siamo sicuri di interpretarla così, la nostra maratona?
Il crollo dell’ansioso
Un individuo ansioso, agitato, tutto teso a contare le pastiglie di
maltodestrine e i cheerpack energetici da usare per strada, che controlli le
stringhe per la centesima volta, e sia disperato perché non è riuscito a fare
i due allunghi previsti in tabella, facilmente non arriverà in fondo. O se lo
farà, avrà sofferto le pene dell’inferno negli ultimi 7-8 km.
Per partire rilassati e tranquilli esistono metodi pratici, che vanno dalla
meditazione zen al training autogeno. Ma prima ancora credo che possa e debba
cambiare il nostro atteggiamento verso la gara. Che potrà essere un fecondo
incontro con noi stessi e con le potenzialità del nostro corpo, oppure una
gioiosa sfida, ma che ci lascia sereni comunque, primi o ultimi, nelle gioie e
nei dolori della nostra vita, più importanti di qualunque maratona.
Fatti non fummo a viver come bruti, amici, ma per seguir virtute e
conoscenza. Imparare da ciò che il corpo ci sussurra o ci grida (e che noi
spesso fingiamo di non sentire), è possibile.
Mente e corpo, indissolubilmente fusi, ce lo ripetono ogni giorno.
In sintesi:
Metodi per adattare il corpo al consumo di
grassi
Allenamento
- Corsa lenta
- Gradualità nell’incremento dei carichi
- Lunghissimo
- Allenamento doppio (bigiornaliero o sera/mattina)
- Gare a tappe
- Lunghi progressivi
Tattica di gara
- Partenza lenta
- Distribuzione sforzo 48-52
Alimentazione
- Allenamento a digiuno
- Pasto a prevalenza proteica tra due allenamenti
- Sostituzione parziale carboidrati con grassi
insaturi
Tecniche mentali
- Rilassamento pre-gara (riduzione ormoni dello
stress)
- Meditazione
- Atteggiamento sereno (non identificazione col
risultato)
- Corsa zen
Questo pezzo è stato pubblicato sul numero di Correre di Aprile col titolo: "L'armonia in testa".
Storie di tutti i giorni
Se guardo la mia agenda degli allenamenti con attenzione, scopro che
all’origine dei miei infortuni degli ultimi anni, c’è stato spesso un buon
motivo. Decine di testi specializzati descrivono in dettaglio tutti i tipi di
problemi muscolari, tendinei, ossei, posturali, traumatici che affliggono il
corpo di chi corre. Alcuni si spingono anche a spiegarvi come guarirne: riposo,
terapie mirate, uso di plantari, chirurgia.
Quello che nessuno tenta mai di spiegare (se non in modo molto generico) è il
motivo dell’insorgere di queste patologie. Non dimentichiamo Ippocrate: “prima
la diagnosi, poi la terapia”.
Noi atleti ci “fratturiamo” spesso. Troppo spesso. La traumaticità del
gesto della corsa ci espone potenzialmente più di altri a questo problema. Ma
siamo certi che il nostro stop dipenda solo da fattori esterni?
Perché corriamo
Nel ’99 ho passato mesi interi a farmi male, riposare, ripartire forte,
rifarmi male. Senza divertirmi e senza ottenere alcun risultato decente. Ma il
problema non veniva dall’esterno (carenze minerali o altro), quanto piuttosto
dalla mia non motivazione (legata ad una stanchezza extra-sportiva), e da una
cattiva interpretazione del senso del “dovere”.
La nostra scelta di correre, infatti, può essere motivata dai fattori più
diversi. Possiamo correre per dimagrire, per dimostrare a noi stessi qualcosa,
per essere accettati socialmente, per scommessa, perché è di moda, perché lo
fa il nostro partner, per potere mangiare di più. Non è detto che il nostro
corpo debba essere sempre d’accordo.
Se stiamo preparando una maratona, e lo facciamo con coscienza e costanza,
avremo senza dubbio uno o più momenti di stanchezza, di accumulo di lavori. Le
settimane di carico rappresentano sicuramente un impegno notevole, che spesso il
fisico dell’amatore non è in grado di sopportare, distratto com’è da mille
impegni extrasportivi La domanda giusta, in questo caso, è se conviene
continuare a spingere o se diventa necessario accettare una pausa. Il nostro
corpo lo sa, la nostra mente talvolta no. Ecco: l’infortunio per me nasce qui.
Nel momento in cui la nostra mente (staccata dal corpo) ci impone di continuare
a lavorare duro, ignorando i segnali chiarissimi (gambe dure, stanchezza
diffusa, frequenza cardiaca alta) che dovrebbero indurci ad una salutare sosta.
Al campo controvoglia
La situazione tipica è quella che ci vede andare svogliati al campo, o che
ci fa tardare delle ore a cambiarci e a uscire in un giorno festivo. Il corpo
non ha voglia di correre, e probabilmente ha i suoi buoni motivi (gara dura
qualche giorno prima, allenamento non recuperato, stanchezza extrasportiva).
Altre volte capita che il corpo ci segnali di non sentirsela di fare un
allenamento tirato (ma farebbe volentieri un’oretta di corsa lenta), oppure
non ha voglia di cimentarsi in una gara o garetta che sia. In tutti questi casi
la mente tende ad intervenire, dicendoci di tenere duro e di svolgere
l’allenamento prefissato ad ogni costo. Sappiamo già, però, per esperienza,
che quell’allenamento riuscirà più faticoso del solito, e l’infortunio sarà
in agguato.
Il linguaggio del corpo
Poi ci chiediamo perché ci si infortuna sempre “quando stavamo andando
così bene…”. Il problema è insito nel fatto che il corpo non si sente
in grado di reggere quei ritmi che la mente vuole imporgli. E, volenti o
nolenti, ce lo fa capire. Talvolta con impressionanti sequenze di infortuni uno
dietro l’altro.
C’è solo l’imbarazzo della scelta: contrattura, strappo, distorsione,
stiramento, oppure in modo un po’ più subdolo, possiamo mettere le basi per
una microfrattura, una tendinite, o futuri problemi articolari. Il corpo dispone
di un intero alfabeto di patologie per fermarci, se non siamo capaci da soli di
ascoltarlo. E non si ferma solo ai traumatismi: è capace anche di sdraiarci a
letto con una bella influenza, una bronchite, un brutto raffreddore. Quello che
ci succede non è mai casuale, ma è sempre frutto del nostro comportamento, o
della nostra predisposizione, quando spezziamo l’armonia tra corpo e anima che
corrisponde allo stato naturale di salute. E noi che cosa facciamo di fronte a
questi chiarissimi segnali? Giù un bell’antinfiammatorio e sotto con le
ripetute!
Imparare ad ascoltarsi
Per prevenire la tendenza a farsi male è indispensabile imparare ad
ascoltarsi. Rinunceremo senza problemi ad una seduta per la quale non ci
sentiamo pronti: potremo svolgerne una più tranquilla, starcene a casa a
riposare, farci una bella nuotata in piscina o un giro in mountain bike, o
qualunque altra attività che ci faccia piacere svolgere e che magari
contribuisca a tenerci attivi. Solo in questo modo il corpo potrà recuperare
appieno, e potrà quindi funzionare il principio della sovrastimolazione che sta
alla base di ogni teoria dell’allenamento. Ricordiamoci che non dobbiamo per
forza girare a 3’50”/km perché c’è scritto sulla tabella. Dobbiamo
girare al ritmo che il nostro corpo, oggi, è in grado di tenere. A quale
velocità corrisponda, lui lo sa meglio di noi, se solo abbiamo la pazienza di
dargli retta.
Rigidezza e fluidità
Va tenuto presente anche il fatto che molti infortuni trovano terreno
fertile nella cattiva tecnica di corsa. Difetti come la corsa ingobbita o il
cattivo coordinamento braccia-gambe, o ancora una scorretta postura delle spalle
o della testa, sono tipici di chi ha una corsa molto contratta, in cui lo sforzo
mentale è sempre intensamente condizionante.
Una corsa zen, che consenta all’atleta di avere gesti fluidi e spontanei,
facendo leva sul proprio coordinamento istintivo, migliora il gesto atletico.
Allontana così possibili infortuni legati all’accumulo di microtraumi
connesso alla rigidità o alla scompostezza dell’azione di corsa.
Corpo sciolto, mente sciolta
I movimenti corretti, sciolti e rilassati, sono inoltre in grado di
influenzare i nostri stati d’animo. Secondo Selim Aissel, maestro di
meditazione dinamica, rilassando la muscolatura facciale, per esempio, si
ottiene una riduzione dei pensieri negativi (che a loro volta provocherebbero
tensioni al viso, aggrottamenti ecc.). Chinando il capo verso le spalle si
facilitano irrorazioni sanguigne che ci stimolano il senso di sicurezza e
protezione. Rimanendo tesi e contratti, teniamo invece impegnate le nostre
energie in modo inutile e stressante. È come se stessimo continuamente sulle
punte dei piedi: faticosissimo. Non appena riusciamo a sciogliere tutte le
tensioni (con la corsa, il rilassamento, la meditazione) sentiamo liberarsi
dentro di noi un’energia immensa, che è nello stesso tempo fisica e mentale.
Il rapporto corpo mente è infatti sempre reciproco, e mai
unidirezionale.
Infortuni e saggezza
Anche i corridori zen, però, qualche volta inciampano, benché il loro essere
sempre nel qui e ora prevenga in parte anche questo tipo di guai. E se si
distorcono una caviglia due giorni prima della gara, devono poi saltarla come
ogni comune mortale.
In tal caso il runner veramente zen dimostrerà il suo equilibrio accettando la
realtà esattamente così com’è. Dedicarsi al riposo potrà permettergli di
vedere le cose da un altro punto di vista, e di acquisire saggezza nel
conformarsi alla nuova situazione.
Mio padre Luigi Oreste, pioniere della medicina psicosomatica, usava dire che
per guarire veramente è necessario diventare più saggi. Non basta un farmaco o
una terapia. Occorre acquisire quel momento di crescita individuale in grado di
rifasare l’equilibrio mente-corpo, temporaneamente squilibrato.
Solo un piccolo passo di crescita interiore può portare, nel tempo che
sarà necessario, alla vera guarigione. Una guarigione interiore fatta di
equilibrio, che rappresenta senza dubbio la migliore prevenzione che un runner
possa mettere in atto per non farsi più del male.
Questo pezzo è stato pubblicato su Correre di Maggio 2002
con il titolo: "Cosa dice il corpo?"
Una gara consapevole
Il 6 Gennaio di quest’anno ho corso la
mezza maratona Cremona Casalmorano.
Subito dopo la partenza, il gruppo dei primi (Cosentino, Zenucchi,
Foglia) si è staccato per fare gara a sé. Dietro di loro, mi sono trovato in
un folto gruppo di atleti che viaggiavano a ritmo (per me) piuttosto sostenuto,
tra i 3’20 e i 3’25 al km. Per gran parte della gara ho percepito una
sensazione di benessere e tranquillità che mi proveniva dai segnali che
ricevevo dal mio corpo. Non era
tanto importante leggere il cronometro: sentivo la regolarità dei battiti del
cuore, la tonicità dei muscoli delle gambe, la possibilità di “attaccare”
se solo l’avessi voluto. Nella piena consapevolezza del mio stato fisico,
potevo interpretare la gara tatticamente nel migliore dei modi.
Il gruppo di dieci atleti piano piano si è assottigliato, e siamo rimasti in 5.
Tra questi alcuni forti atleti cremonesi che non avevano alcuna intenzione di
cedere. Quando il mio amico Gastone (un 2h27 in maratona) al 15° km ha iniziato
a spingere, io sapevo che, quel giorno, avrei potuto tenerlo, e non l’ho
mollato un solo istante. Quei 20 m guadagnati sugli avversari sono stati poi
decisivi, e mi hanno portato a disputare la lunga volata solo con lui,
classificandomi alla fine quinto assoluto con il buon tempo di 1h11’57”. Se
non avessi saputo leggere le mie sensazioni come ho fatto, probabilmente non
avrei avuto la capacità mentale di passare da 3’25 a 3’15 al km per seguire
quel treno. E infine sarei forse arrivato 4-5 posizioni più indietro.
Un dialogo reciproco
Ma da cosa dipendono le sensazioni fisiche che proviamo in gara, o durante
uno sforzo intenso? Spesso da un insieme di “tensioni” dei vari sistemi
biologici che presiedono alla nostra corsa: efficienza cardiaca, utilizzo
dell’ossigeno, accumulo di acido lattico nei muscoli ecc. La mente intercetta
i segnali biochimici, ormonali, neurali, corrispondenti al sistema “in
sofferenza” e li rimanda al corpo stesso perché provveda a tamponarli.
Talvolta, quando la sensazione di stanchezza o di disidratazione arriva al
cervello, è già troppo tardi, ed occorre fermarsi compromettendo la propria
gara o il proprio allenamento. Occorre imparare a intervenire prima.
Lattato e recupero
Uno dei segnali più frequenti che il corpo usa per segnalare la propria
stanchezza, è l’indurimento muscolare dovuto all’accumulo di acido lattico.
Il corpo infatti in condizioni normali, o a ritmi lenti di corsa, utilizza
sistemi aerobici di produzione di energia. In pratica avendo ampia disponibilità
di ossigeno per bruciare gli zuccheri, il corpo usa il sistema più efficiente:
quello aerobico.
Non appena, però, lo sforzo si fa più intenso, e la richiesta di ossigeno
diventa maggiore, il corpo attiva anche un meccanismo alternativo: quello
anaerobico, il cui prodotto “di scarto” è l’acido lattico. Tale
meccanismo è molto meno efficiente rispetto al primo, ma ha il vantaggio di
produrre energia senza consumare ossigeno.
Poiché l’acido lattico intossica (temporaneamente) i muscoli, il corpo deve
rimuovere tempestivamente il lattato prodotto, pena lo scadimento delle
prestazioni. Per farlo deve rallentare, respirare più a fondo, recuperare
qualche minuto: insomma ridurre lo sforzo al fine di consentire il ripristino
del più efficiente sistema aerobico.
Conconi e pulsazioni
Quando il corpo sente bisogno di ossigeno, respira più velocemente
(fiatone) e aumenta la frequenza cardiaca (batticuore). Questi sono i due primi
segnali di affaticamento ad ogni età e latitudine. Entrambi però servono a far
affluire più ossigeno ai muscoli.
Il noto test “Conconi” stabilisce con una certa precisione a quale velocità
il corpo va in crisi, ovvero smette di essere in equilibro tra produzione e
rimozione di acido lattico. Quella velocità (detta soglia anaerobica) può
essere gestita in gara, di solito, per non più di un’ora, ed è piuttosto
importante per stabilire i propri ritmi di allenamento.
La misurazione di quella soglia viene fatta con carichi crescenti di lavoro, nel
punto del diagramma in cui le pulsazioni smettono di crescere linearmente. E
questo è un dato che può stupire. Ci si potrebbe infatti aspettare il
contrario: se il corpo va in crisi, le pulsazioni si impennano. Invece la
precisione del test nasce proprio dal suo intercettare il momento preciso in cui
diventa importante il meccanismo anaerobico di produzione di energia. In tale
momento, e solo in quello, il ciclo dell’acido lattico dà temporaneo sollievo
alla richiesta cardiaca, e il cuore può, per qualche momento, pulsare più
lentamente.
In gara
In una competizione ogni fondista dovrà saper leggere quel momento in cui
il corpo rischia di andare in crisi, con molta precisione. Se lo saprà fare,
non si troverà ad accumulare acido lattico, ma resterà sempre in equilibrio
(tra lattato prodotto e rimosso), ed eviterà di subire crisi indesiderate. Se
infatti consentirà ai suoi muscoli di accumulare acido lattico (come può
capitare alla fine di una salita, o dopo una brusca accelerazione), dovrà
sopportarne il disagio tossico nei minuti o nelle ore successive, nel corso
della gara. Resisterà molto più a lungo, invece, se la sua consapevolezza gli
consentirà di prevenirne l’insorgere.
Ecco perché basarsi sul solo cardiofrequenzimetro in gara può essere
rischioso. Il “cardio” può darci segnali apparentemente positivi (toh,
guarda... le pulsazioni restano basse...) quando invece stiamo già accumulando
lattato. E’ sempre meglio imparare ad ascoltarsi.
Io quando non sto accumulando lattato, a ritmi veloci, provo delle sensazioni di
freschezza e tranquillità che ho imparato a riconoscere, e che a volte mi
aiutano (come a Cremona) a decidere se posso osare qualcosa di più o meno. In
gara può essere un’arma determinante.
Non solo, ma diventando abili ad interpretare i propri segnali corporei, è
possibile anche intuire lo stato fisico di chi ci corre al fianco. Non parlo
solo del “fiatone”, ma anche di piccoli segnali (sguardo, nervosismo, corsa
caracollante ecc.) che ci dicono con chiarezza se il nostro avversario sta
soffrendo o passeggiando. Dissimulare è molto difficile.
Interpretare i segnali del corpo
Come interpretare correttamente i segnali che il corpo ci fornisce?
Esercitandosi a farlo. Suggerisco quindi di svolgere i nostri normali
allenamenti (per esempio le ripetute, molto adatte in questo caso) dedicando
profonda attenzione alle risposte organiche che ci inducono.
Ad esempio è importante capire in quale momento si rischia di andare in crisi,
prevenendo la crisi stessa con un leggero rallentamento, oppure aumentando un
poco il tempo di recupero. Capita spesso, infatti, di seguire tabelle, i cui
ritmi sono sballati in relazione alle nostre capacità del momento (atleti
reduci da infortunio, principianti, runner poco costanti, cieca lettura di
tabelle, sovrastima ecc.). In tal
caso, è inutile “morire” cercando di fare ugualmente (per esempio) 4x2000
in 7’10”. Se il nostro corpo ci dice che andiamo sotto soglia troppo presto,
meglio farli tutti in 7’25” piuttosto che non due a 7’10, il terzo a
7’40” e l’ultimo strisciando. Così facendo diamo al corpo stimoli
adattativi nulli o negativi, ci demotiviamo (“sono una schiappa..”), e, quel
che è peggio, non ci divertiamo per nulla.
Corpo e mente lavorano sempre insieme. Quando ci ricorderemo di ricordarcelo,
non sarà mai troppo presto.
Questo pezzo è stato pubblicato su Correre di Giugno 2002 con il titolo: "Mi schianto o non mi schianto dalla fatica?"
I puristi dello zen, che rifiutano ogni
“attaccamento”, criticano l’eccesso di impegno perseguito dall’atleta
agonista. C’è contraddizione tra filosofia e pratica, o è possibile sposare
le due cose?
Lo zen è una disciplina che porta la mente ad aprirsi
verso una comprensione più profonda del mondo che ci circonda.
Questa apertura mentale avviene (normalmente) attraverso la meditazione,
oppure (secondo la mia interpretazione) attraverso una pratica consapevole del
gesto atletico-sportivo, nella fluidità ed istintività dei movimenti, nella
presenza totale nel qui ed ora del correre.
Poiché lo zen è però anche rinuncia ad ogni “attaccamento” (fisico o
spirituale), e solitamente chi pratica zen mostra una serenità interiore che
dovrebbe togliere aggressività e desiderio di primeggiare, c’è chi sostiene
che allenarsi duramente sia in contraddizione con i principi di fondo dello zen,
e in generale con la maggior parte delle filosofie orientali.
Sebbene questo ragionamento apparentemente non faccia una grinza, sono invece
pienamente convinto che tra le due cose non ci sia assolutamente contraddizione.
Provo a spiegare il perché.
Spremuti come limoni
Il mio amico Gastone Breccia, maratoneta di rango, un giorno mi ha scritto:
“In allenamento mi sono spesso spremuto fino all'estremo. Ricordo svariate
sedute finite costretto a stendermi per qualche secondo per terra, veramente al
limite della resistenza: e certo non avevo corso con piacere, e avevo in un
certo senso violentato il mio fisico grazie alla volontà. Il dubbio - il vero,
unico dubbio che resta dopo la lettura del tuo libro - è questo: senza quelle
ripetute violenze, sarei mai sceso sotto le 2h30'?”.
Non è facile rispondere a Gastone, anche perché chi lo conosce sa che le sue
parole non sono mai dette alla leggera. Certo è un dato di fatto che
allenandosi poco e male non si va da nessuna parte. E anche allenatori di grande
esperienza (vedi Rondelli su Correre di Febbraio) citano lo stravolgimento a
fine allenamento come la sola ricetta per andare forte. In questo caso citando
Tergat: “Il troppo benessere fa perdere la voglia di soffrire ai limiti delle
proprie forze”.
Ma è poi così vero che se non si passa attraverso una “violenza” a se
stessi, non si possono ottenere grandi risultati? Ragioniamoci insieme.
Ormoni ed equilibrio
I principi di base dell’allenamento in ogni sport sono quelli della
gradualità dei carichi e della supercompensazione che il corpo attua per
adattarsi a quei carichi e consentire l’innesto di lavori ad intensità via
via crescente. Chiunque voglia imparare a correre i 1000 a 3’00”/km (ed oggi
corre a 4’00”) non potrà mai pensare di arrivarci spremendosi in singoli
durissimi allenamenti. Dovrà invece con gradualità portare il suo corpo ad
accettare via via ritmi più veloci. Dapprima a 3’50, poi a 3’40 e così
via. Obbligando il corpo ad adattarsi sempre “un po’ di più”. La
“spremitura” forzata è invece la scorciatoia migliore per gli infortuni, le
demotivazioni, le crisi da superallenamento.
Come rilevato dagli esperimenti di Arndt e Schultz: “Gli stimoli debolissimi
non hanno alcun effetto, quelli medi e intensi provocano processi di
adattamento, quelli di massima intensità danneggiano e mettono fuori uso
l’organo”.
Il corpo ci parla
Allenamenti intensi, che stimolino una reazione di supercompensazione,
dunque costruiscono un po’ per volta un motore potente. Allenamenti esagerati,
lo fiaccano e danneggiano. Ma come fare a capire quando è il momento di
rallentare o di prendersi un po’ di meritato riposo?
Il corpo dialoga con la mente, questo ormai lo sappiamo. E non è avaro di
informazioni. Se siamo andati oltre, il nostro corpo ce lo dice: il sistema
immunitario perde colpi (raffreddori e influenze bussano), il sonno è agitato e
irregolare, ci si sente stanchi e svogliati, talvolta depressi.
Quando invece ci si allena intensamente, ma tenendo bene d’occhio la propria
capacità individuale di recupero, le sensazioni sono tutt’altre: entusiasmo,
brillantezza, voglia di fare. Gli adattamenti positivi si riflettono su tutti i
nostri sistemi organici: cuore, polmoni, muscoli, enzimi, ormoni. Il corpo
riceve segnali di naturale dimagrimento, e perde massa grassa a favore di quella
magra.
Un passo per volta
In queste condizioni, e non nello stress di allenamenti massacranti, può
nascere una crescita fisica e atletica delle proprie capacità prestative. E’
quindi importantissimo dare a questi segnali il giusto peso. Ma al di là di
ogni considerazione tecnica o fisiologica, allenarsi “duro” può essere
davvero esaltante. Quando il corpo si è attrezzato con gradualità a far fronte
alle crescenti richieste organiche, l’emozione che si prova durante lo sforzo
(anche molto intenso) può essere stupenda. Chi l’ha scoperta, in piccolo o in
grande, sa che non smetterà più facilmente di correre.
Un detto taoista dice: “una strada di 1000 km comincia comunque con un
passo”. Teniamolo a mente.
Meditare correndo
Nella simpatica corsa di Primavera di Paullo (14 km tra i campi nel
milanese) ad un certo punto mi sono trovato alle spalle del mio amico Marco
Fantone, che ha iniziato un tentativo di rimonta su alcuni atleti
più forti. Il ritmo era un po’ troppo veloce per me. Ma se l’avessi
lasciato andare mi sarei trovato solo, con 5 difficili km ancora da percorrere.
Che fare?
La logica consueta mi avrebbe suggerito di “stringere i denti”. Ho fatto
invece il contrario. Mi sono concentrato sulla fluidità della mia corsa e ho
liberato la mente da ogni pensiero. Ho percepito una sensazione di totalità con
ciò che avevo intorno: il cielo, la strada, i miei e suoi gesti. E coordinando
istintivamente i miei movimenti nella scia di Marco, ho scoperto con gioia di
riuscire a tenerlo senza problemi fino all’arrivo.
Un problema culturale
Il problema è in realtà più culturale che fisiologico. C’è una diffusa
convinzione che l’unico modo per andare forte sia soffrire. Non è così.
Occorre naturalmente avere voglia di impegnarsi, non avere paura della fatica
fisica, e in un certo senso amarla, desiderarla, cercarla. Ma non occorre
svenarsi per ottenere questo. Basta impegnarsi con continuità, e aggiungere
ogni giorno un tassello in più. Anche piccolo, ma allineato con le capacità
che il nostro corpo ha di reggere il carico che gli diamo.
Il maestro zen Dainin Katagiri (uno dei pionieri dello Zen negli USA) diceva:
“quando sei arrivato in cima al palo, continua a salire”. Intendeva con
questo dire che non esistono limiti a ciò che pensiamo di poter fare con la
nostra mente concentrata. Purché il palo impariamo a scalarlo un metro alla
volta. Se guarderemo la cima invidiosi, resteremo sempre a terra.
Oltre il palo?
Ho corso la maratona di Ferrara a Marzo con serena consapevolezza dei miei
limiti (uscivo da un mese fisicamente un po’ tribolato), ma cosciente dei
ritmi che il mio corpo era in grado di esprimere.
Sono andato a Ferrara con un gruppo di amici i cui tempi finali sono oscillati
tra le 2h36’ e le 5h08’. Ciascuno di loro riteneva pazzescamente veloci
quelli davanti a sé, e terribilmente lenti quelli dietro (da cui la famosa
frase: “Ognuno è sempre il Tergat di qualcun altro”). Forse perché ognuno
pensa al proprio primato personale come a un limite invalicabile, o al quale
limare pochi secondi con mesi di sacrifici. Perché invece non proviamo, un
passo alla volta, a fare crescere organicamente il nostro fisico? In quella gara
ho corso concentrato, tranquillo, godendomi ogni metro della strada, del
paesaggio, amando ogni goccia di sudore prodotta, volendo bene a chi mi stava
intorno. E nello stesso tempo “picchiavo duro”. Viaggiavo a
3’44”/km e il corpo era molto sollecitato dallo sforzo. Uno sforzo
che si è prolungato fino all’arrivo. Intensissimo, e nello stesso tempo
profondamente zen.
Alla prossima, forse, potrò permettermi di correre a 3’40” o a 3’35”,
secondo quanto l’esperienza, gli allenamenti mirati e le risposte del corpo mi
consentiranno di fare. Mi sono
liberato dalla paura. So che, alla fine del palo, possiamo ancora salire.
Chi è capace di ascoltare i messaggi del proprio corpo può spesso fare a meno dei farmaci. Vogliamo provarci anche noi?
Il nostro corpo è una macchina meravigliosa. Il miglior ingegnere giapponese non è in grado di costruire un motore che abbia un rendimento energetico paragonabile a quello del muscolo umano. E i più grandi medici del mondo sono ancora ben lontani dall’aver capito come affrontare le malattie degenerative: cancro, infarto, AIDS, artrosi, Alzheimer, tanto per citarne alcune. Non solo, ma spesso anche un semplice eczema, o un banale raffreddore, invece di venire veramente curati, vengono soppressi con potenti farmaci.
L’arroganza di molti medici e l’aggressività commerciale dell’industria farmaceutica, tendono a farci credere che esista un farmaco per ogni malattia, in grado di guarirci da tutto. E quotidianamente la televisione ci bombarda con messaggi del tipo: “Mal di testa? Giù una pastiglia, e subito in forma!”. Non sarebbe ora di provare a svegliarsi?
Il concetto di fondo dal quale occorre partire è che nessuno può curarci dall’esterno. Soltanto noi possiamo guarire da una malattia: il medico può solo aiutarci, consigliandoci cosa fare. Molto spesso, infatti, non c’è una reale necessità di intervento farmacologico.
Se non abbiamo la forza di innescare il processo di guarigione dall’interno, o se il nostro sistema immunitario è fiacco e impotente, qualunque farmaco sarà solo un palliativo. Sopprimerà le nostre risposte, o le ritarderà. Nessuno, come direbbe un maestro zen, farà per noi ciò che nemmeno noi vogliamo fare.
Un eczema sulla pelle, una scarica diarroica, una lieve febbre, sono naturali risposte dell’organismo che cerca di depurarsi e disintossicarsi. Ne ha bisogno. Vogliamo imparare a fidarci un po’ di più del nostro corpo? Un medico poco sensibile vi darà subito del cortisone per sopprimere l’eczema (e voi direte: che bravo! Ora non ho più l’eczema!), vi darà un antidiarroico (e le tossine che il vostro corpo cercava di espellere?), o un antipiretico (la classica tachipirina) che impedirà al vostro corpo di accelerare il suo naturale processo di guarigione. E voi questo lo chiamate un medico?
Già limitandosi a raffreddori e influenze, l’abuso di farmaci riesce talvolta a provocare danni. Quando poi subentrano malattie più gravi, certe prescrizioni possono essere più rischiose della stessa patologia. Che dire infatti di chi consiglia con facilità bloccanti e inibitori a chiunque abbia qualche problema ipertensivo? E quelli che prescrivevano a cuor leggero la cerivastatina assassina (come si dimentica presto, vero?) per ridurre il colesterolo alle nostre nonne, cosa staranno prescrivendo adesso? Per non parlare delle moltitudini che somministrano cortisonici ad ogni pié sospinto e per ogni malattia: dall’eczema al raffreddore allergico, dall’artrite al mal d’orecchie. Senza un antibiotico, poi, non sembra esserci influenza o mal di gola che possa guarire. Ma chissà perché si dice che “il raffreddore guarisce in soli 7 giorni con i farmaci, oppure da solo in una settimana”?
L’abitudine ad assumere medicine per ogni tipo di malanno, crea inoltre una dipendenza psicologica dagli effetti devastanti, generando (soprattutto in chi fa questo giochetto da anni) l’insorgere di patologie “da farmaci” la cui crescita esponenziale dovrebbe preoccupare non solo il singolo, ma ancora di più chi si occupa della pubblica salute. O gli interessi in gioco sono così pesanti da farci sottostimare il disastro in corso?
Prima di assumere qualunque farmaco, anche leggero, pensiamo a tutte le possibili alternative. Cominciamo con il riposo. Un buon sonno spesso risolve mal di testa, dolori interni, digestioni difficili. Se gli lasciamo il tempo di riorganizzare le difese, spesso il corpo riesce da solo a risolvere il problema. L’eccesso di cibo, poi, lascia sempre tracce. Proviamo a digiunare per una volta (non è difficile) o a mangiare solo frutta e verdura, o comunque leggero, per 24 ore. Potremo lasciare i farmaci nel cassetto per un giorno.
Mangiare sano è la prima attenzione che dobbiamo rivolgere a noi stessi. Il cibo è un farmaco potente, e possiamo farne buon uso. Ad esempio inserendo buone quantità di fibra nella nostra alimentazione quotidiana. Non sembra difficile. Ma perché allora è così raro trovare un panettiere che faccia del buon pane integrale? E perché in tutti i ristoranti servono solo pasta e riso raffinati?
Mangiamo buone quantità di frutta e verdura ogni giorno? No, vero? E’ molto più attraente quel piatto pieno di olio fritto. E perché rinunciare al bombolone quotidiano alla crema? Ingoiamo la patatina fritta, o una qualsiasi bibita gassata (vera bomba di zucchero e coloranti), senza chiederci cosa succede all’interno del nostro corpo subito dopo. Poi, tanto, ci sono il digestivo e l’analgesico.
Chi corre, e ancor di più chi corre zen, ascoltando le proprie sensazioni, è senza dubbio avvantaggiato nel gestirsi da solo. Noi sperimentiamo quotidianamente cos’è la fatica. Sappiamo quando la crisi sta per arrivare, e siamo capaci di “rallentare” da soli, senza bisogno che ce lo dica un farmaco. Abbiamo coltivato (chi più, chi meno) una sensibilità maggiore rispetto agli altri.
Se entriamo in un locale fumoso, i nostri polmoni si lamentano. E se mangiamo qualche fritto di troppo, il fegato ce lo fa capire subito. Benedetta questa sensibilità, che ci permette di prevenire invece che curare. Che sensibilità può avere un fumatore accanito verso la qualità dell’aria? E che controllo sulla qualità dei cibi può avere un obeso che ingurgita tutto ciò che gli passa a tiro? Solo l’attenzione verso noi stessi e il rispetto del nostro corpo possono liberarci dai farmaci inutili. Non buttiamo via questa nostra preziosa peculiarità.
Tuttavia anche noi atleti, talvolta, non ci rendiamo conto che imbottirsi di un antinfiammatorio perché ci duole un tendine non è la via migliore per guarire. Se, grazie al farmaco, bloccheremo il dolore, e correremo sopra a un tessuto danneggiato, potremo causare lesioni peggiori. Lasciamo fare al nostro corpo, con un po’ d’umiltà. Ne sa più di noi, e ne avremo solo benefici.
Nella mia famiglia vi sono diversi medici, e so di poter contare su di loro quando ne avessi la necessità. Nella pratica, pur con tre bambini, le mie richieste d’aiuto sono piuttosto rare. Il più delle volte sono consigli (“Sto dando zinco/rame e vit.C. Continuo?”). So comunque di avere le spalle coperte in caso di problemi più gravi. A casa mia però, vige la regola che chi è malato ha bisogno di riposo, attenzione e tempo perché il suo corpo reagisca. Senza farmaci. Ci metterà un giorno di più, forse. Ma quando il bimbo è guarito, è guarito. E non vedo mai ricadute. Ben diversa la situazione di certi compagni di scuola, che – un antibiotico dopo l’altro – stanno a casa per dei mesi.
Negli anni, il sistema immunitario mio e delle persone che amo, è diventato via via più forte. Ed oggi ho la certezza, interiore, che la strada intrapresa sia quella giusta.
Non sono un medico. Non voglio né devo convincere nessuno. Chi ha voglia di ripulire il suo armadietto delle medicine, liberandosi di tutti i farmaci inutili (soppressivi, antidolorifici, palliativi), può migliorare la qualità della sua vita. Chi preferisce soddisfare le sue insicurezze rinunciando a svolgere il ruolo che la natura gli ha dato, può continuare a farlo. Io ho già scelto.
La dieta a zona sta facendo proseliti. Dà finalmente il giusto peso agli effetti ormonali dell’assunzione di cibo. Ma il maratoneta può avere dei dubbi. Può esistere una zona zen?
La “dieta zona” si sta diffondendo a macchia d’olio. Uno dei suoi principi di base è il controllo degli effetti ormonali negativi correlati alla secrezione pancreatica di insulina: un ormone utile ma nello stesso tempo pericoloso. Tale controllo è esercitato attraverso un’alimentazione bilanciata tra carboidrati e proteine. Il rapporto calorico ideale, secondo Sears, tra carboidrati, proteine e grassi è il famoso 40/30/30. Con licenza di muoversi nell’ambito di una “zona” identificata da una quantità di proteine che sia tra il 60% ed il 100% di quella dei carboidrati.
Calcolando i fabbisogni sulla base delle esigenze proteiche dell’individuo (da 1,1 a 1,5 g di proteine al giorno per kg di massa magra), e ottenendo le altre quantità come conseguenza del rapporto 40/30/30, il numero di calorie totali suggerite è senza dubbio basso (basta qualche calcolo a convincersene). La “zona” non è quindi iperproteica, ma ipocalorica! Il sacrificio è però reso sopportabile dal calo di appetito, legato alla “calma insulinica”. Pertanto, se una rigida dieta a zona può grandemente giovare a persone sedentarie o sovrappeso, non altrettanto si può dire per un atleta in piena attività e peso forma. A tale atleta posso suggerire di seguire le raccomandazioni qualitative di Sears, senza però attenersi strettamente a quelle quantitative, che potrebbero fare prevalere, alla lunga, i meccanismi catabolici su quelli anabolici. In altre parole, portarlo a consumare massa magra per fare fronte alle sue maggiori richieste energetiche.
Non si può parlare di dieta a zona se non ricordando la distinzione di Sears tra carboidrati “con cui andare cauti” (pasta, riso, patate, torte, vino) e carboidrati “da preferire” (frutta, verdura). O ancora la distinzione tra grassi, che comporta la riduzione di quelli saturi (burro, salumi) e di quelli idrogenati (margarina) a favore di olio d’oliva, arachidi, noci ecc. E infine la raccomandazione di fare uso di buone quantità di fibra (cibi integrali), di non eccedere con la cottura (che contribuisce a alzare l’indice glicemico del cibo ingerito), di preferire cibi freschi a quelli conservati, di scegliere cibi coltivati biologicamente, di fare uso delle giuste quantità di acqua. Nessuna dieta può esimersi dal tenere conto di questi importanti elementi di contorno.
E il corridore abituale?
Un punto controverso anche tra gli addetti ai lavori, riguarda l’integrazione calorica dello sportivo. Infatti, una volta bilanciati con dieta a zona i fabbisogni basali dell’individuo, come ci si deve comportare per ripristinare le calorie consumate in allenamento? Con soli carboidrati otteniamo un innalzamento dei livelli di insulina, usufruendo però di un veloce ripristino delle scorte.
Con soli grassi teniamo bassa l’insulina, ma non ripristiniamo prontamente il glicogeno consumato (non vi è infatti una via metabolica diretta tra grassi e glicogeno). Con il 40/30/30, invece, utilizziamo proteine per uso energetico, con conseguente accumulo epatico e renale di gruppi azotati, e possibili effetti tossici. La dieta, a quel punto, diventerebbe davvero iperproteica. E dunque?
In occasione di un recente incontro tenutosi a Milano, ho avuto occasione di parlare della questione con Barry Sears in persona, ma anche con Arcelli, Gigliola Braga, il Prof. Berra (illustre biochimico), e altri esperti, ricevendo indicazioni in parte discordanti.
La mia convinzione è che si debba distinguere tra mezzofondisti e maratoneti (o ultramaratoneti). Questi ultimi avranno vantaggio, nel quotidiano, a ripristinare le calorie consumate con buone quote di grassi, in modo da stimolare i meccanismi di consumo lipidico che serviranno poi dopo il 35° km (cosa che però sconsiglio di fare prima della gara, dove invece serve un pieno e veloce ripristino delle scorte di glicogeno).
Per chi fa gare brevi (fino alla mezzamaratona) valgono invece le considerazioni che fa Arcelli su “Correre” di Luglio/Agosto. Il naturale incremento di GH (ormone della crescita) subito dopo la corsa, dice Arcelli, tiene sotto controllo l’insulina, consentendo all’atleta di ingerire, in quella “finestra”, alte quantità di zuccheri.
In realtà l’insulina svolge in quel caso il suo utile compito: quando svuota il sangue dagli zuccheri in eccesso, PRIMA controlla se le scorte di glicogeno sono da riempire (e nel caso le riempie!), poi, e solo poi, depista l’eventuale eccesso verso gli adipociti. Dunque per l’atleta in quella fase l’azione dell’insulina non solo non è da evitare, ma anzi è del tutto auspicabile!
Non può certo trovarmi d’accordo l’idea di bere in quel caso un paio di lattine di bibite gassate. A qual pro infatti “zuccherarsi” con calorie pure, quando possiamo approfittare di quella “finestra” per assumere (con pasta, riso, patate, cioccolato, torte) tanti altri utili sali, fibre ed elementi nutritivi? Non commettiamo l’errore di trascurare la qualità dei cibi, mentre ne controlliamo il rapporto proteine/carboidrati!
In sintesi, ritengo sia possibile unire i benefici della zona con un sano utilizzo del buon senso e della innata capacità del nostro corpo di autoregolarsi. Più volte, da queste colonne, ho richiamato l’attenzione sull’importanza di imparare a leggere i segnali che il corpo ci manda. Chi è allenato a farlo, ci riuscirà. Chi invece continua a sopprimere ogni messaggio con antinfiammatori, antipiretici, antidiarroici, antifame, vaccini antinfluenzali, cortisonici, aspirine, anti-malditesta e chi più ne ha più ne metta, difficilmente potrà interpretare il linguaggio con cui il corpo ci vuole parlare.
Non si tratta quindi di bocciare o promuovere un regime alimentare, ma di evidenziarne i lati positivi per integrarli con successo nelle nostre abitudini.
Personalmente seguo i criteri di base della zona (dal punto di vista genetico anch’io sono, come Sears, un soggetto a rischio infarto precoce), senza limitare rigidamente l’apporto calorico, e ripristinando le scorte energetiche consumate in allenamento attraverso un mix di carboidrati e grassi, con prevalenza di questi ultimi quando preparo una maratona (cioè quasi sempre).
Che per me questo regime funzioni, lo sento prima di tutto dalle risposte che ricevo dal mio corpo, pur nel più totale rispetto di diversi regimi dietetici che altri possano scegliere o praticare.
Una pratica alimentare completa, non può tenere conto solo di pochi fattori. A mio giudizio (ho trattato ampiamente questo discorso ne “Lo zen e l’arte della corsa”) deve comprendere anche:
- Un equilibrio alimentare di lungo periodo (ovvero: nessuna dieta può accontentarsi di successi che durino due mesi soltanto).
- Un controllo degli effetti ormonali scatenati, e della conseguente sensazione di appetito
- L’eliminazione (o forte riduzione) di tutti i cibi intossicanti o impoveriti
- Il controllo delle intolleranze alimentari, alla base di moltissime patologie
- Il controllo delle calorie assunte in eccesso rispetto ai propri fabbisogni (nessun regime alimentare, per quanto bilanciato, che porti però al sovrappeso, genererà salute)
- Il bilanciamento in funzione dell’attività fisica svolta (accelerazione metabolica)
- Il controllo degli effetti psicosomatici legati a ingrassamento e dimagrimento
- Gli effetti mentali profondi legati all’assunzione di cibo (paure, condizionamenti).
Quest’ottica allargata tiene conto della totalità dell’individuo. Nessuna teoria potrà mai risolvere tutti i nostri problemi. L’acquisizione di una crescente coscienza alimentare può invece consentirci di diventare ogni giorno un po’ più saggi.
Dice Hui Neng: “Un uomo che beve acqua sa da sé se è fredda o calda”. Nel vasto panorama di consigli alimentari, scegliamo quelli che più ci convincono e somigliano: le risposte del corpo sapranno indicarci la via migliore per ritrovare il nostro equilibrio.
Senza integratori è possibile andare forte? La dipendenza spesso è solo psicologica. Il corpo ne sa di più di qualsiasi scienziato.
Santi e luminari
Un’orientale una volta mi disse: “Voi occidentali vi aspettate sempre
qualcosa dall’esterno, senza avere mai la forza di agire in prima persona”.
Quanto è vero!
Se ci colpisce una grave malattia, invece di capire da dove nasce, cerchiamo subito il grande luminare che possa guarirci. Se invece si tratta di una bronchite o di un’infiammazione tendinea, ne sopprimiamo i sintomi con un antibiotico o un antinfiammatorio. E non ci fermiamo a medici e medicine: conosco persone che dispongono di vere e proprie “guide” di beati a cui chiedere grazie: contro la febbre c’è S.Alberto degli abati, e se la grazia serve con urgenza, c’è sempre S.Espedito.
C’è sempre qualcuno che deve risolvere, dal di fuori, i nostri problemi: lo stato, il sindacato, la chiesa, il datore di lavoro, la fidal. Non c’è da stupirsi che, con questa mentalità, anche per la nostra prestazione sportiva si cerchi aiuto con integratori (o sostanze dopanti) di ogni tipo. E’ così difficile capire che il più delle volte si tratta solo di un bisogno psicologico?
Miti da sfatare
E’ un fatto ormai accertato che gli integratori non servano ad andare più forte. Semmai, usati con intelligenza, possono compensare delle carenze esistenti. Una persona sana e in equilibrio, con un corretto regime alimentare, non avrà dunque bisogno di nessuna “pasticca”.
I miti da sfatare in questo campo sono parecchi.
Tanto per cominciare, va osservato che l’organismo reagisce compensando ogni stimolo con una reazione di bilanciamento, essendo un sistema omeostatico che tende all’equilibro.
Tale principio viene sfruttato quando ci alleniamo. L’allenamento induce infatti uno stato di “sofferenza” (muscolare, cardiaca, biochimica) a cui il corpo risponde adattando i suoi sistemi biologici in modo da sopportare meglio il carico la volta successiva.
Se noi invece pensiamo di incrementare (ad esempio) le nostre masse muscolari ingerendo anabolizzanti, dapprima il corpo risponderà allo stimolo ipertrofizzando i muscoli, ma ben presto reagirà a questa anomala situazione attivando meccanismi di controllo e feed-back che renderanno inattive le dosi di ormoni assunte.
Il “dopato” a questo punto dovrà scegliere se assumere dosaggi sempre maggiori di ormoni, con effetto minimo, oppure smettere. Se sceglie la prima via (senza uscita) dovrà continuamente aumentare le dosi, subendo tutti gli effetti collaterali che via via si presenteranno (danni epatici, acromegalia, cancro ecc.). Se sceglie di smettere, subirà invece in breve tempo l’effetto dell’omeostasi, rischiando di trovarsi con testicoli minuscoli, masse muscolari flaccide, accumulo di massa grassa. Siamo sicuri che sia la via giusta?
Promesse da marinaio
Il principio vale naturalmente anche per gli integratori consentiti. Qualunque sostanza chimica assunta dall’esterno, costringe il corpo ad attivare dei meccanismi di difesa, che ne accentueranno l’eliminazione, l’accumulo epatico o renale, la disattivazione biochimica.
La Carnitina, ad esempio, dovrebbe essere utilissima per il maratoneta, il cui maggiore problema è quello di massimizzare il consumo di grassi durante la gara. Questa molecola ha infatti il compito di agevolare il trasporto degli acidi grassi ai mitocondri (le “caldaie” muscolari che trasformano grassi e zuccheri in energia). Dunque? Carnitina a chili?
Naturalmente no. E’ stato infatti dimostrato che dosaggi di carnitina anche consistenti (2g/giorno) non modificano in alcun modo la prestazione. L’unico modo infatti per aumentarne le quantità in circolo, è quello di indurre (con l’allenamento) situazioni di carenza di glicogeno, in modo da stimolare il corpo a fare maggior uso di grassi. Ecco allora che, come per magia, l’organismo ne produce di più, e senza bisogno di alcuna integrazione esterna!
Discorso simile vale per la creatina (utile solo per sforzi esplosivi), il ferro (che in sovradosaggio predispone a malattie infettive) e le mille sostanze magiche con cui “si dice” si possa andare più forte (dal sangue di tartaruga dei cinesi alla spirulina dei cubani, dall’inulina al ginseng). Servono solo a tamponare la nostra insicurezza.
L’acido lattico di Coe
Vi è poi un ulteriore aspetto da non trascurare. Se dopo un allenamento
molto duro facciamo uso di integratori salini, aminoacidi ramificati,
maltodestrine, antinfiammatori, otteniamo una sgradita conseguenza: il corpo non
reagisce come dovrebbe, e l’effetto allenante dello stress indotto viene così
in parte vanificato..
Si dice che il grande Sebastian Coe, dopo aver corso delle serie massacranti di ripetute, si accucciasse sulla pista (invece di sciogliersi un po’) per rendere più difficile al suo corpo la rimozione dell’acido lattico prodotto. In quel modo adattava il suo corpo a reagire “biochimicamente” all’acidità muscolare in modo molto intenso. Noi, al contrario, corriamo dal massaggiatore e prendiamo il bicarbonato. Lui però è stato recordman mondiale di 800 e 1500!
E’ pur vero che un’integrazione mirata può avere senso in situazioni di carenza. Apporti esterni straordinari di vitamine o minerali possono essere necessari in particolari situazioni organiche, tenendo però sempre presente che una corretta alimentazione, e un’attività atletica in linea con le nostre potenzialità, devono produrre un invidiabile stato di salute. Se avviene il contrario, e il nostro sistema immunitario si ribella, c’è qualcosa che non quadra.
Nei cibi di cui ci nutriamo, oltre alle preziose sostanze nobili che troviamo in farmacia dentro costose pasticche, vi sono anche migliaia di altri principi attivi, altrettanto necessari alla nostra salute e al nostro equilibrio, che nessuno ha ancora scoperto. Se proprio non riusciamo a fare a meno, psicologicamente, di un aiuto esterno, arricchiamo la nostra alimentazione con integrazioni fatte di “cibo”. Ci sono “cibi medicina” alla portata di tutti: l’olio di fegato di merluzzo, il lievito di birra (quello vero), lo yogurt, l’aglio e la cipolla, il pesce azzurro, le verdure fresche di ogni genere e tipo, la frutta di stagione, il miele, i legumi, la farina integrale, cavoli e cavolfiori, arance, noci e nocciole, erbe aromatiche. Non c’è pasticca che possa fare concorrenza a questi cibi, da cui il nostro corpo riceve vita e benessere.
Possiamo quindi fare un bel fagotto di tutti gli integratori sintetici che abbiamo in casa, nascondendolo in fondo a un inaccessibile armadio. La prima volta che gareggeremo, saremo presi da mille insicurezze. Scopriremo tuttavia con sorpresa di piazzarci esattamente come prima. La seconda e la terza gara già saranno diverse. Poi, quando il problema psicologico sarà superato, e scopriremo di valere esattamente per quanto siamo riusciti ad allenarci, avremo imboccato una nuova strada, i cui soli artefici siamo noi. E santi e stregoni potremo lasciarli dove sono.
In una vecchia fiaba orientale gli dei, arrabbiati con l’uomo che aveva abusato dei suoi immensi poteri, decisero di toglierglieli, nascondendoli in un luogo inaccessibile. Li avessero messi sulla luna, o nel centro della terra, prima o poi l’uomo li avrebbe trovati. Così decisero di nasconderli nell’unico posto dove l’uomo non avrebbe cercato mai: dentro di lui.
Che la forza di guardarci dentro possa essere ogni giorno con noi!
E’ possibile migliorare le proprie prestazioni in
maratona allenandosi mentalmente? Ricerche scientifiche recenti consentono di
rispondere con un sì.
Ritmo gara e proiezioni
Uno dei problemi che affliggono il neo
maratoneta è quello di capire quale possa essere il suo ritmo gara ideale.
E’ infatti auspicabile mantenere in corsa un passo il più possibile
omogeneo dal principio alla fine. Molte tabelle di allenamento, inoltre, si
basano proprio sul “ritmo gara”, che quindi è indispensabile stimare con
una certa precisione.
Allo scopo esistono test di vario tipo (Conconi, Yasso), e formule di conversione dai primati personali su 5000, 10.000 o mezza maratona. Quello che indagheremo ora, però, è stabilire se, al di là di quello che la tabella teorica può indicarci, c’è un modo per abbassare ulteriormente quella stima, attraverso l’utilizzo delle nostre capacità mentali.
Recenti lavori scientifici autorizzano a ritenere che la
mente possa influenzare in modo significativo la nostra prestazione in maratona.
La maratona prima di tutto richiede la capacità di stare sulle gambe per un tempo sufficiente a completarla (dalle due/tre ore in su). Questo significa adattare gradualmente il proprio apparato muscolare, tendineo, scheletrico, a sopportare un numero molto prolungato di sollecitazioni continue, attraverso la corsa lenta prolungata. E’ poi necessario abituare il proprio sistema cardiaco e polmonare a fornire molto ossigeno ai muscoli. Questo si ottiene attraverso i lavori specifici di fondo medio, di corto veloce, di medio collinare, di ritmi intervallati.
Infine la maratona richiede di allenare l’uso di grassi come fonte di energia, aumentando la propria “potenza lipidica”. Per fare questo occorreranno allenamenti specifici, come il “doppio”, le gare a tappe, le corse a digiuno, i progressivi, i lunghissimi.
Un’arma in più, fondamentale, per ottenere buoni risultati in maratona è tuttavia anche la capacità mentale di adattarsi alle richieste di questa gara stupenda: le conseguenze fisiologiche di una tecnica di approccio mentale evoluta possono fare la differenza tra un risultato mediocre ed uno eccellente, a parità di doti fisiche dell’atleta. E’ un peccato che questo aspetto venga trascurato dalla maggior parte degli allenatori. Vediamo dunque sei modi con cui la mente può cambiare la vostra maratona.
Liberi dall’ansia
L’ansia è una naturale reazione di difesa dell’uomo che teme una situazione potenzialmente pericolosa. La mente prepara il corpo a combattere o fuggire, aumentando i battiti cardiaci, e facendo secernere alla corteccia surrenale gli ormoni della “lotta” (adrenalina e cortisone). Gli ormoni corticosurrenali predispongono il corpo al consumo prevalente di glicogeno (il carburante più prezioso) provocandone un precoce esaurimento, ancor prima del 30° km, e impedendoci di finire la maratona senza soffrire. Ma oggi esistono strumenti per limitare i danni. La mente infatti interpreta i messaggi dall’esterno sottoponendoli a un “filtro cognitivo” che può anche azzerarne gli effetti ansiogeni. E’ possibile allenarci mentalmente a “filtrare” stress e paure, limitando le sgradite conseguenze di tali ormoni.
Fluidi e rilassati
Correre sciolti e rilassati ci permette di non sprecare calorie inutili in contrazioni e irrigidimenti muscolari. Sappiamo che la maratona è una gara “al risparmio”: correndo fluidi non sprechiamo preziose risorse dove non servono. Il coefficiente di consumo energetico, infatti, influenza fortemente la formula del consumo calorico (quasi quanto il peso stesso dell’atleta).
Non tutti però sanno che la scioltezza di corsa si può allenare lavorando sulla mente. I movimenti sciolti infatti si acquisiscono quando il sistema nervoso ha “memorizzato” un certo ritmo di corsa e una certa sequenza di movimenti, fino a farli (correttamente) in modo del tutto spontaneo e inconscio. Chi corre rigido, contratto, gobbo, o buttando braccia e testa dove e come capita, difficilmente chiuderà in freschezza!
Costanti e regolari
Il ritmo gara, si sa, deve essere il più possibile costante. Solo così potrà essere ottenuto il proprio primato personale. Ma la costanza deve essere mantenuta sul proprio ritmo più veloce per la distanza dei 42 km. E’ facile quindi sbagliare: bastano un paio di km troppo forti e si va in crisi. Un accumulo di acido lattico infatti, può essere deleterio per il prosieguo della gara.
Il metodo che utilizzo in corsa (vedi “Mente, corpo e zen” di Maggio), è quindi quello di affinare la mia sensibilità alle variazioni di ritmo, in modo da accorgermi per tempo della sofferenza che percepisco. Molte gare, infatti, si svolgono con tratti di salita, o controvento. In tali casi il cronometro non serve più. Occorre imparare a leggere i segnali del corpo che precedono una potenziale lattacidosi. Sapremo allenare la nostra mente a decifrarli?
Nei momenti chiave della gara, questa dote ci permetterà di decidere se possiamo permetterci di attaccare (o di rispondere ad un attacco) o meno.
Tecniche di concentrazione
In gara poi dovremo fare fronte a momenti di crisi, di
fatica o di dolore fisico. E’ documentato scientificamente, che allontanare la
mente da pensieri consci e paure (km mancanti, paura della fatica, pensieri di
dolore fisico, timore di essere raggiunti) permette di percepire meno la fatica
fisica. Una delle tecniche di concentrazione più diffuse è quella basata sul
ritmo (strategia ritmofocale: braccia, gambe), o quella basata sul respiro. In
tal modo la mente si concentra sul gesto atletico e non crea inutili dispersioni
di energia. E’ la meditazione dinamica da me più volte descritta, con cui si
guadagnano, senza rendersene conto, diversi secondi al km.
Tecniche di visualizzazione
Il corpo non distingue tra ciò che veramente avviene, e ciò che la mente visualizza. Succhiare il succo aspro di un limone, o immaginarlo vividamente, provoca comunque salivazione. Così avviene anche per i nostri muscoli impegnati in una gara. Immaginare situazioni di fluidità e velocità, visualizzare la rapidissima rimozione dell’acido lattico, l’ampia gittata cardiaca e il potente afflusso di ossigeno ai muscoli, predispone gli organi fisici a che ciò avvenga realmente. Pochi semplici esercizi convinceranno chiunque che questo è possibile. Come le altre, è una dote mentale che può essere allenata.
Mentalità vincente
Senza mentalità vincente, è difficile primeggiare. Alberico Di Cecco afferma in una recente intervista di avere imparato da Baldini molte cose sulla mentalità vincente. E Gigliotti ha trasformato Bordin da ottimo atleta che era, in campione olimpico, arrabbiandosi con lui quando si accontentava di arrivare terzo. Chi vince, oltre ad averne le potenzialità fisiche, dispone anche delle capacità mentali per farlo. Capacità che possono senza dubbio essere allenate. Imparando a confidare in se stesso, con un atteggiamento positivo, e con allenamenti specifici. E se a livello amatoriale la differenza può essere meno visibile, a causa delle grandi differenze prestative tra atleti diversi, è certo che a livello di top runner la mentalità vincente può fare la differenza.
Chi si ostinasse a ignorare gli aspetti mentali del corridore di maratona, non avrebbe alcuna capacità di influenzarne le prestazioni sotto quell’aspetto. Lascerebbe quindi fuori dalla porta una preziosa “metà del cielo”.
Per qualcuno - che sa e non dice - la più importante.
Ma se lo faccio, mi sfaccio?
(Articolo apparso su "Correre" di Dicembre '02 col titolo: "Mai
rinunciare a una notte d'amore")
Indagine semiseria sugli effetti positivi o negativi dei rapporti sessuali prima della gara. Miti, leggende e condizionamenti mentali. E’ possibile un equilibrio tra mente e corpo?
Sesso sì, no, forse…
Uno dei miei migliori risultati ottenuti in maratonina in anni recenti (1h10’43”) è maturato il mattino dopo una nottata che definire “riposante” sarebbe eufemistico. Altre volte, pur avendo monasticamente rinunciato a qualunque attività sessuale, ho riportato prestazioni mediocri o prive di acuti. A dimostrazione del fatto che fare o non fare del sesso può essere ininfluente ai fini della prestazione sportiva.
In tutti gli articoli che trattano di questo argomento, di solito, a questo punto si incomincia a distinguere una “sana e tranquilla attività sessuale” da una calda e spossante “noche de fuego” sostenendo che la prima non dà grossi problemi, mentre la seconda può stancare. Di solito si afferma poi che, in fondo, è la sensibilità individuale che conta, e via banalmente con questo genere di scontate ovvietà, condite da qualche intervista a Tizio o Caio.
Al solito, affronterò il problema in modo un po’ controcorrente, e per fare questo mi sarà necessario fare un piccolo passo indietro. Avrete la pazienza di seguirmi?
Est modus
in rebus
Non di solo corpo siamo fatti, ma neppure di sola mente. Non scandalizzatevi dunque se affermerò che l’influenza positiva o negativa su una prestazione sportiva non dipende dal numero di amplessi o dall’ora in cui abbiamo chiuso le palpebre, quanto piuttosto dal MODO in cui avremo fatto l’amore, tenendo bene a mente che non lo si fa mai da soli, ma (almeno) in due. Se faremo l’amore in modo completo, istintivo, piacevole e interiormente soddisfacente, la “prestazione” atletica del giorno dopo non potrà che esserne positivamente influenzata. Al contrario un’astinenza sofferta, un antipatico “tenersi lontano” dal proprio partner, o peggio un rapporto solo fisico o di bassissimo livello emotivo, potranno generare solo stanchezza (fisica e/o mentale), insoddisfazione, rancore. Come fare, dunque?
Un “sentire” diverso
Correre “zen” non è stato troppo difficile. Abbiamo dovuto imparare a “sentirci” dentro, a ascoltare la nostra respirazione, a leggere i segnali del nostro corpo. Quando abbiamo cominciato, ci siamo resi conto che qualcosa in noi cambiava. E sconvolgeva le nostre certezze.
“Sentire” in modo diverso i nostri stimoli erotici può non essere altrettanto facile, visto che i rapporti sessuali sono sempre gravati da forti valori simbolici e da intensi coinvolgimenti psichici.
Ognuno di noi intende il rapporto sessuale in modo diverso. Chi cambia amante tutti i mesi, chi ha un paio di “mogli” fisse, chi si dedica ai giochi di coppia, chi bazzica la strada, chi è legato al consorte ma si concede una scappatella ogni tanto, chi è fedele per definizione o per imperativo morale. Non tutti potranno essere in equilibrio durante il rapporto sessuale. C’è un rimedio a questo?
Sinceri e puliti
Il primo punto che possiamo fissare per una serena ed intensa realizzazione sessuale è la sincerità con il partner. Se non si è profondamente sinceri, è difficile instaurare un rapporto vero. Si potranno avere rapporti fisicamente molto appaganti (forse), ma mai del tutto completi. E la separazione di corpo ed anima non tarderà a produrre i suoi frutti velenosi.
Sincerità vuole anche dire fare l’amore solo quando veramente lo si desidera. Molti uomini che si sentono afflitti da problemi saltuari di erezione, non si rendono conto che spesso non esiste alcun problema fisico, ma solo, per così dire, motivazionale.
Se si è stanchi, distratti, lontani dal partner per qualsiasi motivo, nulla di più facile (e giusto) che il pene non collabori. Nessuno riuscirà mai a procurarsi un’erezione dicendo “Forza, sali!” Invece quale risposta il nostro cervello “pensante” elabora dopo il secondo insuccesso? La pillolina simil-viagra, ovvero, come sempre, un rimedio dall’esterno che tamponi la nostra incapacità di essere dentro a ciò che ci piace.
“Esserci” con tutti i sensi
Il secondo consiglio è quello di “esserci” nel momento in cui si sceglie di fare l’amore. Un buon sistema è quello di utilizzare tutti e cinque i sensi di cui disponiamo, fondendoli armoniosamente con le sensazioni mentali che ci avvolgeranno.
L’utilizzo dei cinque sensi per integrare un’esperienza mistica è usato da tutte le religioni. Molti riti fanno uso di incensi e aromi per profumare gli ambienti sacri. Nello stesso tempo il gusto, durante i gesti più simbolici, partecipa al rito con l’ostia consacrata o altri cibi. Canti, mantra, suoni sacri, toccano l’udito dei presenti. Ed anche vista e tatto sono tenuti desti da tele, arazzi, statue, ed abiti talari di ogni foggia e colore, di seta ed altri materiali preziosi.
Allo stesso modo ci si potrà inebriare con gli odori naturali del corpo del partner. Le sensazioni tattili saranno legate allo sfregamento della pelle (seno/petto), delle dita, delle labbra, alle piccole carezze, ai morsi, ai graffi, e a tutto ciò che possa farvi sentire l’altro che vi stringe ed ama.
La potenza dell’udito (anche da solo) vi sarà manifesta se avrete occasione di ascoltare una coppia che si ama rumorosamente al di là di un muro. E non venite a dirmi che gli occhi stupendi della donna che vi ama, sono in alcun modo sostituibili da qualcosa d’altro.
Senza gusto, infine, non è possibile godere di un rapporto veramente intenso. Pensatevi raffreddati, e capirete. La vostra lingua che si nutre degli odori e dei sapori del vostro partner è un elemento indispensabile al pieno godimento di un rapporto completo.
Energia liberata
Se riusciremo ad apprezzare fino in fondo l’amore fatto con tutti i sensi in azione, potremo usufruire di una quantità immensa di energia che si libererà durante il rapporto, e ci lascerà una bellissima sensazione di pienezza anche nelle ore o nei giorni successivi.
Studiosi come Wilhelm Reich o Alexander Lowen hanno messo in evidenza come la sessualità rappresenti un canale di emissione di energia preziosissimo, e come il ristagno e il blocco di quella energia sia alla base di molti disagi e malattie. Scienza e psicanalisi concordano sul fatto che il distacco tra corpo e anima sia foriero di malattia, mentre al contrario il salutare sfogo della propria carica fisica, emotiva, intellettuale non può che portare a salute ed equilibrio.
J.Tolja e F.Speciani in “Pensare col corpo” ipotizzano, con un intelligente paragone informatico, che ogni rapporto sessuale rappresenti un “salvataggio su disco” della situazione psicofisica vissuta al momento. Il livello di rapporto esperito viene quindi ad essere memorizzato a livello fisico e mentale, e può quindi fare molto danno se vissuto superficialmente, o in modo dissociato (solo “ginnastica”). Al contrario un rapporto completo, vissuto in totale armonia istintiva, può nutrire intensamente corpo e mente. E non può che influenzare positivamente l’evento sportivo del giorno dopo, lasciandoci il corpo carico di energie e la mente ricca di stimoli e di bellezza.
Non vi sarà nulla di più dolce e bello, sul rettilineo d’arrivo, che rivivere con la gioia del nuovo risultato ottenuto, i baci e le parole della donna o dell’uomo che ogni giorno ci amano.
Non c’è obiettivo, per quanto ambizioso, che sia precluso ai nostri sensi. Tutto si può fare purché si sia disposti ad andare fino in fondo, nello sport come nella vita.
Il valore dell’esperienza
“Il disegno di un piatto di riso non ha mai sfamato nessuno” dicono i maestri zen per ricordarci che solo con l’esperienza diretta è possibile “mordere la mela” e ritrovare se stessi, i propri obiettivi, le proprie motivazioni. Più volte abbiamo discusso, su queste colonne, l’importanza, per chi corre, di sviluppare la propria capacità di concentrazione e di consapevolezza verso ciò che si sta facendo. Questo è un ottimo modo per avvicinarsi alla corsa zen, ma non è solo nello sport che questa modalità di approccio esperienziale può portare grandi frutti. Vi sono esempi, sotto gli occhi di tutti, che possono stupirci. Talvolta maturati in ambienti o culture lontanissime dallo zen. D’altra parte la mia opinione è nota: parole, etichette, simboli, valgono zero se non sono accompagnati dalla sostanza.
Maestri di concentrazione
Milton Erickson, considerato da tutti il “padre” dell’ipnosi, contribuì a trasformare quello che molti ritenevano un trucco da circo, in una pratica terapeutica dalle solide basi scientifiche. Il suo profondo interesse per l’uomo nacque da giovane, quando, bloccato su una sedia per alcuni mesi da un attacco di poliomielite anteriore, sfruttò quel terribile periodo per esercitare la sua abilità nell’uso dei poteri della mente, unica risorsa attiva in un corpo che non gli rispondeva più. L’attenta e silenziosa osservazione delle persone che aveva intorno, e il continuo esercizio delle sue capacità mentali, lo hanno portato a “reinventare” l’ipnosi, fornendo alla medicina e alla psichiatria una nuova e potente arma terapeutica. Che nessuno forse avrebbe studiato così in profondità senza la possibilità di concentrazione offerta dal suo stato di malattia. Ogni porta che si chiude, ne apre un’altra.
Solo così
Un altro fantastico esempio è il medico giapponese Noguchi (maestro nel condannare l’abuso di farmaci e la soppressione delle risposte corporee) che era in grado di riconoscere una malattia semplicemente osservando i gesti e i movimenti di un uomo. Una volta in cui diagnosticò un’influenza ad un paziente, solo sentendo il rumore dei suoi passi sul pavimento di legno, il suo allievo Itsuo Tsuda rimase di sasso. “Maestro” - gli chiese – “Ma come ha potuto arrivare a un tale livello di precisione diagnostica? Sono anni che studio, e sento che forse io non ci riuscirò mai”. Noguchi rispose: “Non c’è traguardo od obiettivo che non possa essere raggiunto, se solo lo si persegue con tutte le proprie forze e con tutta la propria anima, concentrando la propria attenzione, il proprio amore, la propria dedizione, senza disperderne una sola goccia”.
Un inciso dovuto
Noguchi è sicuramente uno degli ispiratori del mio articolo apparso su “Correre” di Luglio intitolato “Obiettivo: farmaci zero”, che tanto ha fatto discutere. Un medico di Lecco mi risponde, su “Correre” di Settembre (in verità in modo molto educato) evidenziando i pregi di alcuni farmaci. Opinione lecita, ovviamente. Per farlo cita però la cura Di Bella, ricordandone il frettoloso abbandono “a favore della più efficiente chemioterapia”. Chapeau, signor medico di Lecco. Un po’ troppo facile passare sopra al fatto che la sperimentazione è stata condotta su un ristretto numero di malati terminali, e soprattutto al fatto gravissimo che alcuni tra i componenti più importanti previsti dal “cocktail” erano scaduti. Ma i colpevoli di tale vergognoso misfatto sono stati coperti, e la cortina del silenzio è presto scesa su questo scomodo medico. Precisazione dovuta per rispetto ad un grande uomo e ricercatore.
Una cura più umana
Perché sui legami tra psiche e malattia e contro l’abuso di farmaci, c’è un uomo che ha lottato per tutta la sua vita, concentrando ogni sforzo per capire come vincere quel tremendo male di nome cancro. Cercando ogni strada, battendo ogni possibile via. E scontrandosi sempre con l’arrogante diktat di chi pretendeva per la chemioterapia il monopolio totale degli ammalati. Si trattava di mio padre Luigi Oreste, trovato morto da solo (correva il 1983) nella sua baita di montagna pochi giorni prima di un importante congresso chiamato “Cancro: perché?” che avrebbe denunciato abusi e storture del monopolio medico chemioterapico. Il congresso, senza la sua presenza fisica, fallì. E la scuola di medicina che aveva creato, senza di lui, si divise in mille rivoli, che tuttavia trasmettono ancora il suo messaggio. Fatto di diagnosi precise e attente. Fatto di amore per il paziente, di tocchi, di contatto fisico. E di metodi di cura rivolti alla persona nel suo complesso: cibo, abitudini, psiche. Prescrivendo farmaci solo quando utili o necessari.
Nulla è precluso
L’esempio portato da queste persone deve farci riflettere. Se vogliamo veramente comprendere fino in fondo il rapporto tra la nostra mente e il nostro corpo quando compiamo il gesto di correre, non è sufficiente correre zen una volta ogni tanto. Può essere piacevole e divertente. Ma se vogliamo andare in profondità, allora è necessario “sentire” l’obiettivo che ci poniamo. Così come hanno fatto Erickson, Noguchi, Di Bella, mio padre. Significa provare una spinta interiore così profonda e così intensa verso la comprensione di se stessi, da volerlo fare più di ogni altra cosa. Allora, forse, ci sarà non solo possibile, ma anche facile, correre con corpo e mente armonicamente sintonizzati.
Emerge l’inconscio
Succede quando si corre su un sentiero di montagna, non distratti da auto o da rumori, ma può succedere anche durante un duro allenamento in pista. Si incomincia a sentire che la mente cosciente se ne va, lasciando spazio espressivo a qualcosa d’altro (Erickson parlerebbe di emisferi cerebrali “non dominanti”). La propria concentrazione aumenta, si espande, e a poco a poco si trasforma in qualcosa di istintivo. Ci si pone in ascolto del battito del proprio cuore, si diventa parte del proprio sangue che pulsa, ed ogni muscolo, legamento, articolazione viene ad essere percepito. Sentire il proprio respiro espandersi nei polmoni, diventa allora un’emozione profonda. Le nostre capacità percettive diventano illimitate. In quel momento, tutto può accadere: una scoperta scientifica o un record del mondo (l’aneddotica della scienza ci insegna che spesso l’illuminazione decisiva in una scoperta è stata ottenuta durante stati alterati di coscienza).
Nota di colore: per un errore di impaginazione il paragrafo successivo è saltato, senza così venire pubblicato. Nessuno (tranne me) pare essersene lamentato. Godetevi dunque l'inedito....
“Sentire” la nostra corsa
Sentire istintivamente ciò che il corpo ci dice quando acceleriamo ai limiti delle nostre capacità aerobiche, percepire il momento dell’inizio dell’accumulo di lattato, intuire se la percentuale di grassi utilizzata è alta o bassa, non è solo un utile esercizio per migliorare la nostra performance in gara. E’ anche un modo per entrare in dialogo profondo con il nostro corpo, e non volerne uscire più.
Oggi andiamo al campo sportivo e ne torniamo felicemente stanchi e sereni. Ci basta? Per molti questo è sufficiente, e sta alla base del numero sempre crescente di praticanti del nostro sport. Ma io vi dico: si può fare molto di più. Occorre però dedicarsi con tutto il cuore e con tutta l’anima a percepire le nostre sensazioni durante la corsa. Talvolta può non bastare “sentirle”: mordiamole, viviamole, urliamole. E il nostro correre diventerà vita nel senso più profondo e vero.
Allenare la mente ad ottenere
grandi risultati è possibile. Ma corpo e mente viaggiano sempre insieme, e
lavorare sull’uno influenza sempre anche l’altro. Un metodo innovativo per
atleti completi.
Un passo in più
Nessuno oggi ha il coraggio di negare il fatto che corpo e mente si influenzino reciprocamente. Anche nella corsa. Dall’amatore che si demotiva dopo la terza ripetuta (perché continua a pensare a quante ne deve fare), fino a quel runner che durante una recente “Linea Diretta” mi raccontava le sue difficoltà a correre le ripetute sui 1000 in 3’30, quando poi in gara faceva i 3000 in 10’20”! Pietro Trabucchi dice: “I muscoli mandano al cervello segnali di stanchezza, ma anche la mente può influenzare negativamente il rendimento muscolare producendo sensazioni di stanchezza o demotivazione”. Se ciò è vero, è naturale che sia possibile anche l’opposto, cioè che la mente influenzi positivamente il nostro rendimento muscolare. Su questa base, ci siamo raccontati nei mesi passati tanti esempi pratici che ci hanno dimostrato come questo fosse possibile.
Bene: è arrivato il momento di fare un passo più in là, cercando di capire come in verità corpo e mente non si limitino a influenzarsi reciprocamente, ma rappresentino due aspetti differenti di un’unica realtà. Una realtà che possiamo chiamare “unità corpo-mente”, “individuo”, “sé”, o come diavolo ci pare, ma sulla quale possiamo agire solo considerandola nella sua totalità.
Evidenze eclatanti
“Il corpo non è in grado di distinguere fra eventi che costituiscono una reale minaccia alla sopravvivenza, ed eventi presenti soltanto nel pensiero”, afferma Joan Borysenko, psicobiologa fondatrice della clinica Mente/Corpo del New England.
Ad un soggetto sotto ipnosi possono formarsi piaghe assolutamente reali sulla pelle anche se il “ferro rovente” non è altro che una comune matita. E i “cani di Pavlov” da decenni dimostrano come il semplice suono di un campanellino possa condizionare la secrezione di enzimi digestivi.
Fate questo piccolo esperimento, immaginando di tagliare un limone appena estratto dal frigo e di portarlo alla bocca spremendone alcune gocce sulla lingua, che poi deglutirete lentamente. Non avete in mano alcun limone, vero? E allora perché avete prodotto in bocca tutta quella acquolina?
Dov’è il confine tra fisico e mentale?
Una rete bidirezionale
Negli anni ’70 e ’80 sono state studiate a fondo le modalità di comunicazione tra cervello e organi con la scoperta di sostanze “informazionali” (neuropeptidi) in grado di trasmettere messaggi molto precisi a degli specifici recettori. Studiosi come Candace Pert o i premi Nobel Hughes e Kosterlitz (scopritori delle endorfine) dimostrarono ben presto come i recettori esistenti a livello cerebrale esistessero anche a livello di organo, e come la secrezione di neuropeptidi potesse muoversi in entrambe le direzioni. Il passaggio di informazioni tra mente e corpo, non è quindi più spiegabile in termini gerarchici (la mente comanda il corpo) ma in modo paritetico. Vi è una fitta ed intricata rete informativa in continuo interscambio. Il corpo smette di essere solo corpo, ma diventa parte dell’insieme indivisibile corpo/mente.
Ricerche recenti condotte negli Stati Uniti presso l’UCLA, e presso il Brain Research Institute di Mosca, hanno dimostrato con chiarezza come attività mentali mirate abbiano indotto riduzione della pressione e della frequenza cardiaca, minor consumo di ossigeno, riduzione dei livelli plasmatici di cortisolo e di acido lattico, aumento della resistenza cutanea ecc.
Perché dunque la scienza dell’allenamento ha per decenni trascurato (o appena sfiorato) tutte le implicazioni legate allo stretto rapporto tra mente e corpo nell’atleta?
Colpevole ignoranza
Indubbiamente tutte le scienze devono ancora scontare quattro secoli di pregiudizio cartesiano. Il futuro, tuttavia, è di chi ha il coraggio di abbandonare sponde sicure per indagare ciò che ancora non è spiegato. Non ci può essere indagine scientifica davvero completa che ignori l’una o l’altra delle due facce del problema.
Lo studio delle tecniche alimentari e di allenamento del maratoneta non fa eccezione. Qualunque testo tecnico che ignori gli aspetti mentali in grado di influenzare le prestazioni del corridore, non può dirsi completo.
Se un atleta, casualmente, interpreterà mentalmente le gare in modo corretto, potrà eccellere. Se invece, ignorando il problema, farà casualmente le scelte sbagliate, fallirà senza neppure sapersi spiegare il perché.
Qualche famoso esempio
Vi sono atleti dotati fisicamente di immenso talento, che in tutta la loro carriera hanno vinto poco o nulla. Ad esempio Dave Bedford, sempre battuto da qualcun altro anche quando deteneva la migliore prestazione mondiale sui 10.000. Ma anche campioni ancora in attività, come Goffi o Di Napoli, spesso traditi dal fattore emotivo o dall’incapacità di interpretare mentalmente una gara nel modo più giusto. Altri, magari atleticamente meno dotati dei loro diretti avversari (mi vengono in mente Cova, Bordin, Baldini) hanno però saputo vincere di tutto: olimpiadi, campionati del mondo, campionati europei. Questo grazie ad altissime doti mentali, che andavano dalla capacità di sopportazione del dolore, alla mentalità vincente, fino al superamento delle crisi d’ansia e al rilassamento in corsa.
Oggi non sembra concepibile pensare ad un piano di allenamento per un top runner che escluda o trascuri la preparazione mentale. Se per l’amatore l’effetto potrà essere compensato da altri parametri di più semplice miglioramento (numero di km o di allenamenti settimanali, alimentazione adeguata, tabelle più razionali ecc.), per chi sia già vicino al proprio limite fisico, l’allenamento mentale può fare la differenza. Vogliamo provarci?
Mind Body Work
Questo tipo di allenamento integrato, Trabucchi ed io (che insieme stiamo lavorando a questo progetto) l’abbiamo chiamato MBW: Mind Body Work.
MBW significa lavoro integrato mente/corpo. Fondere questi due aspetti significa individuare delle precise tecniche di allenamento che educhino l’unità corpo-mente dell’atleta ad agire in sintonia massimizzando i risultati.
Può significare, per alcuni, svolgere le cosiddette “ripetute affaticanti”. Per altri invece può implicare allenamenti di resistenza mentale alla fatica (progressivi molto graduali, ma senza limiti prefissati), cambi di ritmo a sensazione per esercitarsi a controllare l’accumulo di acido lattico, o ancora esercizi di respirazione controllata (ansiosi) o la creazione di immagini mentali specifiche.
Fare MBW significa affrontare problemi come l’ansia pre-gara, la percezione della fatica e i mezzi per contrastarla, il superamento delle crisi metaboliche, gli effetti ormonali della tensione in gara, la motivazione a vincere, e tutte le possibili implicazioni correlate. Ma significa anche sviscerarne i punti di contatto biochimici, fisiologici, mentali. Significa anche capire come ci alimentiamo e perché, ovvero condizionati da quali e quanti stimoli mentali.
Chi si limiterà a dire: “Non mi interessa” avrà perso una valida opportunità per capire fino in fondo le proprie potenzialità complessive, o quelle degli atleti che intende seguire.
Il doping è una piaga in
crescita. Per difendersi occorre conoscere le sostanze, la loro presunta
efficacia, e il prezzo da pagare. Inutile credere ai miracoli e ai falsi
profeti. Chi è pulito dentro, ha già vinto.
Caino e Abele
La voglia di primeggiare trae le sue origini dall’evoluzione stessa, dice Steven Pinker: gli uomini primitivi più forti erano quelli che avevano più possibilità di riprodursi. La nostra mente percepisce così come piacevole e positivo il primeggiare e l’imporsi sugli altri.
Per arrivare davanti a tutti, nella preistoria avremmo ucciso a colpi di pietra Abele. Oggi ci limitiamo a doparci o a tagliare il percorso. Un piccolo, orribile, passo avanti.
Il doping sportivo ha un fatturato mondiale di 10 miliardi di Euro, di cui il 10% circa in Italia.
Il presidente del CONI milanese, in un recente convegno, ha riportato i dati di un’indagine svolta nei settori giovanili del calcio: il 36,7% degli intervistati è disposto a ricorrere a farmaci per migliorare il suo rendimento sportivo. Evviva le nuove leve!
Noi affermiamo invece che chi si dopa sta barando. Sta giocando a un gioco al quale partecipa da solo. Ignorando inoltre l’altissimo rischio di mortalità legato all’assunzione di stimolanti.
Un costoso harakiri
La percentuale di mortalità per malattie cardiovascolari nei ciclisti professionisti, ha un’incidenza dieci volte maggiore rispetto alla popolazione media. E l’inchiesta di Guariniello documenta che un calciatore di serie A (uno qualsiasi, non uno dopato) ha una probabilità 35 volte superiore alla media di ammalarsi di cancro al fegato o di leucemia.
Ma doparsi serve davvero ad andare più forte? Il dubbio è lecito. Il nostro corpo dispone infatti di sofisticatissimi sistemi di feed back e di omeostasi, che di fronte ad una massiccia invasione di una sostanza, ne inattivano la maggior parte, o ne bloccano la produzione endogena.
I culturisti, ad esempio, facendo uso costante di testosterone esogeno per incrementare la propria massa muscolare, ne azzerano la produzione interna, ritrovandosi i testicoli grandi come una nocciola non appena smessa l’assunzione esterna.
Ma non sono solo i culturisti a fare uso di anabolizzanti. Da Ben Johnson in avanti è piuttosto evidente come le masse muscolari gonfiate di alcuni di questi “uomini record” siano del tutto artificiali. I movimenti scattanti e bruschi, e gli occhi spiritati e dilatati esibiti da costoro rientrano in un quadro clinico di overdose ormonale. Inutile sottolineare come tali masse muscolari non siano di alcun vantaggio al corridore di lunghe distanze.
L’uso di GH (ormone della crescita) ci fa invece giocare agli apprendisti stregoni. Poiché nel sangue si parla di quantità di GH da 1 a 5 ng/ml (miliardesimi di grammo per millilitro), sbagliare di un fattore 10 o 100 è facilissimo. Anzi, basta somministrarne e si sbaglia sempre, perché le quantità corrette il corpo è già in grado di produrle da solo: dopo l’allenamento, e nelle prime ore di sonno. Con la somministrazione sono in agguato l’acromegalia (ingrossamento osseo abnorme), l’eccessiva ritenzione di acqua e sali con formazione di edemi, la comparsa del diabete, il morbo di Creutzfeld-Jacob.
Cortisone e stimolanti
Poi c’è il cortisone. Questo pericoloso ormone dello stress sposta l’attenzione del corpo verso una reazione cosiddetta di “lotta e fuga”, cioè predispone l’individuo a reagire davanti ad un pericolo incombente. Per fare questo “disattiva” tutti i meccanismi di controllo di medio e lungo periodo (per esempio le reazioni allergiche, le funzioni digestive, o l’eliminazione di cellule potenzialmente cancerose), così da avere tutte le risorse disponibili per lo scontro fisico.
I cortisonici possono dunque coprire sensazioni di dolore muscolare o articolare (infiltrazioni). Tuttavia per il maratoneta, assumere cortisone è controproducente. La capacità di correre velocemente consumando buone quantità di grassi, è infatti inversamente proporzionale allo stress percepito.
Altre sostanze stimolanti proibite sono le anfetamine ed alcuni alcaloidi. Ricordate la morte del ciclista Simpson sul Mont Ventoux? Le anfetamine (usate in modo massiccio per dare incoscienza ai soldati di leva americani in Vietnam) sono farmaci stimolanti del sistema nervoso centrale. Generano tossicodipendenza e assuefazione, con gravi effetti collaterali: aumento della pressione, tachicardia, insonnia, allucinazioni, collassi. Un vero toccasana.
Sua maestà l’EPO
L’eritropoietina (EPO), lo dice il nome stesso, è invece l’ormone che stimola l’eritropoiesi, ovvero la produzione di globuli rossi. Il “quanto” e il “per quanto” sono però tutti da discutere. Infatti se il vantaggio offerto, le prime volte, può essere complessivamente di qualche secondo al km (utile forse per un top runner, ma nullo a livello amatoriale), molti di più sono invece i rischi legati a questa pratica.
La glicoproteina dell’EPO innalza il livello di globuli rossi nel sangue (ematocrito) rendendolo più denso. Ma il corpo non è matematica: è biologia, è vita. Davanti ad un improvviso aumento di viscosità del sangue, aumenterà la pressione sanguigna per prevenire “ingorghi” nelle arterie. E naturalmente dovrà anche adattare tutti gli altri “sistemi” ai nuovi livelli pressori, con rischio di trombi, edemi polmonari, infarti. Ecco perché i ciclisti dopati con eritropoietina dovevano dormire con la cyclette al fianco, collegati ad un cardiofrequenzimetro che faceva suonare la sveglia in caso di pulsazioni troppo basse: senza quella “sveglia” non si sarebbero più alzati da quel letto.
Il corpo, inoltre dovrà immediatamente disattivare la produzione interna di eritropoietina da rene e fegato, e contrastare la presenza esogena dell’ormone con l’attivazione di enzimi specifici.
E’ chiaro ed evidente, dunque, che non appena la somministrazione di EPO cessa, colui che era un “quasi” top runner si trasforma immediatamente nel peggiore dei ronzini. E non va più nemmeno a calci nel sedere. Il patto col diavolo non paga mai.
Automotivati e liberi
Dunque, come dice Pinker, siamo tutti figli del capobranco. Da lui abbiamo ereditato l’emozione di essere primi, di essere i più forti. I più profondi recessi della nostra mente “evolutiva” sanno che o si vince, o sarà qualcun altro a riprodursi al posto nostro.
Possiamo imparare a non essere schiavi delle nostre insicurezze e paure?
Su esse fa leva tutto quel variegato mondo di individui senza scrupoli, che abbagliando l’atleta con false promesse, distruggono la sua salute, il suo portafoglio e la sua immagine. Queste persone sfruttano le debolezze psicologiche di gente che non dispone della sufficiente stabilità emotiva per capire dove sta l’imbroglio, e chi ne pagherà le conseguenze.
Syer e Connolly, consulenti psicologici del Tottenham Hotspur, affermano che la maturazione vera di un atleta si ha quando questi capisce che è necessario spostare il fuoco dell’attenzione dall’esterno all’interno di se stessi: verso la qualità del gioco, la bellezza del gesto, la fluidità dell’azione. L’automotivazione che sorge da una tale crescita interiore diventa indipendente dal piazzamento o dal giudizio esterno. Chi ha bisogno di doparsi, invece, è sempre un perdente. Anche quando arriva primo.
La legge faccia il suo corso, e impedisca con controlli sempre più efficienti che alcuni individui approfittino di briciole di mala scienza per appropriarsi di premi ed onori immeritati. Noi, amatori lontani dal podio olimpico, possiamo “quasi” dimenticarci del problema.
Se la nostra corsa sarà pulita, e avremo vissuto la gioia di raggiungere un risultato gratificante con le sole nostre forze, avremo vinto comunque.
La scienza ci spiega come la
suggestione possa assegnare efficacia o meno ad un trattamento terapeutico.
L’effetto placebo, dalle dinamiche ancora poco conosciute, rende
indispensabile imparare a scegliere. E a rispettare l’incredibile potenza
della nostra mente.
Spesso gli apparenti effetti positivi sulle prestazioni degli atleti non sono altro che un prodotto della potenza della nostra mente, che riesce a influenzare le risposte del nostro organismo senza bisogno dell’intervento di farmaci o integratori.
Viene solitamente chiamato “placebo” (dal latino “piacerò”, nel senso di “compiacere” il malato) un “finto” farmaco, privo di attività terapeutica. E’ opinione diffusa (ma errata) che un eventuale effetto terapeutico si possa estrinsecare solo su pazienti suggestionabili: anziani ipocondriaci, malati immaginari, patologie mentali. Nulla di più falso. La definizione corretta di “effetto placebo” è la “differenza di efficacia tra i risultati terapeutici effettivamente riscontrati, e quelli attesi sulla base delle conoscenze scientifiche del farmaco utilizzato”. Questa definizione assegna all’effetto placebo tutto ciò che non è spiegabile con il semplice effetto farmacologico. Vediamo perché.
Scienza e placebo
La potenza della nostra mente va molto al di là di quanto la nostra fantasia possa immaginare. Tutti, nessuno escluso, siamo soggetti all’effetto placebo. E i medici, coscientemente o meno, ne fanno un uso abbondante e spregiudicato.
Esagerazioni? Vediamo qualche dato sperimentale.
Nel 1989 è stato condotto uno studio rigoroso sull’efficacia di una sostanza attiva contro l’insonnia. In entrambi i gruppi (pazienti sotto placebo e sotto principio attivo) si riscontrò un netto miglioramento senza significative differenze tra i due trattamenti.
L’insonnia, dirà qualcuno, è soggetta alla suggestione. Ma si può dire lo stesso della chirurgia? Negli anni ‘60 un gruppo di chirurghi italiani aveva messo a punto un sistema per la cura dei sintomi dell’angina pectoris, attraverso la cosiddetta “legatura bilaterale”. Il concetto di base, teoricamente valido, era che con quella strozzatura (un rischioso intervento chirurgico) si incrementava l’apporto di sangue coronarico. Fu però effettuato uno studio in cui metà dei malati subì una “finta” operazione. Sorpresa: il miglioramento clinico fu elevato in tutti i pazienti, sia quelli veramente operati, che quelli che avevano subito l’intervento “placebo”. La “legatura bilaterale” dunque sparì, ma l’esperimento dimostrò con chiarezza come la semplice “somministrazione” di una terapia possa avere una fortissima valenza terapeutica.
In un altro esperimento due individui sono stati posti nella stessa stanza, dopo averli avvisati che sarebbero stati oggetto di un test su sostanze stupefacenti. Al primo fu data una pastiglia di LSD, al secondo un’identica pastiglia priva di principio attivo. Non appena il primo ha iniziato ad avere i sintomi tipici, anche l’altro l’ha presto seguito.
L’esperimento è stato ripetuto con gli stessi due individui, questa volta avvisandoli che uno dei due avrebbe assunto un placebo. Nessuno dei due presentò alcun sintomo attribuibile alla droga somministrata. Incredibile, no?
Càmici e stregoni
Navighiamo nell’effetto placebo. I farmaci in commercio hanno nomi evocativi: ansiolin, calo-peso, cardioben, digerselz, reparil. Il rito della ricetta medica ha molti punti in comune con la stregoneria: camici bianchi, nomi altisonanti, scritture illeggibili e segrete comprensibili solo al farmacista. Ma vogliamo mettere la soddisfazione, una volta usciti dallo studio medico (dove è stato solo assegnato un nome latino al nostro malessere), quando stringiamo il pacchettino con il medicinale della cui efficacia siamo mentalmente certi?
Come reagiamo se invece ci visita un medico giovane, con le scarpe da ginnastica, senza camice né segretaria? Avrebbe la stessa efficacia la pastiglietta di “guariben” che dovesse suggerirci?
La domanda allora è: dobbiamo tutti giocare a questa recita (perché, accidenti, funziona!), o è possibile discernere tra sostanze effettivamente efficaci e sostanze inutili? Tra medici preparati, e consumati “attori”?
Integratori placebo
Possiamo riscontrare analogo effetto quando lavoriamo in ambito sportivo, con allenamenti, farmaci, regimi alimentari, che riteniamo (a torto o a ragione) possano aumentare le nostre prestazioni.
Quando sento parlare di strabilianti effetti di prodotti come la spirulina, la carnitina, la pappa reale o gli “omega 3” (tutti rispettabilissimi, ma certo non in grado di aumentare, da soli, le nostre prestazioni), non posso fare a meno di pensare all’effetto placebo.
Lo stesso effetto è in atto quando pensiamo di risolvere tendiniti, contratture o sciatalgie con l’uso di un antinfiammatorio. L’idea consolante di un rimedio che ci lenisca la sensazione di dolore permettendoci di correre, ci farà assumere farmaci e molecole chimiche pericolose la cui efficacia spesso è solo nella nostra mente.
Un recente studio americano riporta come solo il 20% dei farmaci più comuni abbia un’efficacia scientificamente dimostrata. Il restante 80% risiede saldamente nella nostra testa.
Carisma e “scuole di pensiero”
Un allenatore che abbia un grande carisma, vi farà andare più forte. Si è infatti verificato negli anni lo strano fenomeno per il quale una “scuola” di allenamento dava risultati stupefacenti, magari insistendo sul numero di chilometri (come nella piramide di Lydiard), per poi essere del tutto contraddetta da altre scuole con filosofie opposte (dall’interval training friburghese al fartlek scandinavo). Ma l’organismo degli atleti non era lo stesso prima e dopo? E come mai dopo alcuni anni di utilizzo di una certa tecnica, gli atleti non vogliono seguirla più, o non ottengono più i risultati di un tempo?
La potenza della mente non ha limiti, se non quelli che gli fissiamo noi.
Che dire poi di quei maratoneti che ritengono indispensabile effettuare la cosiddetta “dieta dissociata” nell’ultima settimana pre-gara, per accrescere le proprie scorte zuccherine? La mia opinione è che tale dieta sia completamente inutile, quando non dannosa e squilibrante. Quello che è certo è che fino a qualche anno fa, l’idea che un top runner potesse non farne uso era impensabile. Chissà perché si riescono ugualmente a finire le maratone senza andare “in riserva”, anche adesso che la dieta dissociata è meno usata. Si trattava anche lì di effetto placebo?
Imparare a scegliere
Tutto ciò che è nuovo, dà speranze ed è venduto con una certa convinzione, genera effetto placebo. Le decine di integratori e la maggior parte delle sostanze dopanti, incapaci di migliorare la nostra prestazione in gara, possono avere un’azione biologica solo o prevalentemente grazie alla loro azione di suggestione.
Riuscire a capire che cosa può essere utile (e quando) e che cosa no, può renderci più indipendenti. Tra le centinaia di prodotti offerti dal mercato dobbiamo saper scegliere.
Solo con un uso consapevole delle nostre risorse mentali, alimentandoci ed allenandoci in modo equilibrato, possiamo pensare di migliorare le nostre prestazioni. Senza la suggestione di alcuna pastiglia magica. Coscienti e rispettosi della immensa forza racchiusa nella nostra mente.
Una corsa sciolta e
rilassata consente al maratoneta di sprecare molta meno energia. Corsa zen,
strategie ritmofocali, e tecniche specifiche MBW ci aiutano a capire come. Con
il conforto di recentissime scoperte scientifiche sulle dinamiche cerebrali.
Chi spende e chi no
Ogni runner sa, dalla sua esperienza, come sia faticoso correre gli ultimi km di una maratona, quando gli schemi motori abituali, a causa dell’esaurimento delle scorte nei muscoli più affaticati, sono andati a pallino. Che brutto vedersi, nelle foto che impietosamente ci vengono spedite a casa, con dinamiche di corsa sghembe e scoordinate! In quei momenti sentiamo solo una gran fatica che tutto confonde, ma se fossimo in grado di analizzare con freddezza la nostra corsa, ci renderemmo conto che il nostro coefficiente di consumo energetico K è cresciuto a dismisura, rendendo ogni nostro passo più costoso dal punto di vista del consumo di energia.
Il costo energetico della corsa (Arcelli, Margaria) è infatti pari a:
con K che vale all’incirca 1 (un po’ più basso per atleti dalla corsa molto leggera ed economica, un po’ più alto per atleti dalla corsa scoordinata o dispendiosa). Ciò significa che un atleta di 70 kg che corra 10 km consumerà circa 700 kcal. Che possono però passare a 600 o a 800 a seconda di quanto vari il coefficiente K. Chi ha una corsa molto dispendiosa (ovvero un K alto), deve dunque trovare dei modi per renderla più economica, se vuole arrivare in fondo alla maratona con ancora un po’ di energia da spendere.
Un’esigenza sentita
Molti atleti in passato si sono scontrati con questa esigenza. Gelindo Bordin, ad esempio, faceva con il suo allenatore Gigliotti delle sedute specifiche di allenamento nelle quali si concentrava sulla scioltezza muscolare massima possibile, durante lo sforzo. Correva dei tratti concentrandosi su alcuni distretti (le spalle, il viso), poi passava ad altri quando era soddisfatto dei primi. Altri, come Alberto Cova o Ornella Ferrara, hanno sempre avuto una corsa naturalmente molto economica. Al contrario di alcuni corridori “di potenza” (come Panetta o Battocletti) che pur eccellendo nelle campestri, non sono mai riusciti ad offrire altrettanto in maratona proprio a causa dell’alta dispendiosità del loro gesto atletico.
Tra le diverse modalità disponibili per rendere la nostra corsa più economica, una è certamente quella di renderla più istintiva ed automatica. Ne “Lo zen e l’arte della corsa” ho proposto la corsa zen come uno dei metodi per spendere meno energie (fisiche e mentali) in corsa. E su “Correre” di Ottobre 2002 Piero Incalza dà una definizione scientifica di questo concetto affermando: “La rapidità della risposta motoria è inversamente proporzionale alla quantità dei livelli da cui transita l’informazione” con ciò sottintendendo che più un movimento muscolare è istintivo ed automatico, tanto più rapida diventa la risposta, e tanto meno si spende per il movimento complessivo.
Concetto prezioso e profondamente vero che (come vedremo tra poco) è confermato da recentissimi studi sulle dinamiche biochimiche cerebrali. Altro che fantasie visionarie!
La scienza ci spiega
Recentemente sono state messe a punto nuove tecniche di indagine per comprendere il funzionamento del cervello. Tra queste le cosiddette PET (tomografia ad emissione di positroni) e fMRI (risonanza magnetica funzionale). Queste tecniche consentono di osservare quali aree del cervello vengano attivate in seguito a determinate azioni dell’individuo, basandosi sull’assunto che i processi neuromediati richiedano un aumentato afflusso di ossigeno e glucosio, con conseguente incremento del flusso ematico locale. In parole semplici, PET e fMRI evidenziano le aree più irrorate, quando si svolgono certe funzioni, permettendoci di stabilire un collegamento logico tra attività del corpo e zone del cervello.
Il dato stupefacente riguarda ciò che questi esami hanno evidenziato, e cioè che:
1) Quando siamo in fase di apprendimento (per esempio di un complesso schema motorio, come quello della corsa o di un particolare colpo tennistico), l’attività della corteccia cerebrale risulta alta: le zone irrorate sono ampie e il dispendio energetico elevato.
2) Dopo un certo numero di ripetizioni, eseguiamo l’esercizio quasi senza accorgercene, e la mente diventa libera di pensare ad altro.
3) Le reti neurali coinvolte si riducono allora notevolmente. E il controllo cerebrale del movimento trasla dalla corteccia esterna, a zone più interne (cervelletto, gangli) solitamente deputate a funzioni inconsce.
In pratica (come afferma Gerhard Roth, direttore dell’Istituto di ricerca sul cervello dell’Università di Brema) con la ripetizione dell’esercizio, il cervello cosciente viene esonerato dall’impegno di quel controllo: il compito motorio viene così assolto in modo più veloce, più efficiente e più economico dal punto di vista metabolico.
Appurato questo, come automatizzare, dunque, alcuni schemi motori specifici della corsa? E quali adattamenti possono essere utili ai fini di una buona riuscita in maratona?
Aria nuova in pista
Nell’ambito del progetto MBW (Mind Body Work) che sto da tempo seguendo con Pietro Trabucchi (vedi articolo su Correre di Febbraio), uno dei metodi pratici che suggeriamo a chi voglia migliorare la propria fluidità ed economia di corsa, è l’allenamento che chiamiamo “FLU 300”.
Si tratta di ripetere per trenta volte in pista (o su sterrato approssimativamente misurato) una prova di 300 m da corrersi al ritmo gara maratona. Il recupero prevede 100 m di corsetta leggera fino alla partenza della prova successiva.
Durante le prove va posta particolare attenzione alla scioltezza in corsa. Il ritmo rilassato consente infatti di mettere il massimo dell’attenzione nell’automatismo dell’esercizio. I piedi dovranno effettuare la rullata corretta tallone-punta. Il movimento dovrà essere sciolto, così come le braccia, il collo, le spalle. Le ginocchia non dovranno alzarsi troppo, e la falcata sarà economica. Occorre correre consapevolmente finché la scioltezza non sarà diventata automatica e istintiva. E soprattutto restare concentrati sulla propria corsa dall’inizio alla fine della prova.
Perché questo avvenga è necessario, durante l’azione di corsa, fare uso di alcuni sistemi mentali per correre più sciolti e istintivi, come:
- La meditazione zen in movimento (descritta ne “Lo zen e l’arte della corsa”)
- L’utilizzo di strategie ritmofocali (sfruttamento della ritmicità del movimento delle braccia – per esempio – o del battito dei piedi sulla pista, per ottenere uno stato di quasi-trance)
- L’utilizzo di tecniche di mental imagery (visualizzando, per esempio, la perfetta realizzazione della tecnica di corsa desiderata)
- L’utilizzo di tecniche di autoipnosi o suggestione (parole chiave, training autogeno in corsa ecc.)
Il risultato di una buona applicazione di questi metodi sarà un trasferimento al “pilota automatico” di una buona parte delle funzioni che invece siamo abituati a gestire a livello cosciente. Le energie fisiche e mentali risparmiate, ci saranno di grande utilità quando, durante la prossima maratona, dovremo attingere ad ogni stilla della nostra residua energia.
Correre non sarà forse così facile e istintivo come respirare. Tuttavia, se riusciremo a coinvolgere nella nostra azione atletica gli strati più profondi del nostro cervello, avremo unito mente e corpo in un legame ancora più stretto. In grado di aprirci a nuove, inattese, esperienze.
Si parla tanto di integrazione. C’è un modo, del tutto naturale, per avere cura del proprio corpo e della propria salute: integrando la propria alimentazione con i cosiddetti “cibi medicina”.
Cibo, sport e zen
Nel rapporto del 1997 del World cancer research fund si afferma che “l’incidenza del cancro in tutto il mondo potrebbe essere ridotta del 30-40% apportando opportuni cambiamenti alle abitudini alimentari e ai relativi stili di vita”. Studi sempre più numerosi concordano nell’affermare che una alimentazione sana, qualitativamente e quantitativamente bilanciata, può mantenere il sistema immunitario al massimo della sua efficienza, fornendo una barriera quasi impenetrabile alle sempre più numerose e subdole patologie “da progresso”.
Ma se l’alimentazione è importante, ancora di più lo è l’abbinamento con una (almeno) moderata attività sportiva e con uno stile di vita sereno e privo di stress.
Sul modo con cui restare sereni e rilassati proprio attraverso l’attività sportiva, abbiamo già avuto modo di parlare, discutendo di corsa zen e meditazione in movimento. La corsa può infatti trasformare il nostro movimento quotidiano in uno stimolo positivo in grado di farci vedere la nostra vita in un’ottica diversa, istintiva e aperta, rimettendo al posto che si meritano le arrabbiature per le bollette o per l’arcigno datore di lavoro.
Semplicità in tavola
Parliamo quindi di alimentazione, mettendo subito in chiaro che, avendo più volte manifestato la mia “allergia” a farmaci e integratori, anche oggi voglio spezzare una lancia a favore dei cibi semplici e naturali: quelli reperibili sulla nostra tavola ogni giorno.
Tutti i nutrienti e i principi attivi utili per la nostra salute fisica e mentale si trovano infatti disponibili, in grande quantità, nei cibi comuni. Alcune di queste sostanze, a causa del loro contenuto in principi attivi preziosi, meritano l’appellativo di veri e propri “Cibi medicina”.
Una premessa però è doverosa: nessun cibo ha poteri “magici”. Nessun cibo è in grado, da solo, di farci correre più forte. Ed anzi, anche il cibo più sano del mondo, se assunto in eccesso, può farci del male. Pensiamo piuttosto a mangiare con moderazione, a non mangiare distratti o di corsa, e a scegliere consapevolmente gli alimenti sulla base di ciò che il nostro istinto ci suggerisce.
In questo contesto, scegliere alcuni dei cibi qui riportati, può aiutarci a stare meglio, e a fare sì che il nostro organismo torni ad apprezzare alcuni nutrienti che spesso, colpevolmente, lasciamo in fondo al frigo, preferendo cibi raffinati, impoveriti, conservati, dolcificati, grassi o cotti a lungo.
“Cibi medicina”
Concediamoci dunque una piccola rassegna di cibi semplici ma importanti:
1) Aglio (Allium sativum) e Cipolla (Allium cepa)
Per me, che conto numerosi ipertesi in famiglia, aglio e cipolla rappresentano un’assicurazione sulla vita. Il loro contenuto in solfuro e di allile, oli volatili, iodio, allicina e garlicina (antibiotici) e allistatine (attive contro gli stafilococchi), ne fanno integratori preziosi per la disinfezione del sangue, la prevenzione di malattie cardiovascolari e di molte patologie virali o da raffreddamento. Sono tra le poche sostanze in grado di migliorare il rapporto tra colesterolo buono (HDL) e cattivo (LDL), e hanno proprietà vermifughe.
2) Cavoli e verze (Brassica oleracea)
Dei composti solforati (gli indoli), e alcune mucillagini conferiscono loro insolite proprietà. Sono infatti utili in un’infinità di patologie, dai tumori al colon fino ai parassiti intestinali.
3) Lievito di birra e Yogurt
Il lievito fresco (in cubetti) contiene elevate quantità di vitamine del gruppo B, e di acido folico. Si tratta di un cibo non solo vivo, ma anche in grado di moltiplicarsi rapidamente una volta ingerito. Contribuisce infatti all’equilibrio batterico intestinale lasciando l’organismo più protetto dall’ingresso di eventuali altri microrganismi indesiderati.
Altrettanto fa lo yogurt, che è il prodotto della fermentazione acida del latte da parte di alcuni batteri (Lactobacillus acidophilus e bulgaricus). Come il latte, è un’ottima fonte di calcio e fosforo ed è inoltre ricco di vitamine del gruppo B (in particolare la B2 e la B12).
4) Olio di fegato di merluzzo
Il suo contenuto in acidi grassi essenziali del tipo omega-3 (EPA e DHA) è eccellente. L’EPA è un elemento chiave per il controllo dell’insulina, mentre il DHA è necessario per la salute del cervello. Contiene inoltre elevate quantità di vitamina A (antiossidante) e vitamina D (antirachitismo). Io lo uso in aggiunta all’olio d’oliva in tutte le insalate o i primi che contengano del pesce (al tonno, al salmone, ai frutti di mare).
5) Noci, semi, frutta secca
Abituarsi a fine pasto ad una piccola integrazione con noci, nocciole, mandorle, pistacchi, pinoli, noci brasiliane, pecan, arachidi, semi di zucca, semi di girasole, lupini è abitudine alquanto salutare. La ricchezza in acidi grassi essenziali omega-6 è in questi semi abbinata al fatto che si sta parlando di organismi vivi. Vivi perché in grado di germogliare se messi in un vasetto, e quindi intatti nel messaggio vitale che trasportano quando arrivano alla nostra bocca
6) Fibra vegetale (verdure, frutta, cibi integrali)
E’ per me indispensabile assumere con
l’alimentazione quotidiana grandi quantità di verdure fresche di ogni tipo e
colore: radici (carote, ravanelli), foglie (insalata, verza, finocchi, sedani),
fiori (carciofi), frutti (melanzane, pomodori, zucche, peperoni).
All’inizio o alla fine del pasto serve tanta frutta (pere, mele, arance, prugne, albicocche), e se si mangia la pasta o il pane, occorre che siano integrali. I nostri antenati, nelle savane, raramente si cibavano di qualcosa che non fosse ricco di fibra. Così dovremmo fare noi, coscienti del fatto che il nostro organismo non è cambiato negli ultimi diecimila anni.
Quando vedo sugli scaffali dei negozi cento tipi di pasta e farina bianca, trenta marche diverse di zucchero raffinato, e poi in un angolino una confezione polverosa di pasta integrale, mi sfugge qualcosa.
Non di solo pane…
Oggi ho maturato la convinzione che i cibi in generale (non solo quelli “medicina”) possano e debbano essere scelti rispettando i seguenti criteri:
- Provenienza biologica
- Consumo crudo, o con cottura minima
- Alternanza e varietà nella scelta dei cibi
- Massima digeribilità
- Rispetto delle sensibilità individuali
- Forte riduzione di cibi intossicanti o impoveriti
E attenzione alle quantità. La pasta integrale fa bene, ma se ne mangiamo quattro piatti, andremo presto in sovrappeso. E non dimentichiamoci del rallentamento metabolico che si fa sentire col procedere degli anni: un quarantenne non può continuare a mangiare le stesse quantità di cibo cui era abituato a vent’anni!
No ai fanatismi
In un convegno a cui ho partecipato, uno spettatore ha chiesto a Barry Sears se ogni tanto si potesse fare un’eccezione alla sua rigorosa dieta a zona. E Sears ha risposto: “Non solo si può fare, ma si DEVE fare”. Voglio quindi chiarire anch’io che non mi alimento con soli cibi-medicina. Il piacere di un buon piatto spesso vale la trasgressione, purché occasionale. Ho capito però che dalla qualità della mia alimentazione, dipende in parte la qualità della mia vita.
Mangiare sano può anche farmi correre più veloce? Non è certo questo il punto. Ma se si capisce il nesso logico tra un ottimo stato di salute dovuto ad un sistema immunitario forte, e la capacità dell’organismo di esprimersi al meglio, la risposta è implicita.
Corpo, mente, cibo, salute, serenità, sono tutti elementi correlati dal cui naturale equilibrio dipende il nostro benessere. Questa è la sola “integrazione” di cui abbiamo bisogno.
La fase sperimentale del Mind Body
Work è in pieno svolgimento. Gli atleti che lo stanno testando ne sono
entusiasti. E le informazioni raccolte ci aiutano a leggere e capire meglio la
stretta unità tra corpo e mente.
Una “filosofia” innovativa
Nel numero di “Correre” di Febbraio 2003 si è per la prima volta parlato di un nuovo metodo chiamato Mind Body Work (lavoro mente-corpo), il cui principio di base è quello di integrare nell’allenamento gli aspetti fisici con quelli mentali, sulla base dell’assunto che mente e corpo non solo cooperino e collaborino nello svolgimento del gesto atletico, ma che in sostanza siano solo due aspetti di una sostanziale unità.
Su questa base teorica Pietro Trabucchi ed io (che abbiamo definito questa “filosofia”), stiamo testando in modo molto pratico dei mezzi innovativi di allenamento su decine di atleti in tutta Italia (e all’estero), con la collaborazione di alcuni altri allenatori. La messe di dati che stiamo raccogliendo, ci permette di vedere ogni giorno con maggior chiarezza i benefici di questa integrazione sulle prestazioni degli atleti.
L’atteggiamento mentale è infatti determinante nell’ottenimento di un buon risultato cronometrico sulle lunghe distanze. Aspetti come la concentrazione, la motivazione a vincere, la resistenza psicologica al dolore durante gli sforzi prolungati, la capacità di affrontare le crisi metaboliche, il superamento dell’ansia, la scioltezza del gesto, sono tutti fattori allenabili con lavori specifici.
Fino ad oggi chi aveva affrontato queste problematiche lo aveva fatto solo dal punto di vista psichico (ad esempio attraverso sedute con lo psicologo, o con esercizi “mentali” per la resistenza). La nostra idea è invece stata quella di portare questi concetti “sul campo”, lavorando con il corpo dell’atleta in modo che alcuni lavori potessero indurre quegli effetti mentali che stiamo ricercando. E i risultati incominciano ad essere davvero interessanti.
Mentalmente diversi
A me è capitato, per esempio, di seguire atleti amatori dalle medesime capacità fisiche, ma con atteggiamenti mentali molto diversi in gara. Entrambi gli atleti avevano condotto con successo la fase preparatoria all’evento, svolgendo i lavori richiesti nel modo da me prescritto. Ma al momento di raccogliere i frutti in gara, uno dei due chiudeva la prova camminando, mentre l’altro polverizzava il suo primato personale. Dov’era la differenza? Tutta nella testa.
Il primo infatti cadeva psicofisicamente al momento del sorpasso da parte di un amico al 35° km. L’altro invece costruiva una rimonta incredibile da metà gara in avanti, stimolato dai continui sorpassi, cosciente di essere partito ad un ritmo prudente.
Poiché non mi piace mai perdere, e il bello dell’atletica “scientifica” risiede proprio nel fatto che nulla si inventa, e che a (quasi) tutto c’è una spiegazione logica, so già che dovrò lavorare a fondo con il primo atleta per integrare gli aspetti psicologici sui quali è carente (tensione pre-gara, insicurezza, superamento crisi, motivazione), fino alla completa rimozione (o deviazione) delle cause del cedimento. Col secondo, pur soddisfatto della bella reazione agli stimoli MBW forniti, cercherò di sfruttare il buon risultato raggiunto intensificando gli allenamenti sul versante fisico, e fornendo maggiore sicurezza e stabilità alle sue prestazioni.
Strumenti per crescere
Tra gli allenamenti chiave che hanno contribuito a “forgiare” la capacità di lottare e la motivazione a vincere del secondo atleta, c’è stato un allenamento MBW chiamato da noi CRI 54321, che è fatto pressappoco come sotto descritto. Il codice CRI identifica quei mezzi utilizzati per affrontare mentalmente le crisi metaboliche e la resistenza al dolore atletico.
E’ un allenamento progressivo piuttosto duro. Dopo un buon riscaldamento si parte per un lavoro di 15 km. I primi 5 km si corrono a ritmo gara maratona. I 4 successivi (senza pausa) si corrono al 5% più veloci. Ad ogni cambio si incrementa la velocità di un 5%. Ciò significa che un maratoneta da 2h30’ correrà 5 km a 3’40” – 4 km a 3’30” – 3 km a 3’20” – 2 km a 3’10” – 1 km a 3’00 senza alcuna pausa. Uno da 3 ore partirà a 4’15 per finire circa a 3’30”.
Utili condizionamenti
Se ce n’è la forza, si può anche estendere verso il basso con un ultimo 500 m massimale, o verso l’alto, partendo con 6 km (21 totali). Il continuo cambio in accelerazione educa mentalmente a resistere alla fatica crescente. Questa spinta mentale è caratteristica un po’ di tutti i lavori progressivi, ma in questo è particolarmente accentuata.
Quando si finisce (per esempio) il 4000 sembra quasi di potersi riposare un po’, e invece si deve subito partire ad un ritmo più veloce. Mentalmente è molto “educativo”. Si vince la paura di non farcela, di entrare in crisi. Si scopre in verità di avere sempre ancora un po’ di risorse per accelerare ancora! E’ importante infatti non cedere e tenere duro fino alla fine, anche se non si riesce più a tenere il ritmo previsto per i più veloci. In questo allenamento si fallisce solo fermandosi.
L’atteggiamento mentale giusto, che ho visto in alcuni atleti, è proprio quello di sfida: è duro, ma posso farcela!
Motivazione competitiva
Un altro allenamento psicologicamente molto qualificante, è quello che Trabucchi ed io chiamiamo MOT 2000 (il gruppo MOT è quello rivolto alla motivazione competitiva).
La motivazione a vincere può essere intesa nei suoi due aspetti: uno più strettamente mentale, legato alle spinte interiori che si provano sulla linea di partenza, che portano l’atleta a desiderare una sana competizione. L’altro, più legato a componenti fisico-mentali (aggressività, spunto vincente), che può essere ben allenato con il MBW.
Spesso in gara capita di trovarsi in fasi delicate, in cui si rende necessario sfoderare una grinta che fa la differenza tra vincere (o superare il nostro diretto avversario) o arrivare dietro. Quante volte capita di finire una gara dicendo: “Ecco, potevo dare di più. Avrei potuto batterlo e me ne è mancata la convinzione!”. Allenamenti come questo servono proprio ad evitare che questo succeda. Vincere una volata con un avversario di valore simile è quasi sempre un fatto mentale, che può annullare differenze fisiche talvolta rilevanti.
Spremere il limone
Il MOT 2000 è costituito da una serie di ripetute sui 2000 (di solito 4 o 5) a velocità progressiva. I primi 800 m vanno corsi a ritmo maratona. I secondi 800 m al ritmo della soglia anaerobica (10-15% più veloce del ritmo maratona). Gli ultimi 400 m poi vanno corsi a intensità submassimale, con gli ultimi 100 m massimali. Alla fine di ogni prova si correranno 800 m tranquilli (senza fermarsi) al ritmo della corsa lenta.
E’ anche questo un allenamento molto duro che, soprattutto nelle prove finali, porterà le pulsazioni molto in alto, simulando situazioni di stanchezza simili a quelle di un fine gara, provocando un certo accumulo di acido lattico nei muscoli. Va perciò usato con prudenza nell’ultimo periodo di preparazione specifica alla maratona.
Per un atleta da 2h30 in maratona, può essere interpretato così: 800 m a 3’40”/km + 800 m a 3’20”/km + 300 m a 3’00”/km + 100 m a 2’40”/km. Recupero 1000 a 4’30/km.
L’amatore da 3 ore partirà a 4’20, proseguendo a 4’00”, 3’35”, 3’15”. Il dato cronometrico deve servire da orientamento, ma poi, una volta in pista, sarà importante imprimere al ritmo un cambio secco nel momento richiesto. Un cambio che, al di là del riscontro cronometrico, deve essere “psicologicamente” percepito fino in fondo. L’amaro calice va bevuto tutto.
Faticare divertendosi
L’aspetto più bello di questi lavori un po’ speciali è per me il fatto che, oltre ad avere una valenza psicofisica notevole, sono anche e soprattutto divertenti. E trovo possibile correrli in modo zen (ovvero del tutto consapevole) gustandomi ogni stilla della fatica e dell’impegno che essi comportano.
Tutto ciò che riusciremo a fare sulla pista di atletica giocando e divertendoci sarà di per se stesso un risultato, che renderà l’esito dell’eventuale gara solo un (pur bellissimo) contorno a tutto il resto. E la nostra mente e il nostro corpo, uniti come natura vuole che siano, avranno fatto un importante passo di crescita.
Panta rei
“Correvano” gli anni ’70, e una donna fu obbligata a travestirsi da uomo per correre la maratona di Boston. Non solo: a metà gara fu comunque riconosciuta, e un addetto del servizio d’ordine, non contento di averla richiamata, cercò addirittura di spingerla fuori dal percorso per impedirle di proseguire. Tempi lontani? Forse. Non molti però si ricordano che in quegli anni la prova femminile più lunga di tutto il programma olimpico erano i 1500 m piani! Oggi che le donne corrono maratone e ultramaratone senza alcun problema, sembra di parlare di millenni fa.
Tutto scorre, grazie al cielo. I costumi mutano e l’umanità progredisce.
Negli anni ’50 sembrava normale buttare la cartaccia dal finestrino (ricordo il babbo di un mio amico, che buttava la carta ripetendo in tono scherzoso “Tenere Milano pulita!”, accompagnato da una grassa risata). O che una ditta scaricasse nel mare tutte le sue porcherie. Oggi una rinnovata coscienza ecologica fa sì che la gente comune percepisca questi gesti come comportamenti riprovevoli.
Sempre in quegli anni sembrava normale che un operaio lavorasse in nero. O che una ricca signora desse “gli otto giorni” alla domestica perché i polsini erano male inamidati. Oggi se un datore di lavoro prova a negare la pausa caffè, si trova aperta sul tavolo una bella vertenza! Forse in qualche caso si è passati all’eccesso opposto, ma anche in questo campo è emersa una coscienza nuova, che gradualmente è diventata patrimonio comune.
Piccoli passi avanti, che hanno consentito a ciascuno una maggiore dignità nella vita, nel lavoro, nella famiglia.
Coloranti e cibi “bio”
Nel film “Peggy Sue si è sposata”, una donna (trasportata indietro nel tempo agli anni ’60) impedisce alla sorellina di mangiare una caramella rossa, dicendo: “No, ci sono i coloranti!”. A conferma del fatto che, oltre ai progressi visibili, in trent’anni ve ne erano stati altri meno appariscenti, come appunto l’eliminazione di alcuni coloranti cancerogeni.
Il campo dell’alimentazione ha in effetti subito profonde trasformazioni in questi ultimi decenni, e tante altre ne subirà a breve.
Quando ci fu l’esplosione radioattiva di Cernobyl ricordo persone che andavano a prendersi l’insalata radioattiva che veniva buttata via, con la convinzione di effettuare un bel risparmio. Oggi forse questo non succederebbe più, ma quanti dei comportamenti attuali saranno considerati perlomeno incauti tra una decina d’anni?
Oggi i cibi biologici stanno lentamente affermandosi. Solo qualche anno fa trovare cibi biologici era un’impresa. Forse la gente incomincia a capire che ingoiare margarina o grassi vegetali idrogenati (presenti nell’80% dei biscotti in vendita) o arricchire il proprio piatto di salumi con nitriti e nitrati (nel 90% degli affettati) non è il massimo per la salute. E neppure bere in abbondanza cole e altre bibite gassate, costituite da zuccheri raffinati (tolta l’acqua) per oltre il 90% può essere sano. Può anzi predisporci all’ingrassamento e al nostro futuro diabete.
Quanti anni ci vorranno perché questi prodotti, oggi supportati da pubblicità martellanti quanto assurde, spariscano dagli scaffali? E soprattutto: come possiamo noi accelerare questo processo?
Fumatori sordi
Finché chi mangia cibi conservati, colorati, raffinati, zuccherati, nuoce solo a se stesso, il problema può sembrare limitato (benché i costi crescenti sul bilancio della sanità impongano anche su questo una riflessione). Ma quando chi si comporta superficialmente danneggia anche noi?
Parliamo di fumo e automobili: entrambi nemici di chi corre o fa altri sport.
I danni derivanti dal fumo, attivo o passivo che sia, sono noti a tutti. Cancro polmonare in primis, ma anche semplice enfisema, asma, degenerazione degli alveoli, ridotta capacità di trasporto dell’ossigeno. E inoltre, continuo attacco al sistema immunitario, che ad ogni boccata deve attivarsi per limitare i danni legati all’assunzione di nicotina, benzopirene e altri veleni.
Avete mai provato a parlarne a un fumatore convinto? Il meglio che può attendervi è una risata di scherno. Nemmeno il sapere che le multinazionali del tabacco devono preoccuparsi ogni anno di rimpiazzare con nuovi fumatori sempre più giovani i 90.000 “vecchi” che ogni anno in Italia scompaiono, potrebbe intaccare la sicurezza di chi, con le dita gialle e l’alito fumoso, intossica dal tavolo accanto, il nostro pranzo. E ancora oggi si vedono uomini e donne che fumano allegramente – a finestrini chiusi – nella loro auto con dentro un paio di bambini.
Quanto tempo ci vorrà perché questi comportamenti vengano considerati per quello che sono? Tra quanti anni il fumatore accanito verrà considerato un poveretto, debole e dipendente, invece che un vincente come tutti i film e telefilm vogliono trasmetterci? Il nostro comportamento può accelerare questa comprensione?
Auto nascoste
Parliamo di automobili. Ogni giorno della nostra vita passiamo in auto, in mezzo a scarichi fumanti, una fetta della nostra giornata. Se usciamo di casa occorre la maschera a gas. E se corriamo in città, o in bici da corsa su una strada pubblica, dobbiamo disintossicarci dai veleni non appena giunti a casa. Eppure nessuno pensa a porre un freno a tutto questo, quando da decine d’anni sono disponibili auto a idrogeno o elettriche, del tutto non inquinanti. Per gli interessi dei petrolieri, vengono posti in vendita solo pochissimi modelli, a costi ancora altissimi, e senza alcun lancio pubblicitario.
Reagire?
E’ possibile reagire a questo andazzo? Io dico di sì. Ho comunicato al mio ristoratore abituale che non metterò più piede nel suo esercizio fino a quando non mi consentirà di mangiare non intossicato dal fumo, e ho comunicato al mio concessionario, che mi terrò la mia vecchia auto fino a che non sarà disponibile un’auto non inquinante ad un prezzo ragionevole.
Facciamolo in tanti, e vedrete che ristoratori (che peraltro tra breve saranno obbligati per legge) e produttori di auto si adegueranno molto prima del previsto, se non vogliono perdere una grossa fetta della loro clientela. Pensate solo alla meraviglia di poter correre in mezzo alla strada respirando a pieni polmoni, nonostante le numerose auto in circolazione. E’ un sogno? Ne riparliamo tra dieci anni. Adesso sembra normale che uno scaldi l’auto per 10’, anche nel box comune. Tra non molto si comincerà a capire che solo il fatto di usare l’auto è un piccolo abuso per tutti gli altri che hanno scelto, con qualche sacrificio, di non farlo.
Dare l’esempio
Fino a tutti gli anni ‘80 una persona che correva per strada veniva spesso insultata o schernita. Se poi era una donna, ancora di più. Oggi qualcosa è cambiato, ma tanta strada ancora va fatta. Alcuni cambiamenti sono automatici o inevitabili. Altri invece dipendono da noi, e dalla nostra capacità di trasmettere messaggi positivi a chi ci sta attorno, a partire dai nostri figli.
Andare a piedi, in bici, con i pattini, non deve né può essere schernito. Andrebbero avvisati dei rischi che corrono, invece, i sedentari, gli obesi, i fumatori, coloro che si nutrono male, e quelli che senza auto non sono in grado di fare un km.
La salute è un bene di tutti, ed è un nostro preciso dovere tutelarla. Vogliamo parlarne?
L’esempio che abbiamo dato mettendoci a correre, tanti anni fa, quando tutti gli altri pensavano fosse solo una sciocchezza, oggi è stato recepito. Saremo capaci di fare altrettanto su tutto il resto?
Il coraggio, sono sicuro, non ci mancherà.
Proverbi e saggezza
I nostri vecchi usavano dire “Cuor contento il ciel l’aiuta”, ad indicare che un umore piacevole predisponeva allo stare bene. Il detto “Il riso fa buon sangue” correla poi l’essere allegri con uno stato fisiologico ottimale. E nello zen, il “sorriso del Buddha” è addirittura il simbolo dello stato di illuminazione.
Oggi la neurologia può solo confermare quanto i nostri saggi evidentemente già sapevano: un pensiero positivo o un momento di allegra spensieratezza, possono modificare le reazioni del nostro corpo in modo molto materiale, rilevabile da precisi strumenti di misura. Vediamo in che modo.
Nervi e scienza
Il sistema nervoso è stato studiato a fondo solo in tempi recenti. Fino ai primi anni del ‘900 si credeva che l’impulso nervoso fosse solo di tipo elettrico. Per definire sperimentalmente il fatto che tra un neurone e l’altro (nella sinapsi) la trasmissione fosse di tipo chimico ci vollero gli esperimenti di Loewi (1873-1961).
In un primo momento si identificò una sola sostanza responsabile della trasmissione: l’acetilcolina (esperimenti di Dale). Solo successivamente si capì (1977!) che i neurotrasmettitori che attraversavano la sinapsi (lo spazio tra un neurone e l’altro) non erano mai rilasciati da soli, ma a “pacchetti” (Heuser e Reese). Cosa significava questa fondamentale scoperta? Se l’acetilcolina aveva lo scopo di rendere continuo lo spazio tra due neuroni, gli altri 10 o 12 neurotrasmettitori emessi insieme ad essa a che diavolo servivano?
Segnali a cascata
Ogni neurotrasmettitore ha un suo obiettivo preciso: qualcuno va a stimolare emissioni di ormoni, qualcun altro attiva sistemi adrenergici, dopaminergici o serotoninergici (in altre parole dà tensione, paura, energia o tranquillità), altri ancora possono generare depressione, o inibire determinate funzioni.
Le possibili combinazioni tra una cinquantina di neurotrasmettitori diversi (detti neuropeptidi essendo spesso composti da una breve sequenza di aminoacidi) consentono modulazioni interne quasi infinite, offrendo possibilità di regolazione delle funzioni corporee particolarmente fini. Una vera e propria cascata di neuropeptidi viene così immessa in circolo ogni volta che parte un segnale nervoso, e questi trasmettitori (il cui mix può cambiare anche durante il percorso) raggiungono, in millesimi di secondo, i recettori specifici situati dappertutto nei nostri organi e perfino (come dimostrato da Blalock e Pert negli anni ‘80) su componenti del sistema immunitario, che a loro volta diventano produttori di altri neuropeptidi di risposta.
Reti e intelligenza
Che cosa significa tutto questo nella pratica? Le conseguenze dal nostro punto di vista sono importantissime. Ciò che avevano indovinato i nostri saggi ben prima del 1977, è che il corpo e la mente fanno parte di un sistema di messaggi e segnali coerente e organizzato. Ovvero, in parole semplici, che se la nostra mente è triste (come dice Deepak Chopra con un’immagine molto elegante) anche il nostro cuore, i nostri reni, le nostre articolazioni saranno tristi. Perché i neuropeptidi emessi a livello neurale verranno recepiti in ogni distretto del nostro corpo, predisponendo ogni organo ed ogni funzione, alla specifica attività nervosa e cerebrale in atto. Per esempio durante la nostra corsa quotidiana.
Se siamo nervosi e stressati anche il nostro pancreas lo sarà, e di riflesso la nostra capacità di secernere insulina potrà essere alterata, influenzando i livelli di zuccheri presenti nel nostro sangue durante la corsa. Se siamo depressi, anche in gara i nostri muscoli lo saranno, e con loro il nostro sistema immunitario. E’ così difficile da capire? O dobbiamo continuare a fare finta, tappandoci gli occhi, che gli organi si possano curare uno per volta?
Pensiero e materia
Questa lunga premessa ci ha portati a trovare un punto di contatto chiaro e documentato tra pensiero e materia. Quello che secoli di medicina dualistica cartesiana (il corpo di qui, lo spirito di là) hanno sempre voluto negare. Un pensiero è in grado di attivare dei neuroni, e questi neuroni emettono una cascata neuropeptidica specifica, legata alla qualità di quel pensiero. Da questa cascata dipende l’attivazione coerente di tutti i nostri organi, delle nostre ghiandole, del flusso sanguigno, e persino il feed-back cerebrale di ciò che è stato indotto. Da un solo pensiero.
L’azione della mente, conscia o inconscia, può influenzare fortemente il nostro rendimento sportivo se indirizzata in modo coerente.
E’ chiaro ciò che stiamo affermando? Sono le evidenze sperimentali oggi a confermarcelo.
Lavorare con corpo e mente
Se corpo e mente sono uno, la conseguenza pratica è che un buon medico, al pari di un buon allenatore, ha la possibilità di prendere in considerazione l’uno o l’altro aspetto di questa sostanziale unità, per ottenere dei risultati pratici. Lavorando in un certo modo sul corpo è possibile ottenere cambiamenti mentali. Viceversa, lavorando sulla mente si possono migliorare le proprie prestazioni fisiche o correggere determinati difetti. Un pensiero può dunque aumentare il numero dei mitocondri dei vostri muscoli o lo spessore delle vostre pareti cardiache? Forse non uno solo, ma certo un lavoro coerente che vada nella giusta direzione può farlo. E’ ciò che stiamo facendo Trabucchi ed io con le tecniche del Mind-Body-Work. Tecniche talmente pratiche che si basano su specifici lavori in pista o sul campo, per modificare (ad esempio) atteggiamenti mentali scorretti.
Per esempio ripetute a ritmi progressivamente crescenti possono indurre motivazione mentale alla competitività in atleti che ne siano carenti. Oppure l’inversione “mentale” dei ritmi tra frazioni lente e frazioni veloci, può abituare la mente a predisporsi al consumo di grassi a certi ritmi. Sono studi “di frontiera” destinati a menti aperte alla sperimentazione e alle novità.
Porte aperte e porte chiuse
Parlando di mente e corpo qualche tempo fa il mio amico Paolo mi disse: “Tu dici che la mente può agire sulla materia. Se mi dici che con la mente puoi muovere quella porta, non ti credo!”. Forse quella porta non riuscirò a muoverla neanche oggi, Paolo. Ma la materia non è solo legno inanimato. La materia più bella e preziosa sulla quale lavorare è proprio il nostro corpo, le cui complesse dinamiche stiamo riuscendo ogni giorno di più a comprendere. Su quella materia, il pensiero lavora in modo talmente intenso, che chiunque ne ignori le logiche sta operando con una scienza “incompleta”.
Ben altre porte dovranno aprire tutte le scienze biologiche, se vorranno adeguarsi al nuovo paradigma che le recenti scoperte ci hanno svelato. Ma sono porte simboliche. Se le terremo chiuse saremo, nel giro di qualche anno, inesorabilmente superati dai fatti. Da altri medici, altri biologi, altri allenatori che queste porte avranno saputo tenere aperte.
Quando Darwin ha scritto “L’origine delle specie” nel 1859 non ha parlato della specie umana. Ha osato farlo solo più avanti, nel 1871 con il libro “L’origine dell’uomo e la selezione in base al sesso”, nel quale scioglie ogni riserva e indica i primati come progenitori ultimi dell’uomo. In tale testo tuttavia dedica solo 250 pagine alla “sopravvivenza del più adatto”, che gli ha dato fama, e ben 570 alla cosiddetta “selezione sessuale”. Di che cosa si trattava? La società maschilista (e creazionista) di allora ha sorvolato su questa seconda parte, non meno importante della prima, per non accettare il fatto che la scelta femminile del partner potesse aver influenzato il processo evolutivo tanto quanto la selezione naturale.
Scelte femminili
All’origine della “selezione sessuale” sta la diversità biologica tra individui maschili e femminili. La donna produce un solo ovulo, ricco di sostanze di riserva, ad ogni ciclo. E deve poi nutrire e curare la prole. L’uomo invece produce milioni di piccoli spermatozoi, agili e privi di nutrimento.
Da questa differenza nasce l’esigenza per l’uomo di distribuire il più possibile il suo seme, e per la donna di scegliere un partner di alto livello. Cosa che la femmina fa attivamente, scegliendo il partner geneticamente più valido, e condannando all’estinzione tutti gli altri.
Indicatori di fitness
I geni però sono nascosti e invisibili. Dunque le femmine di ogni specie hanno bisogno di identificare nei maschi degli indicatori genetici affidabili.
La selezione operata dalla donna nella scelta del partner ha un’influenza molto forte (grazie al processo a cascata di Fischer), che può favorire in modo casuale caratteristiche bizzare: dalla coda del pavone, alle creste frontali o ai ciuffi colorati degli uccelli tropicali, fino al canto dell’usignolo o al cervello umano.
La coda del pavone non serve evidentemente a fuggire dai predatori (anzi è un ostacolo). Ci sono però pavoni che possono permettersela, e pavoni che non possono. Come potrebbe infatti un mutante con problemi di vario genere e cattivi geni, disporre di tutta l’energia necessaria a produrre una bella coda, senza risentirne?
Diamanti o pomodori?
Il biologo israeliano Amos Zahavi sostiene che gli ornamenti bizzarri e costosi non siano altro che “indicatori di fitness”. Cioè mezzi con i quali un maschio si appone addosso un cartellino che dice: “Guardate come sono sano!”. Ma perché un indicatore di fitness sia efficiente (e non si presti a mistificazioni) deve davvero essere costoso e raro. E richiedere molta energia.
Vi siete mai chiesti perché i regali di fidanzamento siano preziosi? Perché il promesso sposo regala un diamante e non un grosso pomodoro, che almeno potrebbe essere mangiato?
Insomma per conquistare una femmina, di qualunque specie, bisogna mostrarle di essere in grado di sprecare, di disporre di più forza ed energia di tutti gli altri. Se no, geneticamente parlando, perché dovrebbe scegliere proprio noi?
Maschi alfa
In tutte le comunità di primati, dallo scimpanzé al gorilla, vi sono maschi dominanti (o maschi “alfa”) che si sono conquistati il diritto di fecondare le donne. Alcuni maschi, della massima qualità genetica, feconderanno la totalità delle femmine, lasciando fuori dalla partita tutti quelli che saranno portatori di mutazioni, di tare, di malattie. Ma per essere maschi “alfa” non basta essere forti o violenti. In mezzo ad altri maschi “sani”, serve una capacità di corteggiamento complessiva che porti la femmina a scegliere proprio noi.
Lo psicologo evoluzionista Geoffrey Miller, in “Uomini, donne e code di pavone”, mostra come proprio l’esibizione di un inutile lusso rappresenti una tattica di corteggiamento di sicuro successo. Tra le varie attività che Miller suggerisce come rivelatrici di fitness genetica, vi è proprio l’attività sportiva.
Corsa e “spreco”
Praticare una disciplina sportiva può essere un gioioso spreco di energia, il cui piacere si è sviluppato in epoche remote con fini di corteggiamento (chissà se questo è uno dei motivi per cui corrono tanti più uomini che donne?). Solo chi è in perfette condizioni di salute può infatti eccellere nella corsa. Una corsa che, svincolata da ogni conseguenza terapeutica diretta, diventa rilevatore specifico di fitness evolutiva. E nella sua stupenda inutilità, può trovare grandezza e significato, più di un diamante o di una rossa Ferrari. Perché per quanto grande il diamante possa essere, sarà pur sempre un segnale di fitness indiretto: potrà essere comprato coi denari di famiglia, rubato, preso a noleggio.
Una maratona no. Non potrà mai essere corsa a noleggio, o coi muscoli di qualcun altro. Chi corre una maratona ad un ritmo sostenuto mostra una fitness genetica di cui pochi possono disporre. E inconsciamente una femmina di Homo sapiens sarà attratta da quella dimostrazione di perfezione.
Tutti al campo?
Dunque tutti ad allenarci? Impossibile semplificare. La donna cerca anche protezione, intelligenza, capacità di impegno nella crescita della prole. Ma, a parità di altri fattori, il ragazzo che poltrisce su un’amaca, attrarrà simpatie femminili molto meno di un ragazzo muscoloso e sano in grado di correre un trail o un’ultramaratona, nella loro stupenda inutilità.
Una mia amica un giorno mi ha detto: “Scegliere un compagno è sempre difficile, ma per me lo è di più: io lo voglio che corra!”. Esagerazioni? Certamente, visto che i motivi di unione tra persone devono andare ben oltre. Ma riflettono una tendenza interiore che – per chi la prova – è chiarissima. Può essere importante conoscerne le origini per dominarla e non esserne dominati.
Gesti antichi
I maestri zen ci stimolano ad essere consapevoli in ogni momento. La chiave dello zen è nell’essere completamente dentro a ciò che facciamo, nel momento in cui lo facciamo, liberi dalle trappole del pensiero razionale. La vera consapevolezza, tuttavia, passa anche attraverso la conoscenza delle dinamiche che ci guidano.
L’evoluzione è una forza potente che ci ha modellato. Sapere che il nostro essere Homo sapiens non è passato solo attraverso una cieca selezione del più adatto, ma anche – e con forza – attraverso una consapevole scelta femminile, può darci nuova dignità. Come uomini e come compagni delle nostre donne.
Il nostro essere uomini è stato anche guidato dalle scelte e dalle preferenze della nostra mente: siamo così anche perché abbiamo voluto esserlo. E il cielo, non so perché, ma mi sembra un po’ più azzurro.
Quando metteremo con gioia un passo dopo l’altro nelle nostre maratone, potremo sentire, una volta ancora, che se siamo qui (noi e non altri) lo dobbiamo anche a quel semplice, “inutile” gesto, che affonda le sue radici nella notte dei tempi.
Parole, parole, parole
Negli ultimi anni un numero crescente di psicologi si è interessato agli aspetti mentali della prestazione sportiva. Molti famosi campioni (da Sara Simeoni a Beppe Signori) hanno affermato di essersi resi conto del fatto che le loro prestazioni di punta erano legate ad atteggiamenti mentali vincenti. Anche nei recenti campionati del mondo di atletica disputatisi a Parigi, molti commenti hanno sottolineato l’importanza della disposizione mentale ai fini dell’ottenimento di risultati di valore mondiale. Fin qui tutti d’accordo.
L’insoddisfazione nasce invece quando si sente ripetere sempre la stessa litania, senza che vengano definiti dei parametri di misura, o che si vada al di là delle solite raccomandazioni (bisogna sentirsi motivati, è necessario affrontare da vincenti le difficoltà, ecc.). E se uno non ci riesce? Un atleta potrebbe dire: “Io ho poca carica agonistica, e voi mi dite che devo averne di più. Quando però vi chiedo come fare, mi rispondete che devo convincermi di disporne. Che faccio?” Che risposte può dare un teorico di psicologia dello sport a questo genere di affermazione?
Risposte e fondamenti
Finché si rimane nell’ambito di discussioni teoriche, hanno sempre ragione tutti. Tizio non ha reso perché era poco motivato. Caio si demoralizza facilmente. Sempronio non regge lo stress dei periodi di carico. Ma Tizio, Caio e Sempronio chi li aiuta a crescere? Per anni abbiamo letto ed ascoltato teorie (talvolta interessanti) sull’attenzione, sulla capacità di puntare ai propri obiettivi, sulla gratificazione dell’atleta. Quasi mai tali teorie avevano un fondamento di tipo sperimentale, anzi talvolta andavano in contraddizione con dati neurologici noti. Oggi è passato il tempo delle chiacchiere: la motivazione, le risposte cognitive, le strategie di rilassamento possono e devono essere modellate sul campo. Con la maglia intrisa di sudore e il vento nei capelli.
Corsa e neurobiologia
Studi recenti molto approfonditi hanno determinato in modo preciso come sia possibile indurre atteggiamenti e comportamenti in specifici circuiti neurali, proprio grazie all’esperienza di particolari situazioni “fisiche” sperimentabili durante la corsa. Joseph Le Doux, direttore del centro di scienze neurali dell’Università di New York (bellissimi i suoi “Il cervello emotivo” e “Il sé sinaptico”) ha documentato a livello molecolare come le emozioni possano fissare atteggiamenti positivi nella nostra mente, grazie all’attivazione dell’amigdala (una componente del cervello). Ed ha reinterpretato i meccanismi di memorizzazione delle esperienze emotive secondo le dinamiche neurali di Hebb (una delle più alte autorità scientifiche sull’argomento), mostrandoci con chiarezza che si ottengono effetti mentali tangibili e duraturi solo lavorando sul corpo. Ci ha poi spiegato come, reazione per reazione, questo avviene. Si può riuscire ad andare al di là delle sole “parole”? C’è in giro voglia di correre!
Un’esperienza intensa
In queste ultime settimane ho corso parecchio. Dai 1500 in pista del “Corrigiuriati” fino ai 33 km della Milano-Pavia, passando per la Stramonza, la Maratonina di Busto, la Dieci Miglia besanese, e qualche altra prova in pista. Posso dire che ciascuna di queste gare ha rappresentato per me un’intensa esperienza corporea. Ho saggiato la bellezza di correre sul selciato della via centrale di Monza una volata mozzafiato; ho sentito le ginocchia alte e le caviglie forti negli ultimi 400 m di un 3000 in pista; e ho respirato l’aria umida di una mattina autunnale con il cuore che pulsava forte, al passaggio ai 10.000 della mezza bustocca. Corpo e mente viaggiavano uniti. Ciò che il mio corpo ha sperimentato è diventato patrimonio della mia mente. Per me oggi è importante anche sapere “come” questo sia avvenuto all’interno del mio cervello, grazie alle dinamiche descritte da Hebb e da Le Doux. Ma più di tutto, con gioia, correvo, correvo e correvo.
In vetta e ritorno
L’11 Ottobre, in occasione del convegno su “Fattori mentali nella prestazione dello sportivo” sono andato a raccogliere quei due “matti” di Pietro Trabucchi e Bruno Brunod ai 2025 m del Rifugio Bonatti di Courmayeur (AO). Il primo ha studiato per anni le risposte alla fatica estrema del secondo (pluricampione mondiale di skyrunning). Ho corso con loro gli ultimi km della loro fatica (120 km di seguito di corsa in montagna tra Cervino, Monte Bianco e Monte Rosa), e li ho trovati sereni e sorridenti. Quando Bruno scalava il Cervino A/R in 3h e poco, Pietro non studiava a tavolino come far crescere la sua motivazione. Educava invece il suo corpo a far fronte (durante l’allenamento o la gara) alle punte di fatica, con strategie specifiche da adottare in corsa. Poi ne misurava i parametri fisiologici per controllarne l’efficacia.
Ecco: questi sono gli psicologi dello sport che mi piace ascoltare. Curiosi, interessati, sperimentatori, e con una passione per la corsa che ci fa vivere ogni giorno intensamente le nostre emozioni più vere.
Luca Speciani
|
BOX
|
|
|
"REGIONI FLASH" e "TUTTOCORSA"
Christmas race - 25/12/2000 "Un sorriso per Babbo Natale"
Ostiano/Cremona - 26/12/2000 "Torrone bresciano"
Cremona/Casalmorano - 6/1/2001 "Epifania sotto l'acqua"
Campaccio - Gennaio 2001 "Tutti in un pugno di secondi"
Campionato Brianzolo - Bernareggio (MI) 13/1/2001 "Brianza per tutti"
S.Maurizio al Lambro (MI) - 14/1/2001 "Sport puro a S.Maurizio"
Salite ad Arcore - Gennaio 2001
Campionato Brianzolo - Carate Brianza (MI) 24/2/2001 "Brianzolo in crescita"
Milano 1/3/2001 - Dieci anni di Corrigiuriati
Corsa di Primavera - Paullo (MI) - 4/3/2001 "Cambio di data a Paullo"
Maratonina di Treviglio (BG) - 11/3/01 "Campionato Regionale di Mezza maratona"
Trittico d'Estate - Concorezzo/Villasanta/S.Damiano
Fosso bergamasco Criterium 2001
Trofeo Parco Sempione - Milano 18/3/2001 "In 600 al Castello Sforzesco"
Memorial Cazzaniga - Monza 8/4/2001 "Gamberetti per gli ospiti"
Sgambada a Palazzolo - Palazzolo Milanese 8/4/2001 "Tagli per tutti a Palazzolo"
Corrigiuriati Pasquale - 12/4/2001
Marcia delle tredici stalle - Barate di Gaggiano (MI) - 22/4/2001 "Tredici stalle fuori dal mondo"
Tris Trophy Marathon Lariano - Molteno (LC) - 29 Aprile 2001 "Molteno per tutti"
Giuriati e zen - 12 Luglio 2001
Stranavigli - Milano - 6 Maggio 2001 "Stranavigli tunisina"
Curseta de S.Ambrusin - Cassina Amata di Paderno Dugnano - 6/5/2001 "Passoni a Paderno"
Ciserano (BG) 5-6 Maggio 2001 "Un sogno (o un incubo) di 24 ore"
Giro "Costa degli etruschi" - Maggio 2001
Memorial Invernizzi - Cusano Milanino (MI) - 26/5/2001 "Milanino sotto le stelle"
Maratona a staffetta - Lecco - 27 Maggio 2001 "42 diviso 20 a Lecco"
Una corsa per la vita - Concorezzo (MI) - 27/5/2001 "Un veliero per i tumori"
Incontriamoci all'arrivo - S.Donato Milanese 27/5/2001 "Km rubati a S.Donato"
Notturna di Concorezzo (MI) - 1 Giugno 2001 "Trittico d'estate: prima prova"
Tapasciada in periferia - Milano - 2 Giugno 2001
A pée in gir al munastée - Vanzago (MI) - 3 Giugno 2001 "Munastée senza classifiche"
Manager's Trophy - Milano - 5 Giugno 2001 "Manager e universitari in pista"
Corrigiuriati - Milano - 7 Giugno 2001 "10.000 a terne al Giuriati"
Quatar pass adrée al Lambar - Monza - Giugno 2001 "Quatar pass per la leucemia"
Marcia dei 4 ponti - Pontile di Fiuminata (MC) - 5/8/2001 "Quattro ponti a sorpresa"
Gir di cent foo - Barni (CO) - 12/8/2001 "Cent foo spaccagambe"
Corsa alla Croce - Magreglio (CO) - 15/8/2001 "Ferragosto alla Croce"
Engadiner Sommerlauf - St.Moritz (Svizzera) - 26 Agosto 2001
Stralocate - Locate Triulzi (MI) 2/9/2001 "Stralocate marocchina"
Trofeo DRS 2001 - 16/9/2001 "DRS e twin towers"
Dieci miglia besanese - Besana Brianza - 16/9/01 "Dieci miglia col botto"
Memorial Garimoldi - Milano - Settembre 2001
Maratonina di Busto - Busto Arsizio (VA) - 23/9/2001 "Busto bagnata: l'emozione di un duathlon"
Maratonina di Inzago - Inzago (MI) - 30/9/2001 "Inzago fangosa"
Sentiero delle Grigne (LC) - 30/9/2001 "Sentiero Grigne in versione ridotta"
Sgambada con gli amici - Caleppio di Settala - Ottobre 2001 "Sgambada per gladiatori"
Giro delle Cascine - Cassina de' Pecchi (MI) - 4/11/2001 "Cascine affollate"
Memorial Valentini - Milano - 5 Novembre 2001 "Pasticcio al Valentini"
Maratonina di Varazze (SV) - 11 Novembre 2001 "Tempesta a Varazze"
In gir à la cava - Zeloforamagno di Peschiera (MI) - 25/11/2001
"N'sò e n'zò de l'Ada" - Bottanuco (BG) - 9/12/2001 "Ocio alla crapa!"
Stralambro - Milano 16/12/2001 "Stralambro anticipata"
Maratonina del Torrone - Ostiano (CR) - 26/12/2001 "Torrone ghiacciato"
Maratonina dell'Epifania - Cremona/Casalmorano - 6/1/2002 "Un Cosentino a Cremona"
Gara Sociale Gamber de Cuncuress - Parco di Monza - 21/4/2002
Stranavigli - Milano - 5/5/2002 "Poetica Stranavigli"
50 km lungo l'Adda - Lecco/Cassano - 9/6/02 - "50 km tra fango e fiumi"
Gran Fondo Vedanese - Campestre km 21,1 - Parco Monza - 23/3/2003 - "Esperimento riuscito"
Corri Nuoro - km 9,520 - Nuoro (NU) - 24 Maggio 2003 - "I sardi fanno le cose per bene"
Un sorriso per Babbo Natale
La mattina di Natale, al Parco Lambro di Milano, ogni anno si disputa
la Christmas race, gara dal sapore tutto speciale, il cui incasso (iscrizione a
offerta libera) va tutto in beneficenza. Quest’anno la neve vergine sul
percorso ha reso l’atmosfera ancora più magica. Marco Fantone ed Ester
Mattei, hanno vinto la prova unica di 3.6 km, festeggiati da un allegro Babbo
Natale.
Epifania sotto
l’acqua
Il giorno dell’Epifania, come da tradizione, si è disputata la
maratonina Cremona-Casalmorano, solitamente destinata a smaltire i residui
insolubili di cenoni e veglioni. Lotto dei partenti internazionale e
agguerritissimo, in nome di un albo d’oro che, dal 1985, annovera nomi del
calibro di Elio Belluschi, Franco Togni, Migidio Bourifa, Diomede Cisahayo,
Philemon Kipkering, forse anche a causa del ricco monte premi (2 milioni per il
record del percorso, medaglie d’oro e premi in denaro a scalare fino al 15°).
Al via prende il largo un gruppo di 8 atleti con tanto di keniano e marocchino,
in compagnia di Zenucchi, Rinaldi, Pedretti e altri. A metà gara rimangono in
quattro: Farid Elmaarraf, Eric Kipton, e i coriacei Rinaldi e Zenucchi. Ma ci
vuole ancora un quarto di gara perché i due stranieri restino soli. E sarà il
marocchino Elmaarraf alla fine a prevalere sul keniano all’ingresso di
Casalmorano con l’ottimo tempo di 1h04‘16 (record del percorso). Gara
combattuta anche in campo femminile, dove Antonella Bizioli ha dovuto sfoderare
1h19’04 per avere ragione di Barbara Cimmarusti e Daniela Papetti. Peccato per
la pioggia battente, che ha reso tutto più difficile, ma non ha impedito ai
migliori di dare un grande spettacolo agonistico.
Tutti in un
pugno di secondi
Campaccio combattutissimo, alla sua 45° edizione, con vittoria del
trentenne campione europeo di cross Paulo Guerra. Negli ultimi 800 m del cross
lungo (12 km) ha avuto ragione dei due keniani John Korir e Robert Kipchumba.
Quarto il bravo Di Pardo, che ha regolato diversi italiani (De Nard,
Battocletti, Ruggiero). Complice forse la piattezza del tracciato, i primi dieci
classificati erano tutti compattati in 53 secondi! Il cross corto di 4 km ha
avuto un podio “italiano” stile “coppadelmondodisci” con Christian
Obrist primo, seguito da Roland Weisssteiner. Anche per le donne, sui 6 km della
gara unica, volatona finale tra l’etiope Merita Denboba e la keniana Ruth
Kutol. Vittoria alla prima per un solo secondo! Flavia Naviglio e Rosanna Martin
hanno onorato terza e quarta posizione a soli 8 e 10 secondi dalla Denboba. Se
queste non sono gare sofferte!
Brianza per
tutti
Il pomeriggio di Sabato 13 Gennaio a Bernareggio (MI) è incominciato
il Campionato Brianzolo di corsa campestre del 2001. La formula della
manifestazione è risultata negli ultimi anni vincente, e sta addirittura
scalzando il campionato regionale lombardo amatori noto col nome di Trofeo
Monga. Infatti le gare sono aperte a tutti (amatori e assoluti), e consentono di
gareggiare per categoria ad atleti tesserati che vanno dagli 8 agli 80 anni.
Questo permette alle famiglie di partecipare in gruppo, senza dividersi in sedi,
luoghi e orari diversi. E l’atmosfera è molto più rilassata e familiare. I
numeri parlano chiaro: circa 600 iscritti per gara (3500 nelle sei prove), e un
gradimento notevole da parte di tutti i partecipanti. Complimenti a chi, con
serietà e lungimiranza, organizza e costruisce qualcosa di buono per atleti di
ogni età.
Sport puro
a S.Maurizio
Bella domenica di puro sport, il 14/1 a S.Maurizio al Lambro, frazione di
Cologno Monzese, dove la gara Agap di 12 e 20 km era totalmente priva di premi
per i primi classificati. Nonostante questo gli atleti hanno dato battaglia, con
vittorie in volata di Armanini su Passoni nella prova breve, e di Fantone su
Speciani, Berta, Basadonna e Cairo nella prova più lunga. Lode agli
organizzatori per la separazione tra i percorsi già dal 4° km, e biasimo a
qualche “atleta” che, saputo dell’assenza di premi, ha preferito stare a
guardare. Certo che almeno un salamino per il primo, si poteva trovare…
Salite ad
Arcore
Alcuni atleti hanno studiato un percorso circolare di circa 4 km
ricco di salite e discese, all’interno dello splendido parco comunale Villa
Borromeo di Arcore (MI). Il percorso si snoda tra sentieri, laghetti e boschi
del parco, del tutto vietato alle auto, ed è (per ora) privo di segnalazioni.
Il fondo è molto buono, del tutto privo di fango anche poche ore dopo una
pioggia, e i sentieri sono, per la maggior parte, larghi e ben percorribili.
E’ l’ideale per i lavori invernali di potenza aerobica. Vi è già un record
ufficioso di 13’27” stabilito in Gennaio da Fadda. Chi fosse interessato a
provarlo, non ha che da recarsi sul posto (ingresso gratuito). Eventuali
comunicazioni all’e-mail clorofilla@vivaioclorofilla.it
(Nota a margine: durante un progressivo tiratissimo in
preparazione della Milanomarathon, a Novembre del 2001, ho corso per quattro
volte, in progressione e senza recupero, il giro descritto. Nell'ultimo ho
siglato un eccezionale 13'31". Fadda è avvertito..)
“Brianzolo”
in crescita
Si è
concluso, con la sesta prova di Carate Brianza il 24/2 (dopo le gare di
Bernareggio, Giussano, Briosco,
Seveso e Muggiò) il campionato brianzolo di corsa campestre, che ha impegnato
650-700 atleti per gara dalla metà di Gennaio. I titoli di campione brianzolo
di corsa campestre sono andati a Ahmed Nasif (20-40 anni), Franco Rocca (40-50),
Aurelio Moscato (50-60) e Fernando Rocca (over 60), mentre tra le signore hanno
prevalso Daniela Gilardi (20-40) e Giovanna Cavalli (over 40). Ma i vincitori
sono stati molti di più, perché il campionato brianzolo premia tutte le
categorie giovanili, maschili e femminili, a partire dai nati nel ’93. Questa
formula vincente, che permette alle famiglie di passare insieme una domenica
all’insegna dello sport, è alla base della continua crescita di questa
manifestazione. Tra le società si sono distinte la Polisportiva Besanese
(adulti) e l’Atletica Meda tra i ragazzi, premiate non tanto per i risultati
dei singoli quanto per la invidiabile capacità di “fare gruppo”.
Dieci
anni di Corrigiuriati
L’1
Marzo 2001 è partito, come ormai avviene dal lontano 1991, il Corrigiuriati
edizione 2001. Il primo successo è andato, nella cosiddetta “americana”,
alla coppia Grilli-Basadonna. La formula, completamente open ed estremamente
informale, prevede ogni Giovedì una prova in pista al campo Giuriati di Milano
(zona Città Studi), con partenza alle 13 e alle 17.30. Le gare previste vanno
dai 1000 ai 10.000. L’iscrizione è gratuita, e il cronometraggio autogestito.
I punteggi però si cumulano, ed ogni anno chi gareggia con più regolarità si
laurea campione del Corrigiuriati. Sembra un gioco, ma negli anni i vincitori
sono stati anche nomi noti: Stefano Mainetti, Lorenzo Colnago, Lorenzo Merli.
Per ulteriori informazioni: baglioni@mail.dstm.polimi.it
Cambio
di data a Paullo
La
tradizionale “Corsa di Primavera” di Paullo, di 13,8 km, quest’anno ha
anticipato di una settimana il suo svolgimento, spostandosi al 4/3 invece che
all’11. Il motivo era probabilmente quello di non sovrapporsi al campionato
regionale di mezza maratona di Treviglio. Fatto è che tutti i volantini
riportavano la data dell’11, e che solo un volonteroso passaparola tra
interessati (anche via internet) ha evitato maggiori danni. Di fatto le presenze
qualificate sono diminuite, nonostante i 330 partenti. Il che non ha comunque
impedito ad Emanuele Zenucchi di fare suo il trofeo in 44’ circa, imitato 8’
più tardi da Antonella Bizioli che, abitando a pochi metri dal percorso, non
poteva non esserci.
Maratonina di Treviglio (BG) - 11/3/01 "Camp.Reg. Lombardo di Maratonina"
L’ospitale cittadina di Treviglio, incastonata tra Bergamo e l’Adda, ha ospitato per la seconda volta, Domenica 11 Marzo, il campionato regionale lombardo di mezza maratona. Circa 800 iscritti, tra uomini e donne, erano già una buona premessa. Il circuito si snodava su stradine di paese, leggermente ondulate, dal piacevole panorama. E veramente pochissime macchine hanno disturbato gli atleti in gara. L’organizzazione, a cura dell’Atletica Treviglio, era all’altezza della situazione per quanto riguarda ristori, spugnaggi, docce e indicazioni chilometriche, anche se forse qualche altro servizio igienico (uno solo per 800 atleti!) avrebbe evitato ai più l’emozione di irrigare la campagna. Bella invece l’idea di offrire ad ogni iscritto un capo tecnico in regalo (pantaloncini al ginocchio).
Fin dalla partenza i primi partono a ritmo sostenuto, ma ciò che colpisce è la ressa alle loro spalle. Decine e decine di atleti che sgomitano tra 3’20” e 3’30” al km. A dimostrazione dell’ottima base dell’atletica amatoriale che, giustamente priva di “punte”, trova comunque tra i tesserati un grandissimo numero di atleti di buon livello. Tra coloro che movimentano la corsa: Fantone, Fadda, Clima, Ottoni, Foschi, Barbesta, Mininno, Villa, Alessandrini. Alle loro spalle gruppi compatti di corridori, staccati tra loro di qualche decina di metri. Alla fine dovrebbero disputare la volata Ottoni e Alessandrini, che però, appartenendo a categorie diverse, optano per l’arrivo a braccetto, diventando entrambi campioni regionali in poco più di 71’. Dietro di loro Marco Fantone, reduce dalla maratona di Piacenza 7 giorni prima in 2h32’, chiude comunque sotto i 72’. Prestazioni meno esaltanti in campo femminile, dove si è vinto il titolo con ben 82’, e con seconda e terza staccate di quasi 4’. Tuttavia si può dire che complessivamente il mondo amatoriale lombardo abbia dato una buona dimostrazione di vitalità, se si considera l’inizio di stagione, e , in fondo, il messaggio di amicizia e solidarietà lasciato dai due vincitori. Per dire una volta di più che la corsa, oltre che sana competizione, può essere anche amicizia e divertimento.
Calendario
AGAP 2001
E’
uscito il nuovo calendario AGAP-GPNM che raduna la maggior parte delle corse su
strada non competitive a partenza unica che si disputano nel milanese. Come ogni
anno sono coperte più di 30 domeniche, dai primi di Gennaio alla Christmas race
di Natale. Chi non ama la partenza libera, è servito. Per informazioni ci si può
rivolgere al presidente del consiglio direttivo Agap Gianluigi Labò
(02/8910256).
Trittico
d’estate
E’
nato il primo “Trittico d’estate”. Gli organizzatori di tre bellissime
gare estive brianzole si sono associati per creare un circuito. Le gare sono
tutte notturne da 8-10 km. Si correrà il 1 Giugno a Concorezzo (Trofeo Città
di Concorezzo – 039/6043405), l’8 Giugno a Villasanta (Corsa delle cascine
– 039/2050531) e il 14 Giugno a S.Damiano di Brugherio (Dù Pass –
039/834298). La classifica combinata a punti individuale premierà i primi dieci
atleti e le prime cinque runner. Tris di gare già solitamente frequentato da
atleti molto forti, che quest’anno sarà assolutamente da non perdere.
Fosso
bergamasco Criterium 2001
Nuova
iniziativa di circuito gare anche nella bergamasca, dove gli organizzatori di 5
gare locali, invece di farsi concorrenza, hanno costituito un comitato podistico
interzonale. La particolare dislocazione della zona (a cavallo tra le province
di Bergamo, Milano, Cremona e Lecco) potrà attrarre numerosi atleti. Premi fino
al 50° classificato della combinata. Si parte a Bariano l’11/5, per
proseguire a Ciserano (2/6), Cologno al Serio (15/6), Cortenuova di Sopra
(22/6), e finire a Zanica, con la notturna del 29/6. Per informazioni:
035/882239.
In
600 al Castello Sforzesco
Grande
successo di partecipazione al Trofeo Parco Sempione – Passo del Ciovasso, che
anche quest’anno, il 18 di Marzo, ha radunato quasi un migliaio di milanesi
sui tre giri del bellissimo percorso disegnato attorno al Castello Sforzesco,
con partenza e arrivo all’Arena. Record di iscritti (614) alla competitiva di
10.8 km. E la gara è stata davvero avvincente. Si è risolta infatti solo sul
rettilineo d’arrivo, dove il marocchino Ghabbar ha tentato di staccare Danilo
Goffi, che lo ha però tenacemente ripreso e battuto col tempo di 33’21”.
Alle loro spalle il carabiniere Matteo Palumbo, in ritardo di più di 1’20”,
seguito dal coriaceo Belluschi e da Scandone della Snam. Dietro di loro, per
dare un’idea della qualità degli atleti presenti, podisti da 2 h 24’ in
maratona arrivavano oltre la ventesima posizione. Katia Merati in 26’22 si
imponeva nei due giri della prova femminile lasciando 30 secondi a Mara Cerini e
qualcosa di più all’ecuadoregna Gabriella Cevallos. Dopo il diluvio
universale del Sabato, Giove Pluvio è andato per fortuna in vacanza, regalando
a mille atleti la possibilità di correre, la domenica mattina, sotto un sole
stupendo.
Gamberetti per
gli ospiti
Domenica 8 Aprile al Parco di Monza si è corso il “Memorial Piero
Angelo Cazzaniga” (valido come campionato sociale dei 10 km su strada dei
Gamber de Cuncuress) in ricordo del nostro compagno che ci ha salutati correndo.
Un Giuseppe Fadda in ottima forma (reduce da una Stramilano superlativa) ha
regolato in poco più di 33’ Loris Farina e Franco Rocca (recente campione
brianzolo di corsa campestre). Essendo i primi due ospiti, Rocca si è quindi
aggiudicato il campionato sociale riservato al primo Gamber.
Tagli per tutti a
Palazzolo
La 15° “Sgambata a Palazzolo” di Domenica 8 Aprile (non
competitiva di 13 km a Palazzolo Milanese) è stata movimentata da un percorso
molto mal segnalato, che ha pesantemente influenzato i piazzamenti finali.
Nonostante un bel tratto centrale con molti saliscendi, che attraversava un
parco ricavato in una ex cava, e la presenza di un discreto lotto di amatori
(tra cui Massimo Martelli e Alessandra Colautti), la maggior parte degli atleti
ha percorso non più di 11 km. E’ vero che la gara non prevedeva premi per i
vincitori, ma un po’ più di attenzione nelle segnalazioni sarebbe stata
gradita da tutti.
Corrigiuriati
Pasquale
Quinta prova, prepasquale, giovedì 12/4, per gli amanti del
Corrigiuriati. Il 3000 in pista in programma è stato vinto da Lorenzo Colnago
(autore di un’ottima Stramilano) in 9’25, seguito da Alessandro Oldani.
Prima donna Teresa Di Feo. A seguire, come da tradizione, breve scambio di
auguri e generi di conforto “autogestiti” per tutti i 63 partecipanti.
Dead
Runner Society
Chi fosse pratico di internet e avesse voglia di chiacchierare
di atletica in rete, può iscriversi alla mailing list dei podisti estinti.
Ispirati alla “società dei poeti estinti” del film “L’attimo
fuggente”, un gruppo di appassionati si scambia quotidianamente o quasi (al
sito www.runtheplanet.com/drsitaly.htm)
messaggi, resoconti personali, curiosità e allenamenti. Numerosi gli amatori
lombardi presenti, in un ambiente in cui la corsa si “parla” e si
“respira”.
Tredici
stalle fuori dal mondo
Il 22 Aprile a Barate di Gaggiano (MI) ho corso la 27° marcia delle
13 stalle. Quindici km competitivi con un albo d’oro di buon livello. Mai
stato a Barate prima, ho studiato come arrivarci sulla cartina, da cui ho
dedotto la vicinanza alle aree industriali di Trezzano e Gaggiano appena fuori
dalla tangenziale. A Barate invece pare di essere fuori dal mondo, in mezzo a
risaie e campi verdi, passando per cascine e stalle. La gara, bella e
combattuta, è stata vinta da Fabrizio Pellizzoni, reduce dai successi nelle
campestri del Monga, seguito da Marco Di Benedetto e da me. Vittoria tranquilla,
per il gentil sesso, di Cinzia Medaglia. Il rientro a casa è sembrato, quasi,
il risveglio da un sogno.
Corrigiuriati
in rete!
Da oggi gli amanti del Corrigiuriati (le note gare autogestite del
Giovedì alle 13 e alle 17 al campo Giuriati di Milano) potranno trovare
programmi, orari, note e resoconti al sito http://spazioweb.inwind.it/corrigiuriati/
gestito dall’attivissimo Luigi Baglioni e costruito da Roberto Antonelli. Ogni
contributo è benvenuto.
Molteno per tutti
Domenica 29 Aprile si è svolto un raduno podistico a Molteno (LC)
valido come Tris trophy marathon lariano. Al di là del nome roboante, si
trattava di marcia Fiasp molto ben organizzata, su un percorso suggestivo di
lunghezza variabile da 7 a 32 km. Numerosi i passaggi in ville private, maneggi,
sentieri boschivi, con segnalazioni di località e di ville su chiari cartelli
gialli. Ad ogni incrocio, un addetto, per tutti i 32 km. Fossero organizzate così
anche certe gare competitive!
Partenza
libera o unica?
Per mia impostazione competitiva scelgo sempre e solo marce a
partenza unica. Trovo bello competere e misurarmi con altri, ed ho stimolo e
compagnia dal correre, quando posso, con amici/avversari. Tuttavia faccio una
considerazione numerica: ogni domenica su 15 corse in programma, ce n’è una
agap/gpnm da circa 200 presenze, e 14 Fiasp/IVV a partenza libera da 500-1000
presenze. Alla prima partecipano prevalentemente tesserati amatori o agonisti,
alle seconde intere famiglie, nonni, bambini, signore. A ciascuno il suo, credo.
E viva la libertà di scelta.
Coppa Doro a
Bussero
Miniraduno di un buon numero di forti amatori a Bussero (MI) Martedì
1 Maggio, con premi in natura consistenti in pancette, prosciutti e coppa.
Percorso piacevole, piatto e sterrato, di 11,8 km con ogni km segnato a dovere.
Un gruppo di otto atleti, tra cui Passoni, Fadda, Doro, Mazzucchelli, Fantone,
parte molto forte sul piede dei 3’10”/km. Via via ci sarà selezione, fino a
che il pavese Paolo Doro staccherà tutti, vincendo con sicurezza in 38’ su
Fantone e Passoni, aggiudicandosi il prezioso salume.
Stranavigli
tunisina
Lotto agguerrito di partecipanti alla Stranavigli, gara milanese di 12 km su
strada svoltasi il 6 Maggio, nel quartiere di Porta ticinese. Fa l’andatura il
tunisino Redha (fortissimo benché ancora non tesserato) seguito da un folto
gruppo di forti atleti: Brigo, Da Roit, Berghi, Biffi, Pizzi, Del Fabbro. Si
classificheranno nell’ordine dopo una dura battaglia, che li vedrà al
traguardo ciascuno a pochi secondi dall’altro. Lorena Panebianco verrà invece
ripresa e superata da Ester Mattei solo verso la fine della gara. Organizzazione
semplice ed ottima. Speriamo che l’anno prossimo segnalino almeno l’ultimo
chilometro!
Passoni a Paderno
Il 6 Maggio a Cassina Amata di Paderno Dugnano, tra il canale
Villoresi e il Parco delle Groane, si è corsa la 29° edizione della Curseta de
S.Ambrusin, di 14 km. Facile vittoria di Maurizio Passoni in circa 50’, che si
è lasciato alle spalle Antonio Curatolo e Gianfranco Greco. Marisa dal Zovo, in
67’ è stata prima tra le donne, tra fango e sterrato.
Un sogno (o un
incubo) di 24 ore
Leo Iannotti, organizzatore della 100 km del Giuriati, tra il 5 e il 6
Maggio è riuscito ancora a migliorarsi arrivando 4° nella 24 ore di Ciserano
(BG) percorrendo più di 175 km. Chi conosce l’umiltà e la tenacia di questo
atleta dall’età non più verde, non può che complimentarsi con lui. Bravo
Leo!
Costa degli
etruschi
Ottima prestazione del “Giuriatiano” Federico Nogara, che al giro
toscano a tappe “Costa degli Etruschi” è riuscito a portare a casa la prima
posizione negli M40, giungendo 18° nella classifica generale. Complimenti a
Federico.
Milanino sotto le
stelle
Notturna di rango Sabato 26/5 tra le verdi vie della frazione
Milanino, a Cusano Milanino, per il terzo Memorial Luigi Invernizzi. Sul
circuito di 10 km precisi, misurati ad ogni 1000 m, ha avuto la meglio il
tunisino Ridha. Per vincere in 32’06” però ha dovuto sudare le classiche 7
camicie. Alle sue spalle infatti, a pochi secondi, Orazio Bottura e Daniele
Gregio hanno combattuto fino all’ultimo metro. Jacopa Moracci ha invece
regolato Lissoni e Cavalli nella prova femminile.
42 Diviso 20 a
Lecco
Maratona a staffetta, con scopi benefici, il 27 Maggio allo stadio
del Bione di Lecco. Ben 30 squadre, con venti partecipanti per staffetta (più
un ragazzino per i primi 195 m), ognuno coll’arduo compito di portare a
termine 2.000 m. Aria di grande festa con squadre “classiche” (Atletica
Lecco, vincitrice con 2h26’) e squadre create per l’occasione (vip, vip
istituzioni, bradipi, bulli e pupe, giustizia che corre, ecc.). Tra i vip, da
notare le presenze di Alberto Cova, Marco Marchei, Umberto Pusterla, Francesco
Panetta, Rosita Rota Gelpi, Erika Alfridi, il canoista Rossi, il motociclista
Locatelli, il fondista Polvara, e poi assessori, magistrati, medici, finanzieri,
poliziotti, carabinieri ecc. Una bella occasione di sport per tutti. E un
augurio di felice continuazione al piccolo Michele Bonacina, che ha corso i suoi
primi 195 m alla verde età di 4 anni.
Un veliero
per i tumori
Una corsa per la vita, disputatasi il 27/5 a Concorezzo (Villa Zoia)
su percorsi di 2, 6 e 16 km, è arrivata alla sua 17° edizione grazie alla
dedizione del g.p. dei Gamber, che ogni anno devolve l’incasso all’Istituto
dei tumori. Ben 800 atleti hanno onorato l’impegno, portandosi a casa
l’originalissimo premio di un veliero in bottiglia. Fadda, Mininno e Pastori
hanno tagliato il traguardo per primi nella 16 km, mentre Passoni e Staglianò
sono arrivati davanti nella gara più breve.
Km rubati a
S.Donato
Domenica 27 Maggio a S.Donato Milanese si è svolta “Incontriamoci
all’arrivo”, gara di 10 km organizzata per raccogliere fondi per
un’associazione che aiuta i disabili. Di ottimo valore le presenze, con
vittoria di Berghi in 31’15, seguito a pochi secondi da Angelo Ceruti e
Giordano Mella. Peccato per il chilometraggio poco accurato, con lunghezza
totale di poco più di 9 km. Chi ha rubato il km finale?
Trittico d'estate:
prima prova
Notturna a Concorezzo Venerdì 1/6, valevole come prima prova del
“Trittico d’estate”. 140 atleti presenti alla gara competitiva di 5,2 km.
Grande Marocco con il 1° e 3° posto dei fratelli Ahmed e Abdellah Nasif. In
mezzo, primo degli europei, l’eterno secondo Orazio Bottura. Antonella
Bizioli, senza storia, si è imposta su tutte le altre donne. Prima della
competitiva, una gara dimostrativa per ragazzi ha stimolato tutti ad impegnarsi
maggiormente per la diffusione della corsa tra i giovanissimi.
Tapasciada
in periferia
La sera di Sabato 2 Giugno si è disputata a Milano la 20°
Tapasciada in periferia, organizzata dal g.p. Tiremm inanz. Bel percorso nel
parco agricolo Sud Milano, e ricchi premi per under e over 40. La gara da 10,7
km è stata appannaggio di atleti stranieri: doppietta ecuadoregna, infatti, con
Romas Arias primo tra i maschi, e Gabriela Cevallos prima tra le donne (7,2 km).
Dietro Aziz Meliani, il buon Roberto Berghi (terzo) ha tenuto alto l’onore dei
“caucasici”. Le classifiche complete si possono trovare al sito
dell’Atletica Ambrosiana http://digilander.iol.it/gptiremminanz/tapasciada2001.htm
Munastée senza
classifiche
Domenica 3 Giugno a Vanzago, nella splendida cornice dell’oasi WWF,
si è corsa la tapasciata “A pée in gir al munastée” di 11 km. Facile
successo per Paolo Donati in 36’ circa, seguito da Lino Traina e Rocco Vetrice
a un paio di minuti. Tra le donne Ticozzelli e Rampini hanno messo in fila tutte
le altre. Peccato per chi non arriva coi primissimi, ignorare la posizione
d’arrivo. In Veneto usa dare ad ogni arrivato un bigliettino numerato con la
posizione. C’è qualche organizzatore lombardo che, su suggerimento di Gaetano
Cairo, vuole inaugurare questa buona abitudine?
Manager e
universitari in pista
La sera di Martedì 5 Giugno si è disputato all’Arena di Milano il
15° palio universitario / manager’s trophy. Vittoria della staffetta docenti
dell’università statale (Rapetti, Cairo, Galassi, Crovetto), e dell’ISEF
(come prevedibile) tra gli studenti. Alessandra Colautti ha vinto con autorità
la prova femminile del Manager’s trophy.
10.000 a terne
al Giuriati
Le gare milanesi del giovedì al Corrigiuriati (programmi e
classifiche sempre disponibili al sito http://spazioweb.inwind.it/corrigiuriati
) si arricchiscono di una nuova specialità: il 10.000 a terne. Giovedì 7
Giugno la vittoria sembrava arridere al trio Armanini-Antonelli-Marmieri, che
con 29’47” si era aggiudicato la prima batteria. Ma il trio
Berta-Colnago-Galliena, con 29’10” non ha lasciato scampo, aggiudicandosi
seconda batteria e gara.
Quatar pass per
la leucemia
Per il 28° anno nel parco di Monza si è svolta la “Quatar pass
adrée al lambar”, corsa di 12 e 20 km nei luoghi dove “Lambro” ancora
significa acque chiare. Vittoria nella prova più lunga del coriaceo Mininno,
tra gli uomini, e (tra le donne) della nazionale dei 100 km Monica Casiraghi.
Incasso, come sempre, interamente devoluto al Comitato Maria Letizia Verga, per
lo studio e la cura della leucemia del bambino.
Giuriati e Zen
Giovedì 12 Luglio, in occasione dell’ultima prova del
Corrigiuriati (una “campestre” di 2100 m con arrivo in pista, vinta da Luca
Grilli su Saul Armanini), è stato presentato informalmente il nuovo libro di
Luca Speciani “Lo zen e l’arte della corsa”. L’iniziativa, annaffiata da
buon vino e da qualche vivanda, è stata molto gradita, e una ventina di copie
hanno “preso il volo”.
Quattro ponti a
sorpresa: grande atletica a Fiuminata
In vacanza qualche giorno sui monti Sibillini, tra Marche e Umbria,
come d’abitudine ho consultato su “Correre” il calendario delle corse
podistiche della zona. Tra le varie proposte ho scelto per Domenica 5 Agosto
un’allettante “Marcia dei 4 ponti” di Fiuminata (MC) la cui lunghezza (14
km) e dislocazione mi sembravano ideali.
Mi è bastato poco a rendermi conto che non di “tapasciata” si trattava, ma
di gara di alto livello. L’albo
d’oro della manifestazione (giunta ormai alla 24° edizione, e intitolata al
defunto carabiniere A.Beni) vedeva infatti atleti del calibro di Solone, Boffi,
Garau, De Madonna, Bettiol, Masai negli anni ’80, e Too, Zitouna, Chesire,
Kipkering, Lemi, Kipruto, Moiben in anni recenti. Nel 2000 aveva vinto Maurizio
Leone, seguito da Barbi e Ruggiero. E anche nel 2001 gli italiani hanno
dominato, riportando in casa l’ambito trofeo.
Ai nastri di partenza uno schieramento di tutto rispetto: David Ngeny Cheruyot e
Godfrey Nyombi dal Kenia, Haman Larbi dal Marocco, e gli atleti militari Daniele
Caimmi (FF.GG.) e Ottavio Andriani (FF.OO.), con i carabinieri Curzi, Palumbo e
Cesari.
La partenza è al piccolo trotto, con i battistrada che viaggiano a 3’30 per i
primi 2-3 km, tanto che il vostro cronista si toglie la soddisfazione di stare
nel gruppo dei primi per una decina di minuti. La data molto “estiva” e le
imminenti salite consigliavano infatti prudenza a chi cercava l’assolo. Dal
quarto km iniziavano però le danze, e nel giro di poco la lotta si restringeva
a cinque pretendenti, in una appassionante lotta Italia-Kenia.
E’ proprio sull’ultima dura salita di un km, che Caimmi (finirà in 42’)
riesce ad avere ragione di Cheruyot e Nyombi, che saranno poi battuti anche da
un Denis Curzi in ottima forma. Quinto è Haman Larbi, seguito da Fabio Cesari,
mentre Andriani (reduce da infortunio) giungerà solo nono.
La manifestazione ha visto la partecipazione di numerose categorie giovanili e
amatoriali, con premi in natura di ogni genere. E il paese di Fiuminata (di cui
si dice che vi sia un carabiniere in ogni famiglia) ha vissuto per un giorno,
come ormai fa da 24 anni, l’emozione della grande atletica.
CLASSIFICA ASSOLUTA MASCHILE
1° Daniele Caimmi (Fiamme Gialle)
2° Denis Curzi (Carabinieri)
3° David Ngeny Cheruyot
(Kenia)
4° Godfrey Nyombi (Kenia)
5° Haman Larbi (Marocco)
Cent foo
spaccagambe
Domenica 12 Agosto a Barni (CO), ridente località montana sopra
Bellagio, si è corso il “Gir di cent foo” (giro dei cento faggi). Il
percorso è costituito da 5 km di salita dura, seguiti da 5 km di discesa a
picco. Lo stambecco caratese Lorenzo Merli ha vinto con autorità su Carlo Corti
e Roberto Alberio. Prima donna, Rosangela Di Maro. E nel dopo gara: gambe di
legno per tutti.
Ferragosto
alla croce
Solo 3 giorni dopo Barni, a Magreglio (CO) - dove ha sede il
Santuario del Ghisallo caro a tutti i ciclisti lombardi - si è disputata la
tradizionale “Corsa alla croce”. La gara è una staffetta tra due atleti che
devono correre 2 km in arrampicata (il primo) e circa 3 km in discesa libera (il
secondo). I brianzoli Mario Ardemagni (salita) e Paolo Colombo (discesa), hanno
dovuto impegnarsi allo spasimo per avere ragione, solo negli ultimi metri, dei
fratelli (specialisti) Italo e Alberto Conti. Per dare un’idea della durezza
della prova, è sufficiente scorrere l’ordine d’arrivo, e trovare il forte
Merli (in coppia con Rigamonti) solo sesto. Capre e camosci sono avvisati per il
2002.
Engadiner Sommerlauf - St.Moritz
(Svizzera) – Domenica 26 Agosto
Esperienza svizzera, questa volta, per il vostro cronista,
che si è cimentato nell’impegnativa “Engadiner Sommerlauf”, gara di 27 km
che si disputa da 22 anni sulla piana di St.Moritz, a 1800 m slm.
Essendo la piana di St.Moritz sfruttata da numerosi
campioni (a causa della sua “pianeggiante altitudine”) per la preparazione
in altura, non è infrequente vedere vincere la “Sommerlauf” ad atleti di
grande caratura. L’albo d’oro, infatti, vede i nomi di Bettiol, Gabellotto,
Diamantino, Andreucci, e di numerosi atleti africani.
Quest’anno, sul meraviglioso percorso che si snodava in
mezzo alle abetaie e sulle rive degli stupendi laghi della zona, si è imposto
con autorità Fabio Caldiroli, che è riuscito a staccare di soli 12 secondi un
altro italiano, Massimo Leonardi. Alle loro spalle, staccato di quasi 3’,
l’olandese Smits. La media di 3’23”/km per il vincitore (considerata
l’altitudine e alcune impegnative salite) mette ancora più in risalto
l’ottima prestazione dell’italiano, che si è anche avvicinato al record del
percorso (di Diamantino con 1h29’31”) che resiste dal 1991.
Ben 569 i classificati, tra cui molti italiani che hanno
ben figurato. La prima donna, per esempio. La ventottenne Ivana Iozzia da Lurate
Caccivio, con 1h48’ quasi batte il tempo della Andreucci di due anni fa
(1h45’). Tre altri italiani (Davide Maffei, Nicola Bovio e Lorenzo Merli) sono
giunti rispettivamente quinto, sesto e settimo, con qualche rimpianto per
quest’ultimo, che ha perso quasi 3’ in un errore di percorso. Il keniano
Eliud Barngetuny non ha osato sfidare tanta gioventù, e si è accontentato di
vincere la gara breve di 10,5 km, mentre il vostro cronista, in forma
smagliante, ha tenuto alto l’onore della rivista classificandosi 16° assoluto
e 4° (premiavano infatti i primi 3) di categoria.
Eccellente l’organizzazione, con ottimi e frequenti
ristori, e pubblicazione dei risultati pochi minuti dopo l’arrivo. Un po’
alta, forse, la tassa d’iscrizione. Ma il percorso veramente stupendo, e la
gente (tanta) che ti incitava continuamente, hanno senza dubbio ricambiato
pienamente il costo del viaggio.
CLASSIFICA ASSOLUTI
1° Fabio Caldiroli (I)
1h31’28”
2° Massimo Leonardi (I)
1h31’40”
3° Robert Smits (NL) 1h34’04”
4° Ivan Pongelli (CH)
1h36’52”
5° Davide Maffei (I)
1h38’59”
DONNE
1° Ivana Iozzia (I)
1h48’22”
2° Therese Schreiber (CH)
1h59’03“
CLASSIFICHE COMPLETE su:
http://services.datasport.com/2001/lauf/engadin/
Stralocate Marocchina
Domenica 2/9 bella gara a Locate Triulzi. Come da tradizione, ritrovo
post estivo per tanti amatori, nelle due prove da 12 e 18 km. Bello il percorso,
e presenze di lusso. I due marocchini Abderrazhak Ghabbar (18) e Achab Cherkj
(12) si sono aggiudicati le medaglie in palio. L’onnipresente Chiara Boschini
e Angiola Conte, hanno invece vinto tra le signore. Nella 18 km maschile, alle
spalle di Ghabbar, un trio composto da Speciani, il riminese Zogno e Bossi ha
ingaggiato una bella lotta a colpi di scatti e controscatti, risoltasi solo con
la volata finale, conclusa in quell’ordine. Nella 12 km dietro a Cherkj si
sono invece classificati Procopio e Caminiti. Peccato per l’usuale difetto del
percorso “unico” fino al decimo km, che può generare confusione nei
partecipanti alla gara competitiva.
(di questa gara esiste anche il mio "racconto"
alla lista DRS....)
DRS
e Twin towers
Il 16 Settembre gli iscritti alla “mailing list” della “Dead
Runners Society” (gruppo di podisti su internet, nato da una costola della DRS
americana), hanno disputato una gara virtuale sulla distanza di 10 km. Ciascuno
correva nella sua città, dove preferiva, anche all’interno di un’altra
competizione, comunicando poi l’esito alla lista. Quest’anno il cronometro
ha però solo fatto compagnia. Si correva infatti per dare un messaggio di
solidarietà alla lista consorella USA per le vittime del vile attentato
terroristico dell’11/9. Info: www.runtheplanet.com
Dieci miglia
col botto
Quarta edizione della “Dieci miglia besanese” il 16/9 a Besana
Brianza (MI), organizzata dal dinamico gruppo di runner locali, sempre attenti
alla qualità della manifestazione. L’anno scorso il percorso competitivo era
stato tutto in fuoristrada, spesso con aspre salite. Quest’anno quel
bellissimo tracciato è stato invece riservato alla non competitiva, mentre i più
forti si sono dati battaglia, in modo certo più spettacolare, su un circuito di
4 km da ripetere 3 volte.
La scelta è stata ancora vincente: il percorso infatti scendeva fino a Valle
Guidino, risalendo a Cazzano, per poi attraversare, in prossimità
dell’arrivo, il parco della Villa Filippini. La durezza delle salite ha quindi
fatto selezione, regalandoci due gare (maschile e femminile) di alto livello.
All’inizio un gruppo di 6 atleti prende il comando: Pisano, Brigo, Guffanti,
il senegalese Helas, il marocchino Nasif e Lorenzo Merli. Questi ultimi due a
metà gara si staccano, e iniziano un duello personale, in cui Merli (reduce da
una Stramonza tutta all’attacco) continua a strappare nella speranza di
togliersi di dosso il pericoloso africano. Ogni sforzo è vano. E nell’ultima
dura salita è proprio Nasif ad andare a cogliere in volata, in 39’04” il
meritato alloro. Dietro di loro Pisano, Brigo e Guffanti, nell’ordine,
precedono il senegalese. I successivi 10 classificati arrivano al traguardo in
meno di 2’, a dimostrazione dell’elevato livello della gara.
Più semplice la gara femminile, dove però Antonella Bizioli ha dovuto tenere
un ritmo molto sostenuto per non correre rischi con l’agguerrita
“centista” Monica Casiraghi, che alla fine ha sofferto meno di 1’ di
distacco.
Alla fine tutti contenti: i non competitivi, che hanno corso su uno splendido
tracciato collinare, e agonisti e amatori “agguerriti” che hanno concentrato
i loro sforzi su un’unica distanza competitiva, trovando, per una volta, pane
per i loro denti affilati. Lavorare bene, ripaga sempre. L’anno prossimo,
questo è certo, ci saremo ancora.
Memorial
Garimoldi
Si è corso, in un “normale” giovedì di Settembre, al campo
Giuriati di Milano, il 2° “Memorial Garimoldi”. Quest’anno un 5000 in
pista per ricordare la costante presenza di Piero, allenatore dalle molte
stagioni. Si è imposto con 16’05 Federico Nogara, seguito da Oldani e
Colnago.
Busto Bagnata: l’emozione di un duathlon

Involontario “duathlon” con corsa e “nuoto” Domenica 23/9
alla maratonina di Busto Arsizio, bagnata da una pioggia battente dall’inizio
alla fine della gara. Era la prima volta che la correvo, e sono rimasto molto
ben impressionato. Il percorso è infatti piatto e veloce (solo un
sottopassaggio da ripetere due volte), quindi idoneo ad ottenere buoni tempi. In
più è strutturato su due giri da 10,5 km, con arrivo allo stadio Speroni
(quello della gloriosa Pro Patria), e passaggio nello stadio stesso a metà
gara. Questo consente a tifosi ed accompagnatori di seguire gli atleti, e di
godersi più volte il passaggio degli stessi. Purtroppo un’acqua da
“diluvio” ha impedito ogni performance cronometrica, e la competizione ha
trovato valore soprattutto nei singoli duelli, e nella prudenza di chi ha meglio
saputo regolare le proprie forze.
Davide Daccò, dell’Atletica Riccardi, è stato capace di mettere tutti in
riga, con il tempo (per lui non eccezionale) di 1:09’12”. E’ passato a metà
gara appaiato a Gianluigi Zamberletti (poi secondo), per poi lasciarlo indietro
con gradualità a quasi due minuti di distacco. Bronzo per il varesino Francesco
Anzi, arrivato in 1:11’22” a soli 6” da Zamberletti. Dietro di loro un
paio di atleti (Zanella e Tiozzo) intorno agli 1:12’, poi un gruppo di altri 9
tutti a pochi secondi l’uno dall’altro, attorno agli 1:14’. Tra questi
(oltre al vostro cronista, buon 11°) atleti di ottimo spessore come Simone
Busetto, Paolo Villa, Franco Clima.
Nessuna storia invece per Monica Casiraghi (probabilmente impegnata in un
“corto veloce”) che ha sbaragliato ogni concorrenza, andando a vincere
solitaria la sua gara in 1:21’01.
Ottima l’organizzazione dell’Atletica S.Marco che, nonostante la pioggia, ha
garantito bevande e docce calde per tutti, e un impeccabile servizio sul
percorso. Auguriamoci che, dopo due anni di edizioni bagnate, quella del 2002
possa finalmente essere asciutta!
(classifiche complete al sito: www.atleticasanmarco.it/pagina0.html)
Inzago
fangosa
Domenica 30 Settembre ad Inzago si è disputata la consueta
maratonina. Molti gli amatori lombardi presenti, tutti concentrati sulla
distanza competitiva (le altre distanze, 7 e 14 km, erano infatti non
competitive). Il pavese Doro ha dato il ritmo, staccandosi dopo pochi km. Alle
sue spalle Barbesta si rifaceva sotto, ma poi pagava lo sforzo facendosi
riprendere da Fantone. Quest’ultimo rosicchiava piano piano il vantaggio a
Doro, che solo sull’arrivo è riuscito a disfarsi del coriaceo inseguitore,
con il buon tempo (considerando il fango scivoloso di molti tratti) di 1 h
12’.
Vittoria “pulita” di Ester Mattei, tra le donne, una spanna sopra Lorena
Panebianco.
Sentiero
Grigne in versione "ridotta"
Sfortunata la prima edizione del “Sentiero delle Grigne”, corsa
in montagna nel lecchese di 48 km, con dislivello complessivo di 3200 m.
Gli atleti dovevano scalare Grigna e Grignetta di corsa, attraversando
ben 9 rifugi. Il maltempo ha però costretto gli organizzatori a ripiegare su un
tracciato ridotto di circa 28 km, nei quali si è imposto lo specialista Fabio
Meraldi con 3h08’. Alle sue spalle, 12’ più tardi, Invernizzi, poi Bellati
e Poletti. Il trofeo è stato dedicato dal G.S.A. Missaglia a Giacomo
Scaccabarozzi, alpinista scomparso su queste rocce nel 1998.
Nuova
Società a Vimercate
E’ finalmente nata una società di runner a Vimercate (MI). Era
indegno che un comune con circa 30.000 abitanti non avesse una società
affiliata Fidal attiva sul territorio. A colmare la lacuna ci ha pensato un
dinamico Castellazzi, che sta radunando attorno alla nuova Di.Po.Vimercate
numerosi atleti locali. Per informazioni o iscrizioni 039-669378.
Sgambada per gladiatori
Classica “Sgambada” a Caleppio di Settala (MI), il 14/10 (giunta
alla 20° edizione), con ampia presenza di forti amatori sulle due distanze in
programma di km 11 e 21.097 (purtroppo con il solito difetto del percorso
comune, che crea confusione tra i partecipanti alle due gare). Partecipanti
tanti (i pacchi gara erano già esauriti un’ora prima del via) e qualificati.
Sulla prova breve vi è stata una lotta senza esclusione di colpi tra Barbesta e
Procopio, che hanno cercato di staccarsi reciprocamente più volte negli ultimi
5 km. Alla fine era Barbesta a prevalere in volata, mentre il podio era chiuso
da Passoni a soli 30’. La Bizioli invece dominava senza storia la prova
femminile, rifilando quasi 5’ alla seconda. Nella gara lunga invece Cella e
Guastamacchia partivano in testa, presto raggiunti dal duo Busetto-Bianchini. Il
“quartetto” procedeva a strappi, finché nell’ultimo km Busetto bruciava
tutti in 1h15’11”, seguito da Guastamacchia e Cella. Chiara Boschini, in
1h26’, metteva invece in riga tutte le signore.
Semplice ma ottima l’organizzazione, che ha anche segnato il percorso km per
km, offrendo ristori e assistenza di buon livello. Non è un caso se a Caleppio
gli iscritti crescono di anno in anno.
Cascine
affollate
Ampia partecipazione di forti amatori e agonisti il 4 Novembre al “Giro
delle Cascine” di Cassina De’ Pecchi (MI), sui due percorsi da 11 e 17 km.
Percorso modificato, quest’anno, con bivio dopo 5-6 km (ma l’ideale sarebbe
separare le iscrizioni…), con un bel tratto a lato del fiume Martesana, che ha
consentito a tutti di fare il tifo per i primi. Il solito Procopio ha dominato
la gara breve, imponendosi sul giovane Staglianò, mentre nella prova più lunga
il fortissimo Cosentino ha sbaragliato tutti.
Bizioli e Stucchi hanno invece prevalso nelle due prove femminili.
Pasticcio al
"Valentini"
Che le gare al campo Giuriati di Milano siano sempre molto “casalinghe”
non è una novità. Tuttavia Giovedì 5/11 si è pasticciato davvero parecchio.
Il gruppo di testa al “Memorial Valentini” di 4,4 km è stato indirizzato al
giro di pista finale, con un giro d’anticipo rispetto a quelli previsti. Luca
Grilli e Saul Armanini, dunque, hanno lanciato la volata troppo presto. Bloccato
Saul da una contrattura sotto sforzo, Grilli ha vinto in solitudine, seguito da
Matteo Balduzzi e dal coriaceo Colnago. Vittoria non “ufficiale” dunque per
gli incolpevoli battistrada, poi squalificati. E tuttavia sportivamente
riconosciuti come vincitori dagli altri atleti, in quello spirito di amicizia
che, pur nell’asprezza della competizione, anima questo tipo di ritrovi.
Tempesta a
Varazze
Prova per uomini veri Domenica 11 Novembre in quel di Varazze (SV). Vento,
pioggia e tempesta hanno fatto chiudere il tratto autostradale Arenzano-Varazze,
perché le auto volavano via. Siamo così partiti gettando via il cronometro, e
lottando per le posizioni. Solo una lotta durissima, con continui sorpassi
reciproci, tra Essraidi Larbi e Maurizio Gemetto (U.S. Sanfront), ha consegnato
la vittoria al giovanissimo atleta marocchino in 1h17’15. Il forte piemontese
è giunto al traguardo dopo soli 2”. Alle loro spalle molti atleti forti:
Diego Filippo, il keniano John Sigei (solo 7°), Pontevolpe, Vaccina, Vicari,
Metkhalid, Cusinato, Trincheri. Tra le donne ha vinto con sicurezza Giovanna
Varoli (Alba Docilia) in 1h19’04”, classificatasi anche 36° assoluta.
I valori in qualche caso si sono invertiti a causa del forte vento, non sofferto
da tutti allo stesso modo. Chi ha corso coperto ha finito bene. Chi ha molto
sprecato inseguendo tempi impossibili, ha invece perso posizioni.
Molto apprezzata la scelta di un percorso su 3 giri (con un bellissimo tratto
sul lungomare), che ha consentito al pubblico numeroso di applaudire ben 6 volte
il passaggio degli atleti. Complimenti agli organizzatori per la qualità,
quantità e extraterritorialità degli atleti presenti.
Ordine d’arrivo maschile
1)
Essraidi Larbi (Marocco) 1h07’15
2)
Maurizio Gemetto (U.S.Sanfront) 1h07’17”
3)
Diego Filippo (Pro S.Pietro) 1h08’54”
4)
Vincenzo Zandonella (VV.F.) 1h09’49”
5)
Andrea Giorgianni (Delta Sped.) 1h10’11”
6)
Tito Tiberti (CSSR Brescia) 1h10’38”
7)
John Sigei (Atl.Canavese – Kenia) 1h12’19”
8)
Nino Pontevolpe (Delta Sped.) 1h12’39”
9)
Tommaso Vaccina (Cus Pavia) 1h12’43”
10) Luca
Speciani (Gamber) 1h13’06”
Femminile
1) Giovanna Varoli (Alba Docilia) 1h19’04”
In gir à la cava
Consueta qualificatissima partecipazione alla 28° edizione della gara di
Zeloforamagno di Peschiera Borromeo (MI) chiamata “In gir ala cava”.
Domenica 25 Novembre agonisti e amatori si sono sfidati sul circuito competitivo
di 10,5 km, confezionando una gara avvincente. Tra i pretendenti al successo,
Maffei, Milesi, Belluschi, Larbi, e diversi agonisti del gruppo della SNAM, tra
cui un Di Napoli in veste di turista. Il successo di questa gara è anche legato
alla netta separazione tra prova competitiva (che parte alle 10.00), e percorso
per tutti (6-10-18 km con partenza alle 9.00). Come sempre la gara è stata
avvincente, e solo all’ultimo km un deciso Maffei è riuscito ad avere ragione
di un forte Regazzoni. Solo terzo l’africano Larbi. Nella gara femminile
Monica Casiraghi, aiutata da qualche amatore, nel finale ha rimontato ad
Antonella Bizioli lo svantaggio accumulato a inizio gara. E nella decisiva
volata ha prevalso la centista brianzola per un solo metro. Restituendo così lo
sgarbo di Settembre, in cui, proprio a Besana Brianza, l’ordine d’arrivo era
stato l’opposto.
E’ bello che in ogni gara, non solo tra i big ma anche tra gli amatori più
lenti, vi siano mille diverse sfide nella sfida. Da vincere o perdere,
sportivamente, col sorriso sulle labbra. Questo è il mondo delle corse su
strada. E a noi piace così.
Ocio alla
crapa!
Allegra corsa Fiasp a Bottanuco (BG) domenica 9/12, con percorso ben
sintetizzato dal pittoresco nome “N’so e n’zo de l’Ada”, con 20 km di
stupendi saliscendi sterrati a lato del fiume. In un tratto un po’ a rischio
“testate” ricco di rami bassi, campeggiava un grande cartello in stile
“autostradale” che da solo giustificava le spese di trasferta: “Per 800
metri: ocio alla crapa!”. L’eventuale incomprensione del messaggio da parte
di eventuali runner d’oltreoceano è stata ricambiata dal sorriso regalatoci
dai simpatici organizzatori.
Stralambro
anticipata
Come molti sanno, il calendario delle “non competitive” del
milanese si divide tra corse Fiasp (a partenza libera) e Agap/Gpnm (a partenza
unica). Il che consente ai più di scegliere la prova più adatta. Domenica
16/12 alla Stralambro (gara AGAP) non è stato così. Con partenza fissata alle
9.00, la quasi totalità degli iscritti già correva dalle 8.00. Sarà stato per
non perdersi il succulento ristoro a base di ravioli e polenta al sugo, ma certo
i 20 atleti “puntuali” sono stati defraudati di qualcosa: una corsa
“normale”, come da calendario, con una partenza e un arrivo.
Torrone
ghiacciato
L’ondata di freddo degli ultimi giorni del 2001 non ha risparmiato
gli infreddoliti atleti che hanno disputato la classica “maratonina del
torrone”, disputata il giorno di S.Stefano tra Ostiano e Cremona che distano,
appunto, 21,1 km. Predominio bresciano, come tradizione vuole, nonostante gli
stomaci appesantiti da ravioli e tacchini ripieni. Un qualificato trio composto
da Loris Nulli, Luca Mura e Giorgio Bresciani ha guidato tutta la gara,
chiudendo poi nell’ordine con tempi intorno ad 1h e 10. La “nostra”
Antonella Bizioli, pur non in gran forma, ha messo in riga tutte le avversarie
(Papetti e Zorloni) senza particolare difficolta’. E per mordere il torrone,
sarà meglio aspettare il disgelo.
Un cosentino
a Cremona
Appuntamento classico il 6 Gennaio a Cremona per la “Maratonina
dell’Epifania”, nota anche come Cremona-Casalmorano. Solitamente si tratta
di una ghiotta occasione per smaltire panettoni e tacchini ripieni, ma ogni anno
qualche nome di prestigio va ad arricchire l’albo d’oro. Così in anni
recenti atleti come Belluschi, Togni, Bourifa, Cisahayo, Kipkering, El Marrafe
(in 1h04’!), hanno nobilitato la gara. Il 2002 ha visto il duello tra Alfredo
Cosentino ed Emanuele Zenucchi. Quest’ultimo, pur spesso presente, neanche
quest’anno è riuscito a inserirsi nell’albo d’oro. Un determinato
Cosentino, nonostante i –5° alla partenza, ha infatti dominato la gara con
sicurezza fin dai primi km, chiudendo infine in 1h08’02” e lasciando più
d’un minuto al forte atleta bergamasco del GAV Vertova, che sembra finalmente
aver risolto serenamente i problemi societari che l’hanno rallentato nel 2001.
Alle loro spalle tre atleti sotto 1h12’ (l’ex ciclista Christian Bianchini,
il nazionale svizzero Luca Foglia e, udite udite, il vostro cronista), e ben
quattro sotto 1h13’ (Breccia, Bertuzzi, Brunetti e Tucci), a dimostrazione che
lo smaltimento del panettone era solo una scusa.
L’inglesina d’africa Msoki Wangoi ha invece fatto sua la prova femminile in
1h18’22, lasciando alle sue spalle un’Antonella Bizioli in lenta ma costante
ripresa, e una coriacea Morstofolini.
L’organizzazione, simpatica e informale, ha aggiunto un altro nome di
prestigio a un albo d’oro già ricco di 19 edizioni, in una data veramente
“riservata” a pochi coraggiosi in guanti e berretto.
Monza "open" con i
Gamber
Domenica 21 Aprile il parco di Monza ha visto la consueta gara
sociale dei "Gamber de Cuncuress", tradizionalmente aperta ad ospiti
esterni. Su un tracciato di 10,160 km completamente pianeggiante, si sono dati
battaglia i migliori Gamber con alcuni validi amatori brianzoli. Ne è uscita
una gara avvincente, decisasi solo agli ultimi 400 m quando Speciani ha regolato
nell’ordine Rocca (junior), Fadda e Passoni, con il tempo di 34’02".
Laura Calissoni è stata prima tra le signore. Esordio in arancione per
Antonella Carini (compagna di chi scrive) che ha chiuso, buona ultima, in circa
1h15’. Capo e coda tutto in famiglia, insomma, per una gara che ogni anno
riserva sorprese.
Poetica Stranavigli
Il 5 maggio si è corsa la simpatica garetta milanese di 12 km
denominata Stranavigli. Circa 200 persone hanno ravvivato per un’oretta la
zona ticinese. Vittoria a mani basse di Massimiliano Brigo dell’Atletica Desio
(secondo l’anno scorso) sullo svedese Martin Ohlsson. Elena Porta si è
imposta tra le donne. L’anno scorso raccomandammo un maggior numero di
indicazioni chilometriche. Siamo stati ascoltati: al nono e al decimo km il
cartello era affisso… sulla pancia di due volontarie!
In cambio dei 4 Euro d’iscrizione (oltre a buoni premi, e ad un abbondante
ristoro tecnico) una insolita maglietta. Potevano scriverci su:
"Stranavigli" con la pubblicità di una rubinetteria a fianco, come
fanno tutti. Ci hanno invece scritto su una poesia che recita: "Infanzia,
come aria su bolle di sapone quando siamo felicemente noi, in un giorno di
giugno".
Solo per quella maglietta, è valsa la pena di partecipare.
50 km tra fango e fiumi
Domenica 9 Giugno si è corsa la bellissima
ultramaratona denominata “50 km lungo l’Adda”. Il percorso stupendo, che
si snoda tutto a lato del fiume Adda, nel tratto che va da Lecco a Cassano, ne
fa una corsa unica, arricchita da lunghi tratti su sterrato, e dal passaggio in
alcuni punti di interesse storico (dalle “chiuse” leonardesche, alle antiche
centrali idroelettriche). Quest’anno le abbondanti piogge dei giorni
precedenti alla gara hanno reso il percorso scivoloso e pieno di pozzanghere per
lunghi tratti. E una frana, in un punto, ha costretto ad una variante di
percorso che ha allungato la prova di 1,7 km circa, inserendo tra l’altro una
difficile salita (ad Imbersago) originariamente non prevista. Nonostante tutto
si sono avuti ben 72 classificati uomini e 11 donne.
Alla partenza si
è subito creato un gruppo di potenziali pretendenti alla vittoria. Primo fra
tutti Mario Ardemagni, ormai diventato uno stakanovista delle maratone (che
corre intorno alle 2h25’), e reduce da una 100 km del passatore che lo ha
inserito, di diritto, tra i migliori ultramaratoneti italiani (terzo a 39 anni
in 7h25’!). Insieme a lui i forti Fabrizio Baldis (bergamasco della GAV
Vertova) e Cristiano “coda di cavallo” Campestrin (passatoristi sotto le 8
h), l’ultramaratoneta zen Speciani e l’esperto Paolo Panzeri.
Dopo una decina di km Ardemagni prova a staccare. Nessuno riesce a stare dietro
al battistrada, e si crea così un gruppo di 4 inseguitori. Intorno al 25esimo
km, in corrispondenza della salita al bivio della frana, Baldis e Campestrin
strappano. Il vantaggio accumulato di quasi 200 m viene poi recuperato da
Panzeri e Speciani nei km successivi. A quel punto Panzeri parte al
contrattacco. Mancano quasi 20 km al traguardo, ma fa selezione. Campestrin
crolla. Baldis invece, con una gara accorta e in costante rimonta, arriverà
ottimo secondo dietro l’imprendibile Ardemagni. La lotta tra Speciani e
Panzeri si risolve invece in mio favore ad una decina di km dall’arrivo. E
sembra ingiusto parlare di “lotta” in una gara di questo tipo, dove invece
predomina la serena collaborazione, lo scambio di bevande e di cortesie tra
atleti. L’ordine d’arrivo è quindi di ottimo livello: nelle prime 5
posizioni solo atleti tatticamente e tecnicamente esperti. Ardemagni vince in
3h05’ lasciando quasi 6’ di distacco all’ottimo Baldis. Dopo altri 6,5’
arrivo io, e quattro minuti ancora dopo Panzeri. In 3h25’ arriverà buon
quinto il triathleta lecchese Bonfanti che l’anno scorso aveva pagato una
tattica di gara scriteriata. Sbagliando s’impara.
Distacchi molto più marcati, invece, per il gentil sesso, dove ha vinto
Catherine Bertone da Orbassano, nona assoluta in 3h33’. Alle sue spalle nomi
noti: Barbara Galimberti, Katiuscia Nozza-Bielli e la maestrina di Brugherio
Giuseppina Fadigati.
Essendo il tracciato di gara, com’è noto, un po’ più corto di 50 km, la
variante “frana” di quest’anno ha probabilmente riportato i calcoli in
pari, aggiungendo peraltro alla distanza la fatica del percorso dissestato e
fangoso in più tratti. Ma uomini veri, pronti a correre una gara intensa come
questa, non hanno emesso un solo lamento!

CLASSIFICA MASCHILE
1) Mario Ardemagni (Libertas Cernuschese) 3h05'02
2) Fabrizio Baldis (GAV Vertova) 3h10'56"
3) Luca Speciani (Gamber) 3h17'34"
4) Paolo Panzeri (Team Ultramarathon) 3h21'47"
5) Amedeo Bonfanti (Triathlon Lecco) 3h25'18"
17) Gianluigi Zuccardi-Merli 3h47'31"
CLASSIFICA FEMMINILE
1) Catherine Bertone (Orbassano) 3h33'39"
2) Barbara Galimberti (Cabiate) 3h46'37"
3) Katiuscia Nozza-Bielli (Cologno al Serio) 4h00'00" (che
sfiga...)
4) Giuseppina Fadigati (Brugherio) 4h01'56"
5) Varena Piccinin (St.Moritz) 4h06'25"
6) Roberta Elìa (Attigliano) 4h45'
Nel pomeriggio di Sabato 22 Marzo, in una splendida giornata di sole, e nell’incantevole cornice del parco di Monza, si è svolta la prima edizione di una curiosa gara campestre denominata “Gran Fondo Vedanese”. La novità risiedeva nel fatto che, per la prima volta, veniva proposta una corsa campestre (non su sterrato, ma proprio nei campi, con salite e discese impegnative) della distanza di km 21,097.
Poco meno di un centinaio i partenti, nonostante un battage pubblicitario molto ridotto, a dimostrazione del fatto che le idee interessanti trovano sempre spazio. Alcuni atleti hanno corso con le scarpette chiodate (io tra questi), mentre la maggior parte – complice il terreno asciutto – ne ha fatto a meno.
Le impressioni sono state – vi confesso – del tutto particolari. In campestre, di solito, si lotta a gomito per prendere posizione, anche al di là delle proprie possibilità. Poi si soffre per tenere fino alla fine. Le campestri sono per veri “duri”.
Invece una campestre di 21 km ti cambia le carte in tavola. Devi fare i conti con i muscoli che vengono ipersollecitati, con gli appoggi irregolari sul terreno, le buche, le salite. L’atmosfera diventa quasi surreale, e sembra di correre al rallentatore.
Vincerà Giuseppe Mininno, in forma smagliante, seguito dal lodigiano Iriti e dal vigile del fuoco Arnese. Io arriverò quarto, dopo aver duellato con Arnese per una decina di km. Ma i distacchi alla fine saranno abissali: più di un minuto tra ogni atleta, e rarissime le volate, anche nelle retrovie. Tanto da consentirmi di tagliare il traguardo per mano con i miei due bimbi piccoli, senza timore di perdere posizioni.
La gara femminile invece si disputava su due soli giri (14 km), ed è stata vinta con grande distacco da Paola Zaghi, seguita dalla lecchese Nadia Bolis.
A fine gara una sensazione piacevole e strana. I tre giri da 7 km hanno consentito di ricevere una bella dose di tifo durante la gara. E il parco di Monza ha fatto da degna cornice all’evento, lasciandoci il piacere di una lunga corsa in mezzo ai campi, senza lo stress che di solito accompagna una corsa campestre.
Un plauso agli organizzatori dell’Atletica Vedano per l’iniziativa innovativa, che sicuramente l’anno prossimo, meglio pubblicizzata, attrarrà un numero molto maggiore di atleti.
24 Maggio 2003 - Corri Nuoro - km 9,520 - Nuoro (NU) - pierpaolostefanopoli@tiscali.it

In Sardegna sanno fare le cose per bene. Forse perché ci sono poche gare, forse per l’ospitalità innata nel popolo sardo, va dato merito a Pierpaolo Stefanopoli e ai suoi collaboratori di avere allestito un evento sportivo di tutto rispetto. Stiamo parlando della quinta edizione della gara a circuito cittadino chiamata Corrinuoro, che ha richiamato in un soleggiato sabato di Maggio, alcuni dei migliori atleti sardi più qualche outsider.
Fin dal mattino era possibile respirare aria di atletica con il convegno su “Sport, alimentazione e benessere” da me tenuto nel liceo scientifico della città sarda, davanti ad un’aula gremita di atleti, studenti e insegnanti, le cui domande hanno dimostrato quanto sia utile abbinare eventi sportivi a dibattiti e occasioni culturali su questi importantissimi temi. Ma l’evento clou si è consumato nel tardo pomeriggio, quando la città si è stretta attorno agli atleti anche grazie a un blocco totale del traffico, che ha consentito di svolgere la gara competitiva (su quattro giri da circa 2400 m con una dura e selettiva salita nella via centrale del paese) sotto gli occhi di tutti.
Qualificate le presenze: alcuni dei più forti atleti sardi (Sandro Sale, Salvatore Orgiana, Gianluigi Curreli con la sorella Marinella, Claudia Pinna), e lo “straniero” Nicola Bovio, reduce da un prestigioso 1h06’ nella mezza di Osaka.
La gara la fa Bovio, impostando un ritmo insostenibile con un passaggio al 1000 in 2’50. Il distacco dagli inseguitori sembra abissale. Ma poi Sale, con una condotta accorta, riuscirà a rimontare metro su metro, fino a staccare il novarese nell’ultimo decisivo giro. Vincerà in 30’37”, emulato tra le donne dalla Pinna che darà quasi un minuto e mezzo alla Curreli.
Circa duecento i partecipanti complessivi, tra cui una quarantina di bambini che si sono dati battaglia per 400 m, e altrettanti adulti non competitivi che hanno corso un solo giro da 2400 m.
Alla fine, nella piazza centrale di Nuoro, stand e ristori di altissima qualità. La coldiretti locale offriva pecorino e frua (una cagliata fresca) su pane carasau e pane pitocco, con marmellate di mirto e limone. Un altro stand offriva birra alla spina a profusione, per lanciare una nuova birra locale non pastorizzata. E quando il buio ha cominciato a scendere, è partito il barbecue di carne alla brace, dove un intero vitello è stato innaffiato da ottimo vino Cannonau fino a mezzanotte inoltrata. Il tutto per 4 Euro, in parte devoluti all’AIL (Associazione italiana leucemie).
Insomma, se dico che i sardi ci sanno fare, credetemi. E segnate la data in agenda per il 2004!