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Rivista del Pane quotidiano
   

ESTATE: ORTAGGI E PROVOCAZIONI

L’estate è per definizione la stagione delle messi. A partire dalle spighe di grano che biondeggiano nei campi a Luglio, fino alla frutta dolce e zuccherina (fichi, susine, albicocche, ciliegie), passando per i numerosi e saporiti ortaggi di ogni forma e dimensione: zucche e cocomeri, cetrioli, zucchine, pomodori, fagioli, piselli. A tutti piacerebbe poter vivere in un luogo che, come nel giardino dell’Eden, consentisse di coltivare insieme grano e ortaggi, ciliegie e rododendri, patate e uva, cogliendo e assaporando di volta in volta ciò che più piace.

Bene, dall’altra parte del mondo, in Giappone, esiste un agronomo che ci ha provato, e con successo.

Il suo nome, quasi impronunciabile, è Masanobu Fukuoka. Da anni ha scelto di coltivare cereali, frutta e ortaggi, con un metodo del tutto naturale, che rispetta e asseconda le leggi eterne del mondo vegetale, ottenendo splendidi risultati. Il cammino da lui percorso negli anni e' passato attraverso l'ultima guerra, con un'esperienza

diretta all'interno di organismi statali giapponesi per il miglioramento agricolo. Pertanto egli conosce ed ha applicato per lungo tempo sia le tecniche scientifiche piu' avanzate, sia quelle naturali.

Egli riesce a coltivare sullo stesso appezzamento riso e orzo (o frumento), ottenendo due raccolti nello stesso anno, in consociazione con trifoglio, e attraverso il riutilizzo integrale di tutti i residui delle due colture sullo stesso terreno.

I suoi metodi colturali fanno a meno della concimazione chimica, dei diserbi, degli antiparassitari, e perfino dell’aratura, con qualche riserva sulla potatura. Avevo studiato, anni fa, che anche negli Stati Uniti stava prendendo piede (anche per motivi di costo) il cosiddetto "sod seeding", che consisteva in una semina senza aratura. Non mi stupiva percio' piu' di tanto che si potesse coltivare senza rivoltare il terreno. Mi interessava pero' conoscere le motivazioni e i vantaggi di questa scelta. Non mi turbava nemmeno il fatto che si potesse fare a meno di concimi di sintesi e di pesticidi (gli agricoltori biologici e i biodinamici ne fanno infatti gia' a meno da tempo, e io stesso condivido quella impostazione). Mi sono addentrato pertanto nella lettura di un testo di Fukuoka per capirne di piu', e da tale lettura sono riuscito a trarre alcuni insegnamenti molto interessanti, che qui voglio sommariamente riprendere.

In modo un po' provocatorio Fukuoka sostiene che:

1) Non e' necessario concimare chimicamente

2) Non e' utile usare insetticidi o diserbanti

3) Non da' vantaggi arare il terreno

4) E' inutile potare le piante se non in casi particolari.

Tutto cio' non e' dovuto all'accettazione fideistica di un principio, ma alla effettiva constatazione della inutilita'

dell'atto, che provoca piu' danni di quanto non aggiusti. In cio' e' sorretto da una profondo rispetto della natura

(tipicamente orientale) che si pone in contrasto con quella natura "asservita all'uomo" che la scienza occidentale spesso insegue.

Le motivazioni fornite sono molto approfondite: e' curiosa la critica verso i metodi utilizzati per determinare che un concime ha effetto stimolante: il confronto avviene con campioni in vaso di terra sterile. Per forza (dice) il

campione concimato chimicamente cresce meglio: l'altro e' privato di qualunque possibilita' di sostituzione (humus, microorganismi, attivita' biologica del terreno). E' come se si confrontasse l'effetto dell'acqua rispetto ad un campione asciutto. Quello bagnato cresce meglio, ma in natura l'acqua c'e' gia', e non c'e' bisogno di aggiungerla se non in caso di manifesta carenza.

Contro i pesticidi le argomentazioni sono relative all'effetto inquinante (residui), ma soprattutto all'alterazione

di una catena biologica in cui un insetto buono si nutre di uno nocivo, che a sua volta si ciba di uno innocuo, che a sua volta parassitizza un pronubo ecc. In tale situazione cercare di sostituirsi all'equilibrio naturale con maldestri interventi umani e' non solo inutile, ma talvolta pericoloso (sono note, ad esempio, le pullulazioni di ragnetti rossi susseguenti a trattamenti con sostanze che ne hanno eliminato i competitori naturali).

Nella stessa ottica Fukuoka suggerisce di limitare al massimo le operazioni di rivoltamento del terreno, per non

alterare l'umizzazione dello strato superficiale, se non in casi specifici (crostoni, argille pesanti ecc.), e di

effettuare gli interventi di potatura cercando di rispettare al massimo la forma naturale della pianta (spesso sconosciuta a chi pota per principio senza neanche chiedersi se sia necessario o meno). Quanti alberi tremendamente "capitozzati" che soffrendo ci guardano dai viali delle nostre città, avrebbero preferito essere "toccati" dalla mano di Fukuoka piuttosto che da quelle di certi "esperti" locali...

Tutte queste osservazioni, sebbene discutibili caso per caso, dovrebbero farci riflettere ogni volta che ci accingiamo ad effettuare un intervento su un organismo vivente. Nella nostra arroganza "occidentale" vogliamo infatti sempre sostituirci alla natura, supponendo di poter ottenere di piu' e meglio, quando in realta' la nostra scarsa conoscenza non fa altro che alterare il corso naturale delle cose.

Quante volte spruzziamo veleni sulle nostre piante, perche' vi abbiamo scorto qualche afide, senza renderci conto, per esempio, che avevamo concimato con troppo azoto, gonfiando eccessivamente le foglie, e rendendole piu' sensibili all'attacco parassitario? Quante volte cerchiamo un fungicida, perche' troviamo alcune foglie marcite, e invece il danno e' dovuto all'annaffiamento eccessivo? La natura e' così oggi, perche' ha "darwinianamente" saggiato tutte le possibili alternative per milioni di anni, scegliendo le migliori. Siamo proprio sicuri che quelle quattro regole che abbiamo imparato a scuola siano sufficienti per autorizzarci a cospargere l'ambiente di veleni e di residui?

Fukuoka racconta che uno studente, dopo avere visitato i suoi campi di orzo naturale, aveva esclamato: "Ho avvertito la straordinaria energia della terra. Che altro posso dire?". Un professore, invece, lo aveva redarguito con arroganza dicendo "E' meglio tenere tutta questa "filosofia" lontana dal mondo della scienza".

Se l'orzo avesse potuto parlare, probabilmente avrebbe risposto: "E' meglio tenere la scienza fuori dal mondo dell'orzo".

 

 
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