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| SOMMARIO | LE NOSTRE PIANTE |  

Rivista del Pane quotidiano
   

DALLE ORCHIDEE ALLA DIGNITA’ DELL’UOMO

Dall’osservazione delle fioriture del mese di Maggio, qualche considerazione sul posto dell’uomo nell’universo

 

Chi, come noi, ama le piante, gode momenti di somma felicità nei mesi di Maggio e Giugno, che rappresentano (a primavera ormai inoltrata) un momento di rigoglio vegetale intensissimo. Le rose, regine dei giardini, sono al massimo della loro fioritura, e tutto l’ambiente che vive intorno alle piante (dai lombrichi, agli insetti, ai microorganismi), usufruisce del benessere generato dalla felice combinazione di temperatura e fotoperiodo.

Osservando le piante che ci circondano, viene naturale restare stupiti dalla varietà e bellezza dei fiori dei nostri balconi e giardini. In questo periodo gerani edera o parigini, e petunie ricadenti (la famose surfinie) creano delle vere e proprie cascate di fiori su balconi e terrazze. Ma anche chi non disponga di uno spazio idoneo per fare ricadere le piante, può godere tripudi di coloratissimi tagetes, begoniette, salvie splendide, lobelie, o i colori pastello (più adatti a zone ombrose) di fior di vetro e Nuova Guinea.

E’ il momento di godere i frutti del nostro operoso lavoro di giardinaggio dei mesi precedenti.

Un consiglio che mi sento di dare ad ogni appassionato è quello di fermarsi ad osservare ogni fiore. Il fiore è infatti l’organo sessuale della pianta, e forse anche per questo ci attrae misteriosamente così tanto. Un fiore racchiude tutto: colore, profumo, forma, bellezza, funzione, accoppiamento, magìa. E se si osserva con attenzione l’interno, con l’ovario (contenente l’ovulo femminile) e gli stami (che nell’antera contengono il prezioso polline) ben visibili, si resta stupiti dalla meraviglia di un meccanismo naturale tanto stupefacente quanto semplice.

Questi splendidi dispositivi nascono dal processo evolutivo, definito da Darwin nell’800, secondo cui sopravvivevano gli esemplari migliori (più idonei all’ambiente), che riproducevano così caratteristiche casuali (modificazioni di petali, di foglie, di altri organi) rendendole stabili perché più adatte.

Questa teoria metteva in dubbio l’ipotesi creazionista allora considerata quasi un dogma dalla chiesa, ed è stata pertanto oggetto di fortissime critiche.

Se appena appena si va a fondo sull’argomento, si imparano cose abbastanza curiose. Ho scoperto, infatti, leggendo un saggio di S.J.Gould, che Darwin tra "Origine delle specie" (del 1859, in cui esponeva la sua teoria evoluzionistica) e "L’origine dell’uomo" (del 1871, in cui inseriva l’uomo nella sua teoria), ebbe occasione di scrivere un testo "Sui vari espedienti attraverso i quali le orchidee vengono fecondate dagli insetti" (1862). Per quanto apparentemente fuori argomento, in mezzo a due pilastri della letteratura scientifica, in realta’ questo testo mostra, a chi sia in grado di leggere tra le righe, molto piu’ del manuale descrittivo cui il titolo potrebbe far pensare. In esso si parla degli espedienti adottati dalle orchidee per facilitare l’impollinazione incrociata per mezzo degli insetti: ad esempio l’Epipactus delle paludi usa il suo labello (un petalo ingrandito) come trappola. La coppa ripiena di nettare attrae l’insetto che, con il suo passaggio, fa richiudere l’entrata, obbligandolo a venire a contatto con le masse di polline, favorendo l’impollinazione incrociata. L’intero meccanismo e’ derivato da un semplice petalo: un "pezzo", come dice Gould, di cui gli antenati delle orchidee potevano facilmente disporre.

Numerosi altri esempi nello stesso testo (complesse ripiegature che obbligano la proboscide dell’insetto a riempirsi di polline per raggiungere il nettare, o curiosi canali tubolari) giungono tutti ad una medesima conclusione: l’evoluzione naturale ha costruito ciò che favoriva la selezione, riutilizzando e modificando gli strumenti che casualmente aveva a disposizione. Ciò non solo è in perfetto accordo con la teoria evoluzionistica di Darwin, ma suggerisce anche che l’evoluzione non è guidata o orientata ad un fine predeterminato: è solo condizionata dall’ambiente e dagli organi disponibili.

Questa affermazione non era condivisa da tutti. Molti infatti sostenevano che l’uomo (e con esso l’intera natura), era l’obiettivo finale di una mente creatrice di origine divina. Quando Darwin aveva esposto le sue teorie, era apparso subito evidente che la speciazione (e quindi la nascita dell’uomo) erano frutto del caso (mutazioni) e dell’ambiente esterno (che favoriva casualmente la conservazione e riproduzione di mutanti piu’ efficienti). Cio’ non escludeva categoricamente che potesse esistere un "disegno" evolutivo che avrebbe portato nel tempo allo sviluppo dell’Homo sapiens, ovvero che esistesse un "ingegnere superiore" che aveva progettato tutte le forme viventi sulla terra. La consapevolezza pero’ che le orchidee modificassero cio’ che avevano sottomano (i petali di un loro progenitore), e l’osservazione che in moltissime specie (anche animali) esistono organi atrofizzati o inutili, derivanti da "residui" dei progenitori, rende evidente che non esiste un "ingegnere", ma che i processi di speciazione a seguito di mutazione e selezione del piu’ adatto, sono perfettamente in grado di spiegarsi da soli.

A molti questo tipo di interpretazione non piacque, tanto che alcuni si rifugiarono nel Lamarckismo, molto piu’ gradito e vicino al sentire comune. Ma Lamarck fu smentito inesorabilmente dai fatti. Sosteneva infatti la trasmissione ereditaria dei caratteri acquisiti (la giraffa sviluppava il collo alto per poter raggiungere le foglie, e poi trasmetteva tale tratto alla sua prole), e cio’ consentiva ai credenti di postulare un disegno, un obiettivo, un fine. Purtroppo (o per fortuna) non e’ così, e la comprensione di Darwin significa accettare l’azione del caso e dell’ambiente come principale forza evolutiva, dalla quale ha avuto origine l’uomo, senza bisogno di coinvolgere entita’ esterne, siano esse dèi, progettisti o ingegneri.

Le conseguenze filosofiche di tali conclusioni sono dirompenti, e sempre piu’ confermate dalla scienza. Negli anni cinquanta Watson e Crick definiscono la struttura del DNA, fornendo una interpretazione biologica molecolare della trasmissione dei caratteri, delle mutazioni, e dell’effetto del caso sulle mutazioni. E a tutt’oggi le piu’ recenti teorie fisiche (dalla meccanica quantistica al "bootstrap") e biologiche (Prigogine e le sue strutture dissipative) confermano pienamente l’origine casuale di tutti i fenomeni, anche a livello microscopico.

Tutto combacia, o comunque si collega: Darwin, Watson e Crick, Schroedinger, Feynman, Hawking, Prigogine sono tanti piccoli tasselli (altri indubbiamente se ne aggiungeranno) che ci dicono che per spiegare la vita non e’ necessario postulare un creatore o un fine ultimo (a meno di rifugiarsi nelle parole di Balzac quando afferma che "il caso è il soprannome che prende Dio quando lavora in incognito").

Ma e’ proprio da questa nuova consapevolezza di essere soli nell’immensita’ indifferente dell’universo dal quale siamo emersi per caso, che, come dice Monod nel suo "Il caso e la necessita’", l’uomo assume finalmente la sua dignita’ di individuo intelligente in grado di capire la realta’ che lo circonda.

Abbiamo capito che la natura e’ parte di noi, e noi siamo indissolubilmente parte della natura: nei nostri atti (anche in quello semplicissimo di curare le piante con amore) e nei nostri pensieri. E’ ormai tempo (per usare ancora le bellissime parole di Monod) che ci assumiamo i rischi dell’avventura umana.

 

 
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