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Giardini
   

VECCHI LIBRI, GRANDI VERITA’

Considerazioni e curiosità emerse dalla lettura di antichi testi di agricoltura

Una curiosa collezione

Tra le alterne fortune della mia vita, ho quella di avere avuto un nonno materno che, oltre ad essere agronomo e docente universitario, è stato anche collezionista di antichi testi di agricoltura. Ho quindi ereditato da lui, oltre a un grande amore per la natura, anche un consistente patrimonio di opere in edizione originale, che vanno dal 1500 ai giorni nostri. Dal "De re rustica" di Columella, al "Trattato delle lodi e della coltivazione degli ulivi" del 1574, fino alle "Esperienze sulla generazione degli insetti" di Francesco Redi del 1674, per citarne solo alcuni. Sono testi curiosissimi, dal linguaggio arcaico, che mi hanno aiutato a capire molte cose.

Un imperatore "verde"

Avreste mai sospettato che Costantino il grande, successore di Diocleziano nel 305 d.c., fondatore di Costantinopoli e promotore del cristianesimo nell’impero romano, si dilettasse a scrivere di agricoltura? Ebbene è proprio così. Mi ha molto colpito infatti un’opera dal nome "De notevoli et utilissimi ammaestramenti dell’agricoltura", stampata a Venezia nel 1542, che rappresenta la traduzione dal greco al volgare da parte di un certo Pietro Lauro Modenese di un’opera appunto di Costantino del 300 d.c., di cui voglio citare qualche perla.

Il testo è godibilissimo. Ed è anche dotato (incredibile) di una sorta di indice analitico intitolato "Tavola di tutto ciò che nella presente opera si contiene". Innovazione notevole, e rarissima in altri testi antichi, che facilita di molto la lettura. Anche se alcune voci alla lettera A ("a pigliar le anguille", "a fuggire il morso dei salvatici porci") lasciano un po’ a desiderare.

Sangue e Parassiti

Tra i metodi curiosi indicati per liberare le piante dai parassiti vi sono i trattamenti con origano frantumato da spruzzare contro i "vermi" della vite (tecnica ripresa ai giorni nostri da un prodotto biologico contro la cocciniglia, a base di equiseto e origano, da noi testato con buoni risultati), oppure l’utilizzo di aceto, incenso, zolfo o polvere di ruta (un’aromatica ancora adesso ritenuta dotata di poteri magici in centroamerica) per scacciare le zanzare. E ancora è suggerito l’uso dell’aglio, da sfregare sulla corteccia delle piante per tenerne lontani i parassiti, nonché la pratica dell’affumicatura per allontanare dalle viti le "bestie moleste". Anche il macerato di bacche d’alloro (aromatiche) e di veratro (velenoso) veniva usato per allontanare le mosche. E per uccidere i bruchi si consigliava l’utilizzo di funghi che crescono sotto il noce (probabilmente tossici).

Come si vede, i principi utilizzati erano sempre basati su piante aromatiche, profumate, medicinali o velenose, che già erano state ben identificate nel 300 d.c., a testimonianza di un’antichissima tradizione erboristica.

Ma anche altri sistemi venivano consigliati per allontanare i parassiti. Per esempio le consociazioni, oggi purtroppo trascurate. Il cavolo veniva risparmiato dalle "pulci" se a fianco si seminava l’umile "ruchetta". E contro le formiche ed altri parassiti venivano sparse ceneri del parassita stesso. Tale operazione (forse un rimedio pre-omeopatico, o l’estrazione di ormoni della paura o chissà che altro) doveva addirittura uccidere il parassita.

Le cantaridi (piccoli coleotteri) venivano scacciate ponendo a terra un secchio contenente dieci granchi, da lasciare putrefare nell’acqua. E qui il danno (la puzza) potrebbe essere peggiore di quello provocato dalle cantaridi.

Ma il più buffo rimedio per scacciare i bruchi dall’orto, che voglio citare fedelmente, è il seguente: "Alcuni menano nell’horto una donna che ha il menstruo, scalza, con i capelli sparsi, et d’un solo habito vestita, senza più avendo coperte le parte vergognose con alcuna cosa. E con questa figura et habito andando d’attorno all’horto, et uscendone per mezzo, incontanente ne morranno i bruchi". Pezzo che svela un lugubre insieme di pregiudizio e superstizione i cui residui ancora oggi si vedono quando qualche cliente ci chiede "Ma è vero che se una donna con le mestruazioni tocca una pianta, la fa morire?". Credenza infondata, che tuttavia agli albori del terzo millennio trova ancora qualche estimatore. Se così non fosse, dovremmo licenziare il personale femminile addetto alla serra.

Conoscenze vecchie di 17 secoli

Non sembri tuttavia dissacrante il citare qualche ingenuità, in quanto proseguendo nella lettura si rimane comunque stupiti dell’ottimo livello tecnico di alcune indicazioni. Tanto più rilevanti se confrontate alle scarsissime conoscenze biologiche dell’epoca. Basta pensare che nel 300 d.c. erano già note:

- Le corrette epoche di potatura e di trapianto per tutte le specie più comuni

- Le differenze agronomiche tra terreni argillosi pesanti e terreni sciolti

- Le tecniche d’innesto a scudetto (a gemma) e a spacco, poeticamente chiamate "incalmature" (forse perché "calmavano" la selvaticità del portainnesto)

- Le tecniche di taleaggio per la conservazione dei caratteri di rose e piante da frutto

- La produzione di primizie fuori stagione, a mezzo di innaffiature con acqua riscaldata

- La piantagione scaglionata dei rosai per ottenere fioriture scalari nel tempo

- La correzione dei terreni con letame o altri ammendanti, e le relative capacità fertilizzanti

- L’osservazione delle malerbe per diagnosticare squilibri del terreno (oggi sostituita dalle analisi chimiche, col risultato che abbiamo disimparato a interpretare un dato visivo immediato, sostituendolo con un freddo foglio pieno di numeri, talvolta incapace di darci le risposte che cerchiamo).

Miti e credenze

In mezzo a tante pregevoli osservazioni, sono anche mescolate notizie incredibilmente ingenue o del tutto fantasiose, come quando nel capitolo su "amicizie et odii delle cose" viene spiegato che:

- "Il salvatico toro legato ad un fico, doventa cheto et umile".

- "Il cavallo ferito da lupo doventerà buono, et veloce". (e questa è più credibile, soprattutto per la velocità)

- "Muore il serpente, gittatovi sopra foglie di querza".

- Ci si salva dal morso di scorpione se si monta un asino all’incontrario. (dove l’asino probabilmente è quello che ha inventato questa storia).

- Gli animali nascono dalla terra marcita (bugia che circolava ancora nel 1800)

E sulle api moleste il libro spiega che "saranno più crudeli contro quegli che di vino o d’unguento puzzano, e parimente assaliranno le donne, quelle spezialmente che dal coito ne vengono".

Anche qui elementi diversi si confondono (pregiudizi, osservazioni fallaci, casi isolati e coincidenze), fino a culminare nella volontà "etica" di punire meretrici e ubriaconi col morso purificatore delle api. Tutta fantasia? L’anno scorso un contadino russo (ritaglio di giornale trovato dal mio socio, il Dr.Pria) che dopo una sbronza a base di wodka si era appisolato in un bosco, è stato trovato morto per le numerosissime punture con cui le api si erano accanite sul suo corpo. Educhiamoci a non criticare mai con troppa superficialità.

Meglio oggi?

Nonostante le frequenti stravaganze si rimane comunque sgomenti per la incredibile capacità di osservazione che emerge dallo scritto. Soprattutto se si fa un immaginario confronto tra le credenze di allora (giustificate dal tempo) e le sciocchezze che càpita di sentire propalare ai giorni nostri, quando avremmo cultura, modi, tempi e testi per informarci correttamente su tutto.

Vi sono per esempio persone che si ostinano a capitozzare le piante arboree, perché così vedevano fare con i gelsi, quando le fronde servivano a nutrire i bachi da seta. Errore gravissimo che spesso genera danni irreparabili sugli alberi. Oppure vi sono altri che insistono a zappettare i cosiddetti "tornelli" alla base delle piante, perché così hanno visto fare in climi asciutti, quando il più delle volte in climi freddi e umidi come nel Nord Italia tale operazione è dannosa (sia per la rottura delle radici superficiali, che per l’inutilità dell’eccesso idrico). E numerose sono le frasi prive di significato ("Bisogna dare l’acqua se no si ammala", "Vaso grande fa troppa radice" ecc.), ereditate dalla notte dei tempi senza capirne il senso, per il solito cattivo vezzo di fare le cose senza chiedersi il perché. Come in quegli orribili manuali di giardinaggio o di bonsai che elencano lunghe serie di indicazioni (si pota così, si trapianta nel mese di..) senza mai degnarsi di spiegarne il motivo. Non è mai troppo tardi per pretendere, con il proprio acquisto o non acquisto, un minimo di rispetto.

Un orto speciale

Mi è molto piaciuto il concetto di orto che emerge dal testo di Costantino. Dice infatti: "Se vuole alcuno havere horto, elegga egli idoneo luogo, accio che non solamente a gli occhi de chi stanno nella casa sia giocondo, ma anchora, circondandola l’aria dall’odore delle piante ripieno, facciasi l’habitatione e tutt’il podere sano". Immagine dolce che ci dice come l’orto debba rendere giocondi gli occhi di chi lo vive, e arricchire il podere con i suoi profumi.

Siamo sicuri di intenderlo anche noi sempre così?

Piante o individui?

Buddismo e taoismo insegnano la sostanziale unità tra uomo e natura. La tradizione afrocubana del voodoo vede nelle piante l’incarnazione di forze e spiriti potenti. E Gesù stesso, nel vangelo gnostico di Tomaso, afferma: "Spacca un pezzo di legno, ed io sono là dentro". Ma noi, superficiali e iperscientificizzati, crediamo di sapere tutto sulle piante, solo perché ne abbiamo compreso i fenomeni biochimici più rilevanti. E invece faremmo bene a svuotarci della nostra supponenza seguendo il consiglio di San Giovanni della Croce, che recita: "Per conoscere il tutto, cerca di non sapere niente". Perché gli uomini del 1542 avranno forse saputo poco di biochimica vegetale, ma avevano ben chiaro il concetto che le piante sono individui dotati di sensibilità, come si evince dal bellissimo pezzo, che qui riporto, intatto nel suo fascino cinquecentesco, dal titolo "Come sterile albero faccia frutto":

"Anderai cinto e co i capelli sconci, e presa la scure overo l’ascia, sdegnoso per tagliare l’albero ti moverai, ma vengati alcuno incontro pregandoti che non lo tagli, quasi malevadore che l’albero faccia frutto. Dal quale, mostrandoti essere persuaso per sua cagione, tu perdoni all’albero, e per l’avenire renderati copioso frutto".

Solo menti eccelse, non ammorbate da migliaia di manuali pratici e da decenni di positivismo meccanicistico, potevano escogitare un metodo così meraviglioso per "convincere" un albero a fruttificare. Perché la conoscenza delle nostre piante e dei nostri giardini non può e non deve limitarsi a uno sterile nozionismo, ma come ogni altro nostro gesto, può e deve essere permeata d’amore. Come dice Shakespeare: "Ciò che chiamiamo rosa, anche con un altro nome avrebbe lo stesso profumo". Perché i nostri sensi non interagiscono con il nome varietale e le esigenze agronomiche della rosa, ma con il suo profumo, il suo colore, la sua armonia di forme. Ed è solo attraverso la sua bellezza che, per un attimo, percepiamo una scintilla di quel "tutto", che in nessun altro modo ci è dato di afferrare.

 

 
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