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Giardini
   

PIANTE E OMEOPATIA

Fitofarmaci 'dolci' anche per le nostre piante?

 

Di che cosa stiamo parlando?

Molto diversa da oggi era l'atmosfera che circondava l'omeopatia una decina d'anni fa. Allora, solo grazie alla pazienza e alla tolleranza di due docenti dell'Istituto di patologia vegetale della facoltà di Scienze Agrarie di Milano, ero riuscito a presentare come tesi di laurea il frutto di alcuni anni di ricerche di laboratorio sull'applicazione dell'omeopatia alle piante. Circondato però da scetticismo e incredulità, talvolta al limite dell'ostilità personale. Oggi invece, in parte grazie a nuove interpretazioni fisiche sull'azione dei preparati, e in parte grazie a una maggiore apertura mentale di medici, pazienti e farmacisti, che ne vedono quotidianamente i risultati, l'omeopatia è uscita dal ghetto. E viene pervicacemente osteggiata (talvolta in modo oltraggioso) ormai solo da chi deve difendere precisi interessi.

Ma di che cosa stiamo parlando? Perché quando un prodotto omeopatico agisce (e bene) c'è sempre qualcuno dubbioso?

Il problema sta nella estrema diluizione dei preparati, che fa sì che in certi casi i prodotti omeopatici contengano solo il diluente, senza più traccia chimica della sostanza di partenza. Ed ecco la critica superficiale: se non c'è più la sostanza di partenza, come può agire?

La risposta sta nel fatto che l'omeopatia estrae dalle sostanze di partenza, attraverso un particolare procedimento di diluizione, quello che potremmo chiamare un messaggio, ovvero una vibrazione di una certa frequenza, che può avere un effetto biologico. Quale esso sia, deve stabilirlo il medico che sa come usare l'omeopatia.

Come sosteneva mio padre Luigi Oreste dopo 40 anni di attività medica e di ricerca, si tratta di capire che non stiamo più parlando di effetti chimici di una sostanza, ma di una farmacodinamica di messaggio, in cui l'azione biologica da chimica diventa fisica. Come quella ottenuta riscaldando un liquido, o illuminando una fotocellula.

Ogni appassionato di giardinaggio sa che la reazione di fotosintesi che sta alla base della crescita di ogni pianta è scatenata dalla luce solare, senza alcun trasferimento di sostanze chimiche. Sappiamo che i raggi gamma inducono sterilità (negli uomini come nelle patate), mentre i raggi X inducono tumori. E un'emozione, sia essa di paura, di gioia o di piacere, quante reazioni chimiche scatena nel nostro corpo senza che vi sia trasmissione di alcuna sostanza? Chi critica ad oltranza l'omeopatia probabilmente ignora che l'acqua calda (a parità di composizione chimica) ha effetti biologici diversi da quella gelata.

Sotto la doccia, un giorno, colto da improvvisa illuminazione, capirà.

Perché agisce

Numerose ricerche in tutto il mondo hanno ormai provato l'esistenza di un effetto biologico specifico di prodotti omeopatici. Le spettrografie laser evidenziano differenze notevoli tra preparati solo diluiti, e preparati omeopatici. E gli esperimenti su piante e animali hanno escluso qualunque tipo di effetto placebo o di suggestione, come se non bastassero più di duecento anni di pratica medica quotidiana. E tuttavia ancora non è definitivamente chiarita la modalità di azione dei preparati. Numerose ipotesi sono state fatte, alcune veramente affascinanti (Del Giudice, Vithoulkas, Benveniste), per spiegare l'efficacia biologica dei preparati. Quello che è certo è che comunque si tratta di un’onda elettromagnetica sintonizzata su una certa frequenza, che cambia al cambiare della sostanza di partenza. Tale onda è trasmessa dall'acqua, e va a stimolare o reprimere altre onde biologiche presenti in tutti gli organismi viventi, svolgendo la sua azione di messaggio.

L'invenzione di Hahnemann, il medico sassone che ha creato la teoria omeopatica nei primi anni dell'800, è quindi molto più complessa di quanto immaginato dal suo stesso scopritore. Infatti l'omeopatia si inserisce da protagonista in quell'area dai confini sfumati (agopuntura, agopressione, soft laser, magnetoterapia, cromoterapia, omotossicologia) che potremmo chiamare medicina delle energie, in contrapposizione a una medicina delle sostanze chimiche che, pur avendo avuto splendidi risultati da Pasteur ad oggi, sta rivelando tutti i suoi limiti nelle malattie allergiche o degenerative, dove cioè non è in gioco un semplice sintomo, ma l'equilibrio complessivo dell'organismo da curare.

Una tesi coraggiosa

Intorno alla metà degli anni '80, grazie al coraggio della Prof.ssa Farina, e con l'avallo del compianto Prof. Betto della facoltà di Agraria di Milano, riuscii a laurearmi con una tesi innovativa sull'applicabilità dell'omeopatia alle piante coltivate.

Nelle prove seguii il criterio isopatico, che utilizza parti malate della pianta, come sostanza di partenza per la preparazione del farmaco. La somministrazione del preparato avrebbe dovuto trasmettere alla pianta (intesa come organismo) un messaggio elettromagnetico in grado di vaccinarla (o meglio di indurre nella pianta una maggiore resistenza) contro il parassita fungino che poco dopo l'avrebbe attaccata.

Persi diversi mesi alla ricerca del metodo più adatto per la somministrazione del prodotto, (optando alla fine per la nebulizzazione fogliare), nonché per la scelta delle diluizioni, i tempi del trattamento, il momento più opportuno (prima o dopo l'infezione), la pianta e il tipo di parassita idonei, e altri parametri sperimentali. Alla fine, mi orientai su un fungo parassita del fagiolo, che provoca un imbrunimento necrotico della foglia (antracnosi) a causa di una sostanza tossica che emette in una fase del suo sviluppo. La presenza di questa sostanza tossica è molto importante in quanto la ritengo responsabile dell'attivazione omeopatica del messaggio di vaccinazione. Cioè ritengo che la resistenza indotta nella pianta potesse dipendere proprio da una maggiore capacità di difesa della pianta a quella specifica sostanza. Infatti i trattamenti fatti con dinamizzazioni delle spore del fungo parassita non avevano dato alcun risultato apprezzabile, mentre l'uso di foglie malate (contenenti quindi la sostanza tossica) aveva dato esito positivo.

Alla fine avevo dunque raggiunto un risultato importante: ero riuscito a ridurre considerevolmente la virulenza di un parassita fungino, vaccinando la pianta attaccata, con un preparato omeopatico ottenuto a partire dalla sostanza tossica con cui il fungo normalmente uccide le cellule della foglia. Le piante si ammalavano ugualmente (naturalmente perché usavo inoculi fungini densissimi), ma in misura statisticamente minore (circa il 20% in meno). A me ovviamente non interessava in particolare salvare il fagiolo dall'antracnosi, quanto piuttosto dimostrare la validità di un metodo che fosse poi applicabile a molti altri casi.

Successivamente, lavorando con ormoni della crescita (tumorigeni in dosi più alte) dimostrai con evidenza incredibile una risposta difensiva contro la tossicosi da eccesso di NAA, pretrattando le piantine con la stessa sostanza tossica diluita omeopaticamente. Queste prove, ripetute più volte, mi diedero risposte statisticamente attendibili (al test di Student) al 99,9%. Dato statistico del tutto superfluo in quanto la differenza tra piante trattate e testimoni era visibilissima ad occhio nudo, e sulla totalità dei campioni.

Un principio nuovo

Avevo perciò identificato un principio con il quale curare con modalità di messaggio, piante malate, codificando anche con precisione i modi e i dosaggi per farlo. Ed era ciò che mi ripromettevo di ottenere, in modo che il risultato raggiunto fosse estensibile a una casistica più vasta.

A distanza di alcuni anni sono stupito dall'interesse marginale riservato dai produttori di fitofarmaci a questo tipo di prodotti. Ritengo infatti che sia solo questione di tempo, e poi questa modalità di intervento (affiancata magari a metodi di cura più umani) si affermerà, premiando naturalmente le aziende che per prime avranno sperimentato. Soprattutto nel ramo hobbistico-amatoriale, dove è più facile trovare persone che, già conoscendo e usando l'omeopatia per la propria salute, sono più pronte ad apprezzare cure dolci anche per le proprie piante.

Nel nostro piccolo, al vivaio Clorofilla, abbiamo usato spesso rimedi omeopatici. Il caso più frequente è il danno da eccesso di concimazione chimica. Spesso infatti l'hobbista tende a esagerare con la somministrazione di concimi granulari (concime rose, gerani o acidofile), che provocano danni gravi che possono, in alcuni casi, portare a morte la pianta in tempi brevi.

In questi casi (spesso confusi con danni da funghi) ho applicato un rimedio omeopatico preparato a partire dalla sostanza responsabile dell'intossicazione (il concime stesso), che agiva a meraviglia, proteggendo la pianta da ulteriori danni, con grande sorpresa del cliente. Ma perché, mi chiedo io, quando l'omeopatia funziona la gente si stupisce?

Ho avuto anche modo di trattare un giardino nel novarese che aveva risentito della fuoriscita di petrolio di un paio d'anni fa. Lo strato superficiale (come in tutta la zona inquinata) era stato rimosso a spese delle autorità, ma le piante stentavano comunque. Un trattamento con petrolio grezzo diluito e dinamizzato aveva aiutato le piante di quel giardino a riprendersi più rapidamente.

E' molto frequente anche per le piante acidofile, ricevere da giardinieri overdose di prodotti acidificanti (soprattutto solfato di ferro e solfato d'ammonio). Il giardiniere crede di fare bene, e invece libera nel terreno acido solforico, che in quantità appena superiore al necessario provoca bruciature nere ai bordi delle foglie, e in quantità maggiori causa annerimenti totali con morte repentina della pianta. Anche in questo caso si può intervenire stimolando le capacità di risposta delle piante (quasi sempre camelie, azalee e rododendri) alla tossicosi in atto, con un prodotto omeopatico a base di zolfo.

Abbiamo anche provato a trattare contro l'oidio e contro l'antracnosi, con preparati a base di foglie infette. I risultati (privi naturalmente di qualsiasi valore scientifico) sono stati incoraggianti, e oggi proponiamo cure dolci a tutti coloro che se ne mostrino interessati.

Prospettive future

Naturalmente il prodotto isopatico, così come impostato, può agire solo o principalmente dove alla base del danno vegetale, vi sia la presenza di una sostanza tossica. Trattando con il prodotto omeopatico si induce nella pianta una risposta vigorosa nei confronti della sostanza stessa. E' possibile quindi intervenire su ogni tipo di tossicosi (dalle piogge acide, ai metalli pesanti, dai diserbanti fuori obiettivo, agli eccessi nutritivi, fino ad ogni tipo di inquinamento ambientale), e su tutte quelle malattie fungine che danneggiano la pianta mediante l'azione di una sostanza tossica (bolla del pesco e malattie auxoniche, antracnosi, ticchiolature e malattie necrotiche). Non vedo invece una utilizzazione pratica dell'omeopatia contro i danni da insetti, contro le cui mandibole è difficile vaccinare le piante.

Qualche purista dell'omeopatia potrà storcere il naso di fronte all'uso disinvolto dei metodi omeopatici che ho introdotto. Ma per ottenere qualche risultato nei campi, è impossibile pensare di seguire vie diverse. La creazione di una materia medica per le piante (come suggerito dalla Dr.ssa Van Asseldonk in Olanda) è opera lunghissima e destinata a non finire mai (se mai iniziasse), per le notevoli diversità di sintomi tra piante e animali.

Conosco amici che, creando analogie tra omeopatia umana e vegetale, hanno somministrato Arnica (noto antishock omeopatico) in occasione di trapianti o potature. In altri casi ho sentito di somministrazioni di Carbo vegetabilis (sorta di ricostituente) per piante molto deboli o sofferenti, con risultati apparentemente buoni. Tuttavia ritengo che tali azioni siano ancora tutte da documentare, e temo che seguendo questa via si rischi di andare fuori strada.

Il vantaggio di trattare con prodotti omeopatici è immenso: basta pensare all'enorme vantaggio ecologico di poter trattare vaste zone senza utilizzare alcun tipo di veleno, a costi ridottissimi, e in modo assolutamente mirato, ottenendo infine un riequilibrio complessivo dell'ecosistema.

Occhi nuovi

Perché l'evoluzione in questo campo debba procedere così lentamente resta per me un mistero. E' così difficile immaginare che un concentrato di emozioni (così qualcuno ha definito il rimedio omeopatico) possa indurre una risposta biologica, e infine guarire? Per noi, abituati a considerare le piante come esseri viventi, e spesso come amici, non è per niente difficile.

Esisterà un'azienda che abbia a cuore, oltre ai propri bilanci, la possibilità di sperimentare terapie di messaggio per i nostri e vostri giardini? Se c'è, si faccia viva.

Marcel Proust ha detto: "Il vero viaggio non è quello che mostra nuovi paesaggi, ma quello che consente di vedere con occhi nuovi". Siamo circondati ogni giorno da forze fisiche che influenzano la nostra vita, dall'omeopatia al forno a microonde, dai raggi del sole all'amore di chi ci è vicino.

Regaliamoci, con un po' d'impegno, occhi nuovi per accorgercene.

 

 
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