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Giardini
   

NELLA MIA VILLETTA NON CRESCE UN BEL PRATO: PERCHE'?

"Il prato? Non me ne parli. Ho fatto, rifatto, e questo è il bel risultato che ho ottenuto!"

Quante volte ci è capitato di ascoltare queste frasi, da chi nel prato aveva investito tempo e denaro. Dopo tanti sforzi: erbacce, ingiallimenti, zone disseccate, gobbe, ristagni. Quale segreto permette a pochi privilegiati il godimento di un prato verde, sano e in purezza? Proviamo a fissare almeno tre punti fermi che possano aiutarci a capire:

1) Il prato è un organismo vivente

E come noi risente degli squilibri derivanti dai nostri errori. E' fatto da milioni di piantine verdi, costituite da foglie, fusto e radici. Le foglie richiedono acqua e luce per attivare la fotosintesi, e le radici richiedono un terreno soffice e fertile per svilupparsi. La fertilità del terreno dipende dall'attività di miliardi di organismi viventi (microorganismi, insetti, lombrichi), e dalla sostanza organica che li nutre. Tutte queste forme di vita interagiscono incessantemente tra loro (come direbbe Gregory Bateson "non in quanto esseri ma in quanto relazioni") per fornire come risultato il nostro prato, con un meccanismo alquanto più complesso del più complesso computer esistente al mondo. Mai oseremmo smontare quel computer, senza un superesperto, mentre sul prato facciamo e disfiamo. Prima di tutto, quindi, calma. E rispetto per qualcosa di un po' più grande di noi.

2) Un prato con poche specie è comunque 'artificiale'

Desiderare in Italia il cosiddetto "prato inglese", cioè un prato costituito da 4-5 specie di graminacee (di solito Lolium, Festuca, Poa, Agrostis ecc.), significa sapere in partenza di voler costruire un prato "artificiale". Cioè un prato in cui l'equilibrio non potrà mantenersi da solo, ma richiederà un continuo e costante intervento umano. In natura infatti i prati si riempiono di migliaia di specie differenti, in perfetto equilibrio, ognuna delle quali sfrutta una nicchia biologica diversa dalle altre, o in parziale competizione. Per esempio vi sono erbe a radice superficiale, altre che spingono la radice in basso, altre ancora (per esempio il tarassaco), che la mandano fino a 1,5-2 m di profondità. A tale livello la radice mobilizza risorse (per esempio il potassio) che resterebbero altrimenti inutilizzate, e contribuisce a smuovere e aerare il terreno meno fertile. Altre erbe competono per la luce in modo diverso, talune slanciandosi verso l'alto (Rumex, Chenopodium), altre rimanendo piatte e ramificandosi (Portulaca, Herniaria). Le leguminose (trifogli, veccie) abitano le zone povere di azoto (al contrario dell'ortica), perchè sono le sole che riescono a ottenerlo dall'aria invece che dal terreno, grazie ai batteri simbionti delle loro radici. Digitaria e Setaria (il cosiddetto "pabio" o gramigna) colonizzano in estate le zone più secche ed assolate, ed infatti non crescono sotto alle conifere o vicino ad una siepe, ma fanno dannare il giardiniere in tutti gli altri posti, se fa un caldo torrido. Zone umide vedranno crescere muschi, felci ed equiseti. Eccessi di acidità vedranno sviluppare i romici, mentre una forte salinità farà prosperare la Capsella bursa-pastoris. Tutto ciò deve far sapere, a chi richiede un prato in purezza, che deve mettere in conto, poiché viaggia controcorrente, un gran lavoro di mantenimento, anche se le condizioni al contorno (terra fertile, porosa, irrigata) sono impeccabili. Figuriamoci poi se, come spesso accade, il contorno è pessimo.

3) Ogni alterazione di equilibrio genera una reazione, e spesso un danno

La naturale conseguenza di quanto detto, è la vigorosa reazione con cui il prato risponde ad ogni nostra "offesa", ancorché fatta con buone intenzioni. Un taglio del prato molto frequente, tenderà a favorire le erbe striscianti, stolonifere o a rizoma superficiale. Un terreno secco e crostoso, favorirà le gramigne, e un terreno povero di azoto stimolerà i trifogli. Il problema più comune, tuttavia, soprattutto per le villette di recente costruzione, è la scarsissima fertilità del terreno di riporto. Tale terra è spesso presa in profondità, dagli scavi per le fondamenta, e talvolta è mista a macerie che, compattate da ruspe e gru, formano talvolta vere e proprie "suole" impermeabili. Gli strati profondi del terreno (a profondità di 1-2 m) sono poverissimi di microorganismi e di sostanza organica. Se poi la natura del terreno è compatta, pesante e argillosa, si genera una perniciosa tendenza al ristagno, la cui correzione richiede interventi lunghi e costosi. Qualunque erba (anche non in purezza) soffrirà su quel tipo di terreno, e a poco servirà rifare con ditte diverse il prato ogni due anni. Vi saranno sempre chiazze gialle, zone aride, zone ristagnanti dove muore tutto, macchie fungine ed erbacce di ogni genere. Il ripristino della fertilità in questi casi richiede grandi quantità di sostanza organica, lavorazioni profonde, frequenti apporti di concimi, e la consapevolezza che si potrà avere un bel prato solo dopo due o tre anni. Se questo è il vostro problema, rinunciate a fare tentativi, e consultate un agronomo.

Se il problema è più lieve, usiamo comunque prudenza: un eccesso di concime, o lo spargimento irrazionale di diserbanti e geodisinfestanti può fare solo danno, squilibrando il terreno, e favorendo magari "inspiegabili" germinazioni di specie indesiderate, che sono invece solo la naturale reazione all'offesa ricevuta.

E le soluzioni?

Fatte queste doverose premesse, la cui conoscenza deve informare ogni nostra azione nei confronti del prato, possiamo dire che esistono due modi "estremi" di intendere la cura di un manto erboso: il prato "chimico" e il prato "naturale".

La cura del primo richiede una sequenza di interventi già stabilita a priori. Concimazioni chimiche a diversi dosaggi nei diversi periodi (starter, autunnale ecc.), diserbo preventivo antigerminello contro il "pabio", diserbi antidicotiledoni (foglia larga), trattamento antimuschio, arieggiatura ecc. Il secondo invece è un prato un po' disordinato, che deve raggiungere un equilibrio nel tempo attraverso il periodico taglio e le periodiche concimazioni organiche per il ripristino delle sostanze asportate con la rasatura.

Nessuno dei due metodi è perfetto. Il primo infatti rende completamente artificiale la vita del prato. Immette inoltre nell'ambiente elevate quantità di veleni (con i quali devono convivere i nostri bambini e i nostri animali), anche quando questi non fossero strettamente necessari. Trascura poi l'importanza del ripristino della sostanza organica, credendo di sostituirla con sole sostanze chimiche. Le quali nutrono, ma non ammendano, cioè non migliorano le caratteristiche del terreno. Ha infine un costo elevato in termini di tempo e di denaro.

Il secondo sistema, certo più naturale, non sempre permette buoni risultati in tempi brevi, soprattutto se le condizioni di base del terreno non sono ottimali.

Indubbiamente prima di scegliere occorre capire su che tipo di terreno stiamo lavorando, e risolvere eventuali problemi di fertilità. Poi si può scegliere una intelligente via di mezzo che, nel rispetto dell'equilibrio del terreno, decida di intervenire con fitofarmaci solo nei casi di effettiva necessità, ove vi siano squilibri gravi che richiedano una adeguata correzione. Tutto questo senza dimenticare di provvedere almeno due volte l'anno a ripristinare la fertilità del terreno con stallatico, compost, humus, cornunghia, pellicino, leonardite, o qualunque altro ammendante organico che serva da substrato alla vita dei microorganismi.

Riassumendo si può dire che un buon metodo richiede:

a) Ripristino della fertilità del terreno con qualsiasi mezzo (riporto terra, stallatico...)

b) Tolleranza di specie diverse, per la copertura di ogni nicchia ecologica

c) Concimazioni periodiche con elevate quantità di sostanza organica

d) Interventi con fitofarmaci solo in caso di effettivo bisogno (forti squilibri)

e) Irrigazione costante con impianto ben progettato

f) Limitati interventi manuali di diserbo e di pulizia dove necessario

Non si creda, in ogni caso, di avere partita vinta seguendo queste semplici regole. Chi, come me, segue prati professionalmente ogni giorno, continua ad imparare dai propri errori e da quel libro aperto che è la natura. Tutto sta a sapere leggere i messaggi che essa ci dà. Nessuno possiede la ricetta magica per avere un buon prato. Possiamo però andarci vicini, se con umiltà e rispetto ci facciamo guidare. Chi cerca di dominare la natura con la forza e con l'uso di sostanze estranee, accanendosi su ogni filo d'erba straniero, ben difficilmente potrà percepire la bellezza di un prato naturale umido di rugiada e pulsante di vita. Sdraiarsi in mezzo al prato e pensare a noi stessi, all'erba che ci circonda, e sentirsi con essa una sola cosa, non è esperienza possibile per chi considera il prato un tappeto da passare con il lavamoquette. Chi lo fa, è intimamente convinto di sapere tutto e di non avere più nulla da imparare. Ma, come dice Borchardt ne Il giardiniere appassionato: "Mai comprese uno stolto quanto più grande sia la metà del tutto. Ma se è capace di riconoscerlo, possiede il tutto in un senso più sublime, poiché ciò che gli è stato negato lo ha, proprio in questo suo sentire, almeno intuìto." Che sia così infinitamente semplice la soluzione?

 
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