OMEOPATIA E CURA DELLE PIANTE
(Articolo apparso su Gardenia
del Febbraio 1994)
Le
metodologie omeopatiche trasferite al mondo vegetale, possono aiutarci, nella
pratica quotidiana, a curare piante e fiori?
L'omeopatia
e' una scienza medica che si basa su due princìpi di fondo: la cura del simile
con il simile (dal greco "òmoios") e la estrema diluizione dei
preparati. Curare con il "simile" significa rifiutare tutto cio' che
e' "anti" (antibiotico, antispastico, antifebbre): la lotta contro il
sintomo viene infatti sostituita da una lotta a favore del paziente, per
aiutarlo a guarire da solo, in modo stabile e duraturo. La estrema diluizione
dei farmaci rappresenta invece il passaggio da una farmacologia di massa (in cui
una sostanza agisce) ad una farmacodinamica di messaggio (l'organismo riceve un
messaggio di salute).
Le
maggiori critiche all'omeopatia sono nate proprio dall'incomprensione di questa
premessa. Il messaggio omeopatico infatti non e' di tipo chimico (nel farmaco
infatti non vi è più traccia della sostanza di partenza), ma di tipo
energetico: come in un'acqua calda, che differisce terapeuticamente da un'acqua
fredda, benche' ad essa chimicamente identica.
Oggi
i numerosi riscontri scientifici della medicina omeopatica (dalle scuole
francesi, tedesche, indiane, fino alle interpretazioni di Prigogyne e di
Froelich) non possono piu' essere messi in dubbio, e gli anatemi degli scettici
di un tempo (tutta acqua fresca!) oggi possono solo screditare chi li pronuncia.
Affascinato
da una concezione unitaria dell'organismo vivente (per decenni applicata da mio
padre nella sua professione medica, prima della sua prematura scomparsa), volli
proporre all'Universita' di Scienze Agrarie di Milano di effettuare degli
esperimenti su organismi vegetali, che saggiassero la possibilita' di curare le
malattie delle piante con l'omeopatia.
Trovai
la massima comprensione nella prof.ssa Farina e nel (compianto) prof. Betto,
presso l'Istituto di Patologia Vegetale. Con il loro aiuto, nell'arco di tre
anni, potei ottenere numerosi riscontri sperimentali, il cui dettaglio e'
riassunto nel libro "Omeopatia e Agricoltura" pubblicato dalla Clesav
(ora "Citta' Studi") nel 1987.
Le
difficolta' da superare furono enormi. La preparazione dei rimedi era
problematica per l'assenza degli strumenti tipici dei laboratori omeopatici. La
somministrazione dei preparati alle piante era poi tutta da inventare (alla fine
prevalse la nebulizzazione fogliare), così come la logica degli esperimenti, i
livelli di diluizione, i tempi di infezione, e così via. Per mesi e mesi non
ottenni alcun risultato significativo, benche' variassi spesso i parametri
sperimentali. Poi, finalmente, riuscii ad ottenere un risultato statisticamente
valido, il cui esito fu ripetuto più volte nelle medesime condizioni. Ero
riuscito a contrastare, in modo scientificamente significativo, l'infezione di
un parassita fungino (responsabile dell'antracnosi del fagiolo, una malattia
necrotica), irrorando una diluizione omeopatica sulle foglie della pianta, poco
prima che si verificasse l'infezione. La base del farmaco omeopatico era il
parassita stesso, diluito e dinamizzato alla CH 8 (cioe' dieci milioni di
miliardi di volte). Avevo cioe' "vaccinato" la pianta di fagiolo,
trasmettendole il "messaggio" del parassita, e attivandone le difese
naturali. Avevo quindi identificato un metodo (se non proprio omeopatico, almeno
"isopatico"), che poteva essere provato in decine di altri casi
concettualmente simili a quello sperimentato.
In
seguito avevo esteso le prove anche a sostanze velenose od inquinanti, come
fitormoni e diserbanti, ottenendo (in piastra) risultati statisticamente ancora
piu' eclatanti. Trasmettevo infatti il messaggio omeopatico del veleno alla
pianta che, successivamente avvelenata, presentava minore danno o cambiava
radicalmente la sintomatologia tipica.
Il
lavoro scientifico che ne seguì fu molto apprezzato in sede di tesi di laurea
e, in seguito alla gia' citata pubblicazione, attivai contatti con enti e con
privati che vollero provare in prima persona a utilizzare fitofarmaci
omeopatici.
Vogliamo
provarci anche noi? Non e' difficile, ma i vantaggi possono essere tanti: dal
basso costo dei preparati, alla minore diffusione di sostanze tossiche
nell'ambiente (l'omeopatia e' a "residuo zero"), fino ad una maggiore
comprensione dell'organismo vegetale nel suo insieme.
Avete
una pianta malata che presenti i segni di un parassita fungino, o i sintomi di
qualche sostanza tossica? Prima di tutto occorre sincerarsi che le condizioni
ambientali di contorno siano ottimali per la pianta. Illuminazione, acqua,
tessitura e reazione del terreno, concimazione, temperatura, sono
importantissimi. Non c'e' farmaco che tenga se la pianta non ha da mangiare o da
bere. Bisogna infatti abituarsi, con l'omeopatia, a ragionare della pianta
intera, e non dei suoi soli sintomi. Solo così si potra' riportarla stabilmente
alla salute.
Controllato
l'ambiente, asportiamo con un coltellino pulito una parte della pianta malata, e
trituriamola finemente, lasciandola poi diverso tempo in acqua, finche' parti
del parassita o della sostanza tossica si siano disciolte nel liquido. Da questa
rudimentale "tintura madre" prepariamo una diluizione omeopatica di
tipo "Korsakoviano", che e' la piu' semplice ed economica.
Versiamo
qualche goccia di "tintura madre" in un boccettino di vetro riempito
per non piu' di due terzi, e agitiamo con forza la miscela dall'alto verso il
basso per almeno cento volte, come se la percuotessimo sul dorso di un libro di
cuoio. Svuotiamo poi nel lavandino l'intero contenuto della boccetta (salvo
poche gocce che faranno da innesco), e riportiamo il livello dell'acqua a due
terzi. Solo allora ripeteremo le cento scosse.
Il
ciclo va ripetuto dieci volte, e alla fine avremo ottenuto una diluizione
"10 K" del parassita di partenza.
Somministriamo
alle foglie della pianta malata, con un nebulizzatore pulito, la sostanza
ottenuta, e restiamo ad osservare i risultati. Se potete, fotografate le piante
trattate prima e dopo, e mandateci i vostri resoconti. Non avranno valore
scientifico, ma forse avranno regalato un po' di benessere alle nostre piante
che, chissa', un giorno o l'altro potrebbero essercene grate, ricambiandoci il
favore.
Se
attraverso queste prove qualcuno in piu' riuscira' a convincersi della
possibilita' di usare rimedi omeopatici anche in agricoltura, ne saro'
particolarmente felice. E' una scommessa la cui posta puo' essere quella di
disporre in futuro di un cibo sano, e di un ambiente naturale e privo di veleni.
Non sara' tanto, non mi sembra nemmeno poco.
RIQUADRO
1
OMEOPATIA:
DA DOVE VIENE?
Qualcuno
ritiene erroneamente che l'omeopatia sia una tecnica medica di origine
orientale. Qualcun altro che sia una variante dell'erboristeria. L'omeopatia
invece nasce in piena Europa per merito di un medico sassone di nome Hahnemann.
Egli, nato nel 1755, osservando l'analogia tra i sintomi da eccesso di chinino,
e i sintomi della febbre malarica (curata con chinino), deduce il principio
generale che il simile si cura col simile. Ovvero che sostanze in grado di
generare certi sintomi, possono servire (in piccole dosi) a curare i sintomi
stessi.
Per
rendere poi sempre piu' innocui i preparati, li diluisce sempre di piu',
alternando ogni diluizione con un centinaio di scosse. Con enorme sorpresa
Hahnemann constata che piu' procede con la diluizione, e piu' l'azione del
farmaco aumenta. Tale curioso fenomeno, oggi sappiamo essere dovuto proprio alle
scosse, cioe' ad una fornitura di energia, che trasforma il messaggio
tradizionale molecolare, in messaggio energetico vibrazionale. Erano percio'
state poste le basi (similitudine e diluizione) per una pratica medica
omeopatica. Da lì in avanti, su basi rigorosamente sperimentali attraverso i
"provings" dei suoi allievi, la medicina omeopatica si e' diffusa a
macchia d'olio, fino ai livelli attuali.
RIQUADRO
2
ESPERIMENTI
SUI VEGETALI
Sperimentazioni
omeopatiche sui vegetali sono state svolte fin dal 1902 con Jousset, che misurò
arresti di crescita in colture di Aspergillus (muffe). Kolisko dal '23 al '29
lavoro' su germinazione e crescita di frumento, Crocus, gladioli e giacinti. Nel
'32 Roy stimolò la crescita dell'orzo con preparati a base d'orzo. Nel '49
Nysterakis utilizzò ormoni vegetali (IAA su vite) per stimolarne la crescita.
Ma e' dagli anni '60 in poi che la scuola francese (Boiron, Netien, Graviou,
Projetti, Dang Vinh) e americana (Koffler Wannamaker) produce numerosissime
prove sperimentali dell'efficacia di diversi preparati (spesso a base di veleni:
arsenico, nitrato d'argento, mercurio) sulla germinazione, sulla crescita, sull'intensita'
respiratoria, di organismi vegetali. Tali prove erano comunque sempre spinte a
dimostrare scientificamente l'efficacia dei preparati (in assenza di effetto
placebo), e raramente con intenti agronomici. Per trovare questo scopo bisogna
rifarsi a esperimenti piu' recenti (anni '70) in India con Dutta (per la cura
delle carenze minerali) e Kanna e Chandra (protezione della frutta dal
marciume), e in Olanda (Van Asseldonk). La strada è ancora lunga.