Fiori, Piante, Progetti, Lavori nel verde  
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Gardenia
   

CHI LA CONOSCE MEGLIO ?

Piccola storia di due modi diversi, e altrettanto validi, di conoscere il mondo vegetale.

Mi trovavo, nella primavera di qualche anno fa, nelle campagne del Tortonese, nel paese d'origine del padre di mia moglie. Poche anime dedite esclusivamente all'agricoltura, e una nonna amabilissima, presso cui era impossibile non ingrassare qualche chilo, anche in pochi giorni di vacanza, per i succulenti pranzetti che preparava.

Stavo leggendo in quei giorni un interessante volume che parlava di erbe selvatiche, e della possibilita' di nutrirsi naturalmente con quelle. Ero rimasto molto sorpreso constatando che era possibile cibarsi di moltissime erbe spontanee, della cui commestibilita' non avrei mai sospettato. Non solo le piu' note erano la' riportate (come l'ortica, appena scottata, l'achillea, la bardana, il tarassaco), ma anche numerose erbe misconosciute e solitamente considerate infestanti, come il romice (Rumex crispus), l'erba porcellana (Portulaca oleracea), la fitolacca (Phytolacca decandra), la coda cavallina (Equisetum arvense) e addirittura la gramigna (Cynodon dactylon). Per ognuna erano suggeriti diversi modi di preparazione, per le diverse parti, da consumare cotte o crude.

Incuriosito, avevo provato a raccoglierne alcune nei prati della zona, per constatare di persona la bonta' dei suggerimenti, e le mie manovre non erano rimaste inosservate. Quando rientravo in casa con qualche mazzetto d'erbe in mano, l'occhio vigile della nonna scrutava con attenzione il frutto della mia spedizione. Dapprima c'era qualche timida domanda: "Ma dove le hai prese? Che cosa vuoi farne?", poi la discussione procedeva senza piu' freni.

Per capire il senso delle parole della nonna, bisogna sapere che ella aveva (ed ha) un profondo amore e rispetto per le piante e per la natura. Un legame pero' nato grazie ad un contatto diretto e spontaneo, fin dalla prima infanzia. Non acquisito nel tempo "dall'esterno" come per molti di noi, me compreso. La dura vita delle campagne, a cavallo di due guerre mondiali, e senza tutti gli ausili meccanici dell'agricoltura attuale, ne aveva forgiato il carattere, mantenendola in contatto strettissimo, e quasi simbiotico, con la terra e con i suoi frutti.

Sul tavolone della cucina, quel giorno, stavano delle piante di Galium (piantina infestante, dalle foglie particolari, tutte inserite a rosetta attorno ai nodi), che il libro riferiva come commestibile lessata o in minestre.

Dopo le prime domande di rito, la nonna disse: "Ma io la conosco, e' l'erba 'galinara'. Si chiama cosi' perché qualcuno la da' da mangiare alle galline".

Per fare colpo, sulla scorta della mia esperienza di studio e professionale al Vivaio Clorofilla, mi accinsi a spiegare che si trattava di Galium mollugo, perche' aveva i fiori bianchi, ma che altrettanto commestibile era il Galium verum (a fiori gialli), e che andavano ben distinti dal Galium aparine, dotato di minutissimi uncini che lo rendevano non commestibile.

Completata la mia lezioncina, mi resi conto di non aver fatto altro che assegnare dei nomi a delle piante, ma di non aver detto nulla di piu' di quanto non avesse detto la nonna con il suo "erba galinara". Certo io inserivo in un preciso contesto sistematico (d'indubbia utilita' in ambito scientifico e internazionale) le tre specia citate. Tuttavia la mia conoscenza si limitava a quello, o a poco di piu'. Ben diversa era la conoscenza di quelle piantine da parte della nonna, che gentilmente mi spiego' che quella da me chiamata "Galium aparine" era in quei luoghi chiamata (traduco) "strozzagalline", proprio a causa dei suoi uncini, e mi disse in quali posti cresceva piu' di frequente (naturalmente in termini locali: dietro alla capanna del Pierino, vicino al pozzo, nel prato vicino al cimitero, che per l'agronomo attento avrebbero significato in terreno acido, o acquitrinoso, o battuto dai venti ecc.).

Via via che la nonna parlava mi rendevo conto di come fosse piu' profonda la sua conoscenza dei Galium di quanto non lo fosse la mia. Non perche' io non li conoscessi bene (ne avevo infatti studiato caratteristiche e particolarita'), ma proprio perche' lei quei Galium, al pari di tutte le altre piante della zona, li aveva visti nascere, crescere, soffrire, disseminarsi, morire, sotto ogni genere di tempo e in ogni stagione. Percio' per lei la parola "erba galinara" corrispondeva a tutto questo: nascita, forma, sviluppo, vita e morte del Galium, e la sua conoscenza intuitiva e sensibile della pianta non era in alcun modo inferiore alla mia, che pure, professionalmente, ne conoscevo magari l'altezza media, il terreno piu' adatto, l'epoca di fioritura. Forse le due conoscenze sono complementari. Certo è che delle due, quella intuitiva e' sicuramente la piu' profonda.

Ogni persona assegna ad una stessa parola un significato diverso, a seconda del momento in cui viene pronunciata, e in funzione del tipo di conoscenza di cui si dispone. Nel caso sopracitato, e senza scomodare Kant o Hegel, la parola "erba galinara" rappresentava nella mente della nonna qualcosa di molto piu' vero e compiuto, di quanto in me suscitava la parola "Galium". Sarei felice di poter avere immagini cosi' nette e reali di ogni pianta da me conosciuta, ma so che non e' possibile, e che posso solo cercare di muovermi in quella direzione, piuttosto che in quella opposta.

Forse, tra le poche anime di un paesino sperduto, c'e' qualche nonna gentile disposta ad insegnarci il metodo.

 
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