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Rivista di Bioagricoltura
   

MEDICINE "DOLCI" PER LE VOSTRE PIANTE

Un tecnico del settore parla di utilizzo dell’omeopatia nella cura delle malattie delle piante

 

UNA COMUNE BASE BIOLOGICA

Spesso e volentieri chi ha tratto beneficio e guarigione da cure omeopatiche, si chiede giustamente perché tali cure non vengano utilizzate anche sugli animali e sulle piante, la cui struttura genetica, nutrizionale e cellulare è (con le dovute differenze) fondamentalmente simile. Chi condivide le basi teoriche dell’omeopatia infatti sa che l’azione dei preparati omeopatici (un messaggio elettrico-vibrazionale comune alla cromoterapia, all’agopuntura, alla magnetoterapia e ad altre cure naturali) è recepita dall’individuo, dai suoi organi, dalle sue cellule, attraverso una fasatura o una risonanza delle vibrazioni specifiche dei sistemi oggetto della cura, che sono in tutto e per tutto comuni al mondo umano, animale o vegetale. Chi conosce l’omeopatia sa che il rimedio specifico per una patologia viene scelto in modo molto individuale, studiando l’insieme di sintomi che affligge un paziente, e somministrandogli quel solo rimedio che (dato in dosi ponderali) darebbe al paziente proprio quei sintomi che invece si vogliono curare: in pratica, per dirla con Hahnemann, fondatore tra ‘700 e ‘800 in Germania dell’omeopatia, viene curato il simile col simile. La rapidità ed efficacia del rimedio omeopatico, quando perfettamente centrato sui sintomi, è stupefacente. Anche a me, non medico, è capitato più volte di vedere nei miei bimbi regressioni febbrili immediate con la somministrazione di qualche pallina di aconitum e belladonna, ed immagino che questa sia la quotidianità per un bravo medico omeopatico.

SUCCESSI VETERINARI

Tuttavia questa specifità del prodotto omeopatico, se lo rende efficacissimo sull’uomo, rende però difficile l’esame anamnestico su chi (animale) risponderebbe alle nostre domande con un miagolìo od un muggito, oppure (pianta) con un assorto silenzio. Sugli animali quindi (si vedano i lavori di Franco Del Francia, il più noto e pionieristico omeopata veterinario in Italia), come per i bimbi piccoli, si cerca di identificare il rimedio giusto sulla base dell’esame oggettivo di elementi esterni (colore lingua, consistenza feci, pallore, respiro, battito cardiaco ecc.). Inoltre molti allevamenti presentano caratteristiche di omogeneità sufficienti a somministrare un unico rimedio per l’intera popolazione, in quanto gli individui sono nati tutti nello stesso periodo, hanno ricevuto la stessa alimentazione, sono stati sottoposti ai medesimi stimoli ambientali, medicinali ecc. Questo rende possibile intervenire, ad esempio in allevamenti di polli, in occasione di epidemie, di virus ecc. Ed il controllo è facile. Basta dare a metà della popolazione il rimedio omeopatico specifico, e all’altra metà l’antibiotico o il farmaco consueto (a livello scientifico sarebbe auspicabile anche un campione di controllo che riceva acqua e basta, ma provate voi a convincere il nerboruto allevatore...). I numerosi successi ottenuti in questo campo hanno consentito il diffondersi della pratica omeopatica veterinaria, e hanno dato un sonoro schiaffo a tutti coloro che, dall’alto delle loro cattedre, o dai ben remunerati incarichi ministeriali che fanno spesso solo l’interesse di alcune case farmaceutiche, continuano a sostenere che l’omeopatia è solo effetto "placebo", cioè funzionerebbe solo per suggestione del paziente. Provate voi a suggestionare il vostro bimbo di tre anni, e a fargli calare la febbre da 39 a 37 in due ore. Se ne siete capaci...

LE PIANTE: UN MONDO A PARTE

Sulle piante le difficoltà operative aumentano esponenzialmente. Non solo infatti la pianta non risponde all’interrogatorio, ma neppure ha una lingua o un alito, o delle feci da mostrarci, da cui si possa dedurre l’utilità o meno di un rimedio. Se la pianta soffre, di solito perde le foglie, le dissecca, intristisce le fronde, in modo peraltro molto simile pur in conseguenza di patologie molto diverse. E non ha quella capacità di dialogo che si vorrebbe in ogni paziente... Inoltre va detto che spesso il valore del singolo individuo (anche affettivo) non raggiunge quel limite minimo che spinga a chiamare, e pagare, un professionista esperto del settore. Benché quindi esistano prove inconfutabili dell’azione di preparati omeopatici su vegetali (centinaia di esperimenti della scuola francese e belga negli anni 60 e70, altro schiaffo agli arroganti esponenti dei vari "comitati unici del farmaco"), nessuno di questi è effettivamente rivolto alla cura di qualche patologia, ma prevalentemente alla dimostrazione pratica del fatto che i rimedi funzionano anche in assenza di effetto "placebo".

PROVE SPERIMENTALI SU PIANTE: I PRIMI INSUCCESSI

Pur in questo triste panorama, quindi, con l’entusiasmo dei vent’anni (ora ne ho circa il doppio) mi sono tuffato in un campo ancora vergine, proponendo di sviluppare la mia tesi di laurea in Scienze Agrarie proprio su questo argomento.

Inizialmente ho lavorato su un modello teorico che mi ero costruito, secondo i princìpi dell’omeopatia classica. Avevo identificato una forte similitudine tra i sintomi dell’intossicazione da rame (su piante di fagiolo), e quelli di una malattia fungina necrotica (antracnosi del fagiolo: agente patogeno Colletotrichum lindemuthianum Br. et Cav.). Cercai quindi in laboratorio di ottenere una cura per quella malattia, somministrando prima o dopo l’infezione del fungo patogeno, una diluizione omeopatica di rame. Ma nonostante numerose prove differenti, variate nella diluizione dei preparati, nella modalità di somministrazione, nei tempi biologici del soggetto trattato, nessun risultato statisticamente rilevante potè emergere. Risparmio qui la descrizione delle numerosissime prove prive di alcun esito, che mi hanno però consentito via via di rifasare gli obiettivi della ricerca.

IDENTIFICAZIONE DEL METODO ISOPATICO

Provai dunque a modificare il metodo, utilizzando un preparato omeopatico derivato da una sospensione di spore del fungo oggetto di studio. La metodologia utilizzata prevedeva che il fungo si sviluppasse per 22 ore su un substrato nutritivo, e tale substrato (ricco di metaboliti del parassita, e in particolare di un enzima pectinolitico responsabile della necrosi) veniva poi utilizzato come base per la preparazione dei rimedi omeopatici. La produzione di metaboliti tossici per la foglia di fagiolo da parte del patogeno, è un passo molto importante, poiché consentiva di preparare un rimedio omeopatico partendo PROPRIO dalla stessa sostanza tossica (emessa dal fungo) responsabile del danno fogliare. In pratica veniva applicato un criterio isopatico, ovvero di cura di una malattia con la STESSA sostanza intossicante (invece che con una simile, come suggerisce l’omeopatia classica).

I risultati furono molto convincenti, e diedero come esito la protezione della pianta di fagiolo dalla malattia in misura diversa nei vari esperimenti, ma sempre con attendibilità statistica elevata al test del T di Student. Avevo perciò dimostrato un criterio di applicazione semplice e preciso per intervenire con l’omeopatia (o meglio con l’isopatia) nella cura di almeno UNA malattia fungina di una pianta coltivata. Ma più ancora che l’importanza di questa specifica malattia, avevo tracciato una strada, un criterio preciso e scientifico, che era possibile seguire per individuare altri prodotti, altre malattie, altre possibili cure non tossiche e non inquinanti.

CONDIZIONI NECESSARIE ALLA RIUSCITA DEI TRATTAMENTI

In particolare avevo individuato il fatto che i migliori risultati si erano ottenuti in presenza delle seguenti situazioni:

1) Lotta ad una patologia in cui sia determinante la presenza di una sostanza tossica

2) Preparazione di un rimedio omeopatico partendo da sostanze contenenti (almeno in parte) la sostanza intossicante

3) Utilizzo di diluizioni omeopatiche centesimali non più basse della CH4 e non più alte della CH7

4) Somministrazione alla pianta mediante nebulizzazione fogliare

5) Mantenimento delle piante trattate nel miglior stato di salute possibile, per consentire una risposta allo stimolo (per esempio evitando cimature, tagli di radici, sofferenze idriche, ecc.)

6) Potenziali di inoculo del fungo non elevatissimi, e più simili a quelli esistenti in natura.

7) Trattamento preventivo, piuttosto che curativo.

Le piante trattate con il rimedio isopatico, non solo avevano indici di infezione molto più bassi (e sempre statisticamente attendibili) rispetto ai controlli, ma inoltre, proseguendo nell’osservazione, mostravano sempre una vitalità molto maggiore, si liberavano rapidamente delle foglie malate, e riprendevano la loro attività in modo normale, con produzione di fiori e frutti (fagioli) in quantità notevolmente superiore. Inoltre l’indice d’incidenza della malattia era calcolato in funzione delle aree percentualmente necrotizzate sulle foglie cotiledonari, e dava pertanto risultati (in una scala da 1 a 5) per esempio di 4,62 contro 3,42. In realtà la differenza era molto più marcata, nel senso che le piante curate perdevano le foglie danneggiate e si avviavano a una regolare produzione, mentre le piante di controllo, trattate con acqua distillata, morivano tutte. La differenza quindi non era di una piccola percentuale, ma dello 0% contro il 100% dal punto di vista della produzione.

UNO SCHIAFFO AGLI INCREDULI

La tesi di laurea fu poi completata con un lavoro dagli esiti piuttosto stupefacenti. Sempre su fagiolo, ma questa volta su ipocotili eziolati (in pratica porzioni del fusticino) sono stati studiati i sintomi da intossicazione con 2,4D (acido 2,4 diclorofenossiacetico, un noto diserbante similauxinico) e con NAA (Acido naftalenacetico, praticamente auxina), e la loro cura con preparati omeopatici basati sulle stesse sostanze diluite e dinamizzate. Il sintomo da intossicazione con eccessi di auxine è un tumore molto visibile sul fusto della pianticella. Dosaggi molto inferiori delle stesse sostanze hanno invece attività di stimolazione della crescita radicale. I risultati sperimentali sono stati entusiasmanti, e visibili ad occhio nudo da qualunque osservatore anche distratto. I campioni trattati con il rimedio omeopatico, dopo l’intossicazione, mostravano la crescita di lunghe radichette su tutto il fusto, al posto del tumore che le avrebbe uccise (e che si sviluppava normalmente sui controlli trattati con acqua distillata). In altre parole avevo indotto una resistenza ad un trattamento diserbante (o genericamente intossicante) con la semplice somministrazione di preparati omeopatici dalla CH4 alla CH7 ottenuti a partire dalla sostanza intossicante stessa. Una semplicità disarmante, ma talmente visibile sperimentalmente, e ripetibile a piacere, da far vergognare tutti coloro che continuano, in cattiva fede, a dire che l’omeopatia è acqua fresca, o roba da creduloni.

L’omeopatia ha bisogno di contributi scientifici seri e documentati, che evidenzino e selezionino le aree di applicazione possibili. Che non sono tantissime, ma che possono essere ampliate e studiate con ottimi risultati. Finché le sperimentazioni restano in mano a chi non fa altro che parlare di influssi astrali e connessioni astrologiche, l’omeopatia rimarrà sempre confinata nel campo delle "fantasie per invasati", quando invece la realtà è ben diversa.

UNO SGUARDO AL FUTURO

Nelle mie ricerche ho identificato un principio su cui lavorare per ottenere dei rimedi isopatici applicabili con facilità sulle piante. E le applicazioni più immediate che possono venire in mente sono:

- Lotta a tutte le malattie fungine per le quali sia stata identificata una sostanza tossica responsabile del danno sulla pianta (per esempio la bolla del pesco e tutte le malattie fungine di tipo auxonico, le antracnosi di ogni genere, le ticchiolature e tutte le patologie di tipo necrotico)

- Lotta alle patologie da insetti o altri artropodi ove sia attiva una sostanza intossicante (insetti galligeni, acaro delle meraviglie)

- Lotta alle patologie da inquinamento (alberature cittadine, piogge acide, cloruri o eccessi minerali delle acque irrigue)

- Risposta alle intossicazioni da eccessi di concimi chimici (frequentissime per l’hobbista che esagera con il concime granulare per i gerani o le rose)

- Protezione da somministrazione di diserbanti alle colture vicine o delle aziende confinanti.

E’ possibile che qualcuno, di fronte a risultati sperimentali talmente eclatanti, possa essere interessato a creare una linea naturale di prodotti omeopatici, magari da affiancare ad altri prodotti biologici rispettosi dell’equilibrio uomo-ambiente? O dobbiamo continuare a cullarci nel limbo empirico dove si somministra Arnica (noto antishock omeopatico) dopo un trapianto o una potatura? Non credo che abbia fatto male a qualcuno il fatto che il Bacillus thuringiensis usato per combattere in modo biologico Ifantrya e processionaria (le famose "gatte pelose") funzionasse solo e specificamente per quel tipo di malattia. Se l’omeopatia per le piante consentisse di combattere in modo naturale e senza inquinare solo due o tre patologie, non per questo andrebbe buttata, anzi! Presso il Vivaio Clorofilla di Peschiera Borromeo, alle porte di Milano, mi capita spesso di fare uso di rimedi isopatici autopreparati, per la disintossicazione di piante ornamentali esposte ad eccessi di concimazioni chimiche, ottenendo ottimi risultati. Credo che in agricoltura ci sia un gran bisogno di metodi semplici, pratici ed economici che, nel rispetto della natura, aiutino l’operatore ad ottenere buoni risultati, senza inquinare l’ambiente, e con poca spesa.

Abbiamo aggiunto una nuova freccia nella faretra. Vogliamo cercare di farne uso prima che arrugginisca?

 

 

 
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